L'Ibisco Viola

L'Ibisco Viola
La recensione di Elisa Belotti
Titolo


L’ibisco viola

Editore


Einaudi

Recensione

Siamo in una Nigeria sull’orlo della guerra civile. È il 1967, le province sudorientali dello stato stanno per proclamare la loro secessione, nominandosi Repubblica del Biafra, e Kambili vive a Enugu con il fratello Jaja e i genitori. In famiglia si respira una forte tensione e un profondo estremismo religioso. No, non si tratta dell’Islam o degli animismi tradizionali, ma del cristianesimo. Il padre di Kambili è un estremista cristiano e usa la violenza all’interno delle mura domestiche per far rispettare i dettami della fede alla moglie e ai figli. L’ibisco viola racconta la libertà negata e la libertà scoperta, grazie alla comunità in cui i due fratelli si ritrovano. Per via del colpo di stato, infatti, Kambili e Jaja si spostano a Nsukka, dalla zia, dove si rendono conto che esistono altri modi per vivere, altre strade per essere delle persone cristiane e che la violenza non è necessaria. Adichie racconta in questo romanzo la violenza domestica, le sue conseguenze psicologiche, il suo impatto sui bambini, ma anche il distacco da questo mondo e la possibilità di rifiorire.

Perché leggerlo

 Perché, con questo romanzo d’esordio, Adichie è riuscita a scrivere una storia appassionante e onesta, in cui le vicende nigeriane e quelle di Kambili si intrecciano e, pagina dopo pagina, coinvolgono chi legge.

A chi lo consigliamo

A chi si interessa di tematiche come la violenza e gli abusi, a chi vuole capire qualcosa in più della Nigeria post coloniale, a chi si chiede cosa sia la libertà.

Cosa ci può insegnare

L’ibisco viola amplia la narrazione comunemente diffusa della Nigeria. Non si troveranno, per usare le parole della stessa autrice, «splendidi paesaggi, bellissimi animali e persone incomprensibili che combattono guerre insensate, che muoiono di povertà e di Aids, incapaci di far sentire la propria voce, in attesa di venire salvati da uno straniero bianco e gentile». Enugu e Nsukka, le città in cui è ambientato il romanzo, mostrano che in Nigeria c’è anche molto di più.

Tre frasi significative

«A casa tutto cominciò a crollare quando mio fratello Jaja non andò a fare la comunione e papà scagliò il suo pesante messale attraverso la stanza e ruppe le statuine della vetrina».

«La sfida di Jaja ora mi sembrava come l’ibisco viola sperimentale di zia Ifeoma: raro, con un sottofondo fragrante di libertà, un tipo di libertà diversa da quella che la folla aveva invocato a Government Square dopo il colpo di stato agitando rami verdi. Una libertà di essere, di fare».

«Mentre scendevo dall’auto davanti a casa ripassai mentalmente le immagini di quel pomeriggio. Avevo sorriso, corso, riso. Il mio petto era pieno di qualcosa che sembrava bagnoschiuma. Leggero. La leggerezza era così dolce che la assaporavo sulla lingua, la leggerezza di un frutto giallo acceso di anacardio troppo maturo».

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