L’Ultimo Concerto?

L’Ultimo Concerto?
Di Paola Ghisleni

In queste settimane sui social ricorrono spesso post con riportata a grandi lettere la scritta: “L’Ultimo Concerto?”.  Si tratta di un’iniziativa promossa da KeepOn Live, Arci e Assomusica, con la collaborazione di Live DMA, che vede riuniti per la prima volta, oltre centotrenta live club e circoli italiani. Il 28 gennaio tutti i locali coinvolti hanno cominciato a condividere le immagini delle proprie facciate sovrastate da un gigantesco punto interrogativo. 

L’obiettivo principale è quello di porre l’attenzione sulla situazione ormai bloccata da un anno e sul futuro incerto che si prospetta per queste attività. Collegandosi a questo movimento, l’Umbria nel periodo pre-San Valentino, ha cominciato a divulgare questo messaggio secondo me azzeccatissimo: “Mi manchi come un concerto”.

Ed effettivamente anch’io, se dovessi dire cosa mi stia mancando di più in questo periodo, fra i primi posti nella lista, inserirei i concerti.
Non che ci andassi tutte le settimane, e nemmeno tutti i mesi, ma quando capitava, tornavo a casa rigenerata, con una carica di positività in corpo capace di durare per giorni.

Intuendo che il mio sentire potesse essere condiviso da molti, ho fatto una ricerca e sono incappata in uno studio commissionato nel 2018 a Patrick Fagan, un esperto comportamentalista della Goldsmiths University di Londra, dalla compagnia telefonica O2, che sponsorizza molti luoghi di concerti in Inghilterra. La ricerca si è occupata del potere della musica dal vivo sul corpo e sulla mente. 

“La nostra ricerca mostra il profondo impatto che i concerti hanno sulla salute, sulla felicità e il benessere, laddove la frequenza regolare e almeno quindicinale è la chiave. Un concerto ogni 15 giorni può aumentare l’aspettativa di vita di circa nove anni” ha spiegato Patrick Fagan.
Coloro che frequentano i concerti dal vivo una volta ogni quindici giorni, infatti, si sono rivelati più inclini a esprimere la loro felicità, soddisfazione, produttività e hanno portato il loro senso di autostima al massimo livello. Le scoperte derivano da test psicometrici e dal monitoraggio dei battiti cardiaci durante una lunga serie di attività legate al benessere.

Secondo lo studio, basterebbero anche soli 20 minuti di musica per produrre un significativo aumento pari al 21% delle sensazioni positive, al 25% dell’autostima ed empatia, e al 75% della stimolazione mentale.
Per stima di un artista o dell’altro e per supporto a questo settore in crisi, ho partecipato a un paio di concerti in streaming, ma anche il paragone con il ricordo del più misero concerto dal vivo, non ha retto il confronto.

Negli ultimi anni, tra l’altro, per me i concerti sono stati importanti momenti di “sorellanza”. Mai come in questo periodo della mia vita, ho amato andarci con altre donne. Amiche diverse per concerti diversi. Mi sono ritrovata a seguire l’amica che candidamente si faceva largo tra la gente stipata sotto il palco già dalle prime luci del mattino, offrendo loro in cambio fette di pesca ben tagliata e tarallucci. Schiena contro schiena con quella con cui condivido le preoccupazioni di mamma, lavoratrice e moglie, capace di strapparmi un sorriso anche nei momenti difficili, e che lì, mi prendeva le mani, mi abbracciava, mi faceva ballare. 

In questi momenti ti senti come in una bolla, sospesa nel tempo e nello spazio. Libera, cantando a squarciagola, esprimendo quel bisogno di socialità che, nella vita di tutti i giorni, spesso è limitato.

Baudelaire nei Diari intimi scriveva: “Il piacere d’essere in mezzo alla folla è un’espressione misteriosa del godimento della moltiplicazione del numero”.

Nel caso dei concerti penso ci sia altro, lo stare tra la gente, il sentirne il calore, empatizzare con chi ci sta accanto, commuoversi per una canzone o scatenarsi per un’altra. In certi momenti sembra persino di percepire l’energia che si crea tutt’intorno. Per questo adoro immergermi nel pubblico, portarmi lì, vicino al palco, dove queste sensazioni vengono amplificate insieme al volume della musica.
Qualcuno potrebbe storcere il naso in segno di disappunto, ma dei concerti mi manca persino l’odore che mi portavo a casa tra i capelli, sui vestiti. Il sudore mio e degli altri, fumo e birra.

La riflessione di Paola Ghisleni sulla situazione attuale degli eventi pubblici.

A lei, amica e complice.

Anche il sasso sa che è meglio non ricordare invano quando era montagna o rullava in mezzo a un fiume, mentre ora si ritrova, magari, a far da ghiaia in un parcheggio.
Eppure, non cedere al fascino del ricordo è talmente difficile da farlo apparire una tentazione diabolica.
Avevamo parcheggiato poco distante dalla festa, un’ultima curva e avremmo intravisto i tendoni e il palco.
Ed è lì che il mio campo visivo inquadrò un fotogramma che mi apparve come la locandina di un film: “Non oltre i 40”.
La strada girava a gomito a sinistra, a stoppare la visuale c’era una vecchia casa in sasso. A destra una gelateria ad angolo colorava l’ora tra il tramonto e la notte con tendoni a strisce bianche e rosse. L’insegna in neon blu si rifletteva sul cerchio di divieto del superamento dei 40 km orari.
La strada che girava costeggiava il fiume che scorreva in senso contrario. In quel punto il frastuono della festa non riusciva ancora a sovrastare il suo mormorio.
Non so perché, ma ho pensato che il tutto fosse lì per me, come un monito.
Se ho svoltato comunque l’angolo? Ebbene sì, a passo deciso e con un’amica accanto.
Non abbiamo nuotato contro corrente, noi oltre i 40, ci siamo fatte cullare dal momento, ci spostavamo lente, rilassate, seguendo il ritmo in levare.

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