Ognuno accanto alla sua notte

Ognuno accanto alla sua notte
Di Elena Esposto

“Si deve sempre aspettare l’ebreo per farti puntare lo sguardo su quel vertice di tutti gli orrori? Gli ebrei sono state le vittime, questo lo sappiamo, lo sappiamo, lo sappiamo, ma al resto non si pensa. Qual è il resto? È tutta l’Europa che è stata ferita e non è ancora guarita. Altro che dramma ebraico, quello è dramma di tutti: laggiù non è morto solo l’uomo, ma l’idea di cosa è un uomo.”

“Ognuno accanto alla sua notte”, l’ultimo romanzo di Lia Levi edito da e/o è una storia intima e profonda di memoria collettiva.
Doriana, Gisella e Saul sono tre sconosciuti che si incontrano per caso durante un corso di inglese. Le due donne, in realtà, sono state amiche d’infanzia, ma dopo trent’anni senza vedersi fanno fatica a ritrovare la confidenza di quando erano bambine, e si sentono due estranee.

Uniti dalla loro difficoltà ad approcciarsi alla lingua straniera, decidono di ritirarsi in una casa in campagna per studiare insieme e, nel tentativo di familiarizzare, cominciano a raccontarsi.

All’inizio, la narrazione si mantiene su toni neutri, ma poi qualcosa accade. Qualcuno preme il tasto del dolore e i tre estranei comprendono di avere molto di più in comune che la semplice ostilità verso l’inglese. Condividono la memoria del passato, di un passato buio e doloroso che la penna di Lia Levi tratteggia con una prosa incisiva ma incredibilmente delicata.
In una cornice dai richiami boccacciani, Doriana, Gisella e Saul narrano tre storie molto diverse tra loro, unite da Storia e Destino, sullo sfondo di una Roma oppressa dalle leggi razziali.

Lia Levi tratteggia con mano sapiente le storie individuali dei suoi personaggi. Ognuno di loro fa una diversa esperienza del periodo storico, ognuno ha un diverso modo di reagire, di combattere, ognuno ha le sue zone di luce e le sue zone di ombra. Ognuno accanto alla sua notte, appunto.

Giulio Limentani è un commediografo di successo che si vede costretto a offrire il proprio lavoro attraverso un prestanome. Non solo; in quanto ebreo, non gli è neanche concesso di vedere i propri spettacoli, o di ascoltare gli sceneggiati alla radio, perché agli ebrei non è nemmeno concesso possedere una radio. Sua moglie Lucilla è stata cacciata dalla scuola pubblica dove insegnava e si è rifiutata di piegarsi all’oppressione andando ad insegnare alla scuola ebraica, rimanendo a casa e dando lezioni private. Emigrate in Canada la madre e la sorella, le uniche compagnie che rimangono a Lucilla sono la portinaia del palazzo e Patrizia, una cugina.

Giulio reagisce come può alla persecuzione, raccoglie attorno a sé giovani studenti e, con il pretesto di dare lezioni private, organizza un gruppo di resistenza clandestina. Nel frattempo, la guerra giunge al termine, Mussolini viene cacciato ed arrestato e sembra che all’orizzonte, insieme alle truppe alleate sbarcate in Sicilia, appaia uno spiraglio di speranza, ma non è così. L’invasione tedesca della capitale segnerà il capitolo finale e il più terribile della persecuzione.

Patrizia, la cugina di Lucilla, ha una figliastra, Colomba, figlia della prima moglie del marito. Colomba non ama la scuola. Come tutti gli altri ragazzi ebrei è stata costretta dalle Leggi a lasciare la scuola pubblica ed iscriversi a quella ebraica. Dopo le lezioni, vaga per Roma e un pomeriggio, mentre subisce un’aggressione da un gruppo di Balilla, incontra Ferruccio, figlio di un fiduciario del Fascio. Ferruccio però non è fascista, al contrario, prende con forza le distanze dall’appartenenza politica del fascio. Come nelle migliori storie, i due si innamorano e, noncuranti di quello che succede loro intorno, aprono sulla Storia uno spiraglio di libertà e speranza.

Graziano Sabatello è il figlio di Vittorio, uno dei dirigenti della Comunità Ebraica di Roma, ha quindici anni e nessuna intenzione di iscriversi alla scuola ebraica. Ha deciso che sarà la sua piccola ribellione personale contro l’oppressione fascista, costi quel che costi. In continua lotta con il padre, decide di portare avanti da solo la sua istruzione, con l’aiuto di Giulio Limentani, e entrerà con lui a far parte del gruppo di Giustizia e Libertà. Nonostante la giovane età, Graziano è coraggioso, caparbio, generoso e, soprattutto, lungimirante. Perché Graziano non cede di fronte all’accecante e micidiale ottimismo dei capi della Comunità Ebraica che, di fronte all’incalzare del pericolo tedesco, cercano soltanto di tranquillizzare la popolazione, convinti che ai tedeschi interessino solo gli oggetti e non le persone.

In un surreale clima di attesa e speranza, Graziano cerca in tutti i modi di ribellarsi, sollecita il padre perché la Comunità avvisi le persone di fuggire; i tedeschi non hanno preso solo tutti i libri e tutto il loro oro, ma anche l’anagrafe della comunità dove ci sono tutti i nomi e gli indirizzi degli ebrei di Roma. Nonostante il loro rapporto conflittuale, alla fine padre e figlio si troveranno però dalla stessa parte, uniti nel coraggio, nel destino e in un abbraccio tanto commovente da togliere il fiato.

Doriana, Gisella e Saul narrano storie che non sono esperienze personali, ma che fanno comunque parte della loro memoria, storie di cui portano la responsabilità, per chi le ha vissute in prima persona ma anche per loro stessi.

In questo senso, il romanzo di Lia Levi ci riporta all’importanza della memoria collettiva, questo bagaglio, che spesso diventa un fardello, ma che anche se non ci riguarda direttamente abbiamo il dovere e la responsabilità di conservarlo e tramandarlo. Con le sue parole profonde e dense, l’autrice scava in questa memoria e ce la consegna. Ora è anche nostra, ci è stata affidata, non possiamo più fingere che non lo sia.

Athos de Luca, promotore al Senato della Giornata della Memoria, a proposito di questa ricorrenza ha detto: “Abbiamo liberato gli ebrei dalla responsabilità di ricordare da soli”. 

Ecco, credo che questo romanzo così delicato, commovente ma anche intenso e doloroso, ci voglia proprio ricordare che il peso della memoria non può essere lasciato solo sulle spalle di chi ha vissuto l’Olocausto in prima persona, ma dobbiamo portarlo tutti insieme, come civiltà.

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