E poi basta

E poi basta
La recensione di Elisa Belotti
Autrice


Espérance Hakuzwimana Ripanti (@unavitadistendhal)

Editore


People

Recensione

E poi basta non è un memoir, non è un saggio, non è un romanzo. È tutte queste cose insieme ed è il libro in cui Espérance Hakuzwimana Ripanti racconta la propria storia. Dopo anni di domande invadenti e narrazioni superficiali, si arma della scrittura per presentare le vicende dal suo punto di vista. Racconta la scelta dell’attivismo e della scrittura, a cui si affianca lavoro in radio su libri e attualità. Con un linguaggio molto metaforico, quasi uscito dalle pagine di un diario intimo, esprime il dolore e la rabbia di sentirsi sempre estranea. Con capitoli in forma di lettera, di poesia, di memorialistica e di flusso di coscienza, narra la fatica di far sentire la propria voce, la sofferenza davanti alle domande sbagliate, inconsapevolmente razziste, ma anche la forza che deriva dall’aver ritrovato uno spazio personale. Con delicatezza e sempre a partire dall’esperienza personale, tocca anche temi come l’adozione e l’intersezionalità, per concludersi con una lista di consigli di lettura, un’intertestualità che amplia i confini di questo libro. 

Perché leggerlo

Perché permette di osservare un lato dell’attivismo spesso ignorato: è difficile farsi portavoce di un’idea, di una comunità o anche solo della propria storia. È faticoso esporsi alle domande incuranti delle persone, dei giudizi e delle richieste costanti di dare la propria opinione sui fatti che accadono. Con E poi basta si può riconsiderare l’attivismo  come uno spazio in cui, usando le parole di  Espérance Hakuzwimana Ripanti, «mi concedo la libertà di essere e di diventare quello che voglio, senza dovermi per forza portare appresso sempre i soliti termini, le solite tematiche e le stesse identiche domande».

A chi lo consigliamo

A chi vuole saperne di più sulla comunità nera italiana e a chi sta cercando di raccontare la propria storia, al di là delle narrazioni preconfezionate.

Cosa ci può insegnare

Che non tutte le domande – Sono veri i tuoi capelli? Posso toccarli? – sono lecite, ma vanno poste nel massimo rispetto della persona che si ha davanti. E che alcune domande – Come si pronuncia il tuo nome? – spesso assenti sono invece segno di forte empatia.

Tre frasi significative

«È tutta la vita che sono una persona nera. Non l’ho scelto ma so benissimo cosa vuol dire. Spesso però sono gli altri a non saperlo, a dimenticarlo. Sono nera, italiana, donna, e scrivo. Quando penso a me, alla mia persona, non so e non so riconoscere quale aggettivo tra queste definizioni sarebbe più importante mettere prima e quale dopo».

«Io sono responsabile solo della mia storia, di come la racconto, di cosa ne faccio e di come la trascino per il mondo. Perché in ogni caso, per tutta la vita, resterà mia e solo mia».

«Vi rideremo in faccia, vi baceremo in bocca, combatteremo per qualsiasi cosa, per qualunque causa, per chi è come noi ma soprattutto per chi non lo è».

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