Il Papavero: il fiore del partigiano, della libertà e dell'oblio

Il Papavero: il fiore del partigiano, della libertà e dell'oblio
Di Alice Rita Giugni

Il fiore di Ipno, di Morfeo e di Demetra, del sonno, della dimenticanza e della consolazione, ma anche il simbolo dei morti in battaglia e della Resistenza, del sangue, del sacrificio e della libertà, il fiore del Partigiano: oggi saremo a bottega con il Papavero, la “rosa dei campi”.

Il papavero è una pianta annuale o perenne a seconda delle specie, appartiene alla famiglia delle papaveraceae. Cresce, sia in Europa che in Asia, nei campi coltivati e in maniera spontanea nei prati, ai margini delle strade o lungo i binari. Si può trovare ad una altitudine massima di 1700 metri e può arrivare a raggiungere gli 80 centimetri di altezza. Ha un fusto eretto, sottile e ricoperto da una sottile peluria, che se viene spezzato produce una sostanza lattiginosa che respinge gli insetti. Le foglie dentate e ricoperte come il fusto da peluria, sono suddivise in segmenti lanceolati. I fiori, che sbocciano da maggio a settembre, sono estremamente delicati, tanto da perdere i petali nel corso di un solo giorno. Nonostante i fiori siano così delicati, una pianta riesce comunque a produrne fino a 400 in una sola stagione. Si coltivano con facilità anche nelle zone più aride e non richiedono cure particolari.

Il nome papavero deriva dal latino papaver che a sua volta proviene dal celtico papa ovvero “pappa per bambini”, in riferimento all’antica usanza di mescolare i papaveri con i cibi destinati ai bambini per conciliarne il sonno. Il termine papavero è utilizzato anche, nell’espressione “alti papaveri”, come sinonimo di persona potente, che occupa un posto di rilievo. Tale significato si rifà ad un aneddoto che lo storico Tito Livio narra nell’opera Ab Urbe condita. Egli racconta che il re di Roma Tarquinio il Superbo, volendo mostrare al figlio il modo migliore per conquistare la città di Gabi, andò in giardino e recise le teste dei papaveri più alti, allegoria delle persone più autorevoli della città avversa.

Nell’antica Grecia il papavero veniva associato a Ipno, il dio del sonno, che era raffigurato con una corona di papaveri e a Morfeo, il dio dei sogni, il quale era rappresentato con un mazzo di papaveri fra le mani. Questa associazione tra il papavero e le divinità della notte era dovuta alle proprietà sedative e narcotiche di questa pianta, già allora note. Per gli antichi greci, il papavero era però anche simbolo di consolazione ed era connesso ad un’altra divinità: la dea Demetra. Secondo la mitologia greca, Dementra, la madre terra, divinità del grano e della fertilità, ritrovò la serenità persa a causa della perdita della figlia Persefone, rapita da Ade e portata negli inferi con sé per farla diventare sua moglie, solo bevendo infusi fatti con i fiori di papavero. Un’altra versione della stessa vicenda vuole che i papaveri siano nati proprio dopo il rapimento di Persefone. Demetra, in preda al dolore per la figlia scomparsa, cominciò a cercarla abbandonando la terra al suo destino. I campi avvizzirono e Zeus, preoccupato per la sorte degli uomini, promise alla dea che avrebbe fatto il possibile per riportare indietro Persefone. La ragazza, però, aveva mangiato alcuni chicchi di melagrana e le regole prevedevano che chiunque consumasse cibi o bevande degli inferi era obbligato a vivere per l’eternità nel regno dei morti. Tuttavia, Zeus riuscì a raggiungere un accordo con Ade: Persefone sarebbe rimasta negli inferi per tanti mesi quanti erano i chicchi di melagrana che aveva mangiato e avrebbe trascorso il resto dell’anno con sua madre Demetra. Quando Persefone tornò sulla terra, i prati cominciarono a ricoprirsi di erba e fiori e tra le spighe di grano sbocciarono dei papaveri di colore rosso scarlatto come la passione che Ade nutriva nei suoi confronti.

Gli antichi romani associarono il papavero alla dea Cerere, equivalente della dea greca Demetra. Cerere veniva raffigurata con ghirlande di papaveri per la presenza costante di questi fiori nei campi di grano.

Durante il Medioevo il papavero divenne il fiore simbolo della passione di Cristo e della sua morte poiché il rosso dei petali del papavero comune ricorda il colore del sangue. Il papavero assunse così un ulteriore nuovo significato: quello del sacrificio. Sulla scia di questa tradizione medievale che associa il papavero al sacrificio, nei paesi anglosassoni, i papaveri sono divenuti il simbolo dei soldati caduti sul campo di battaglia durante i due conflitti mondiali. In Inghilterra e nei paesi del Commonwealth, in occasione delle celebrazioni del Remembrance Day, conosciuto anche con il nome di Poppy Day (Giorno dei Papaveri), i veterani appuntano un papavero rosso all’occhiello della giacca in memoria delle vittime della Prima e della Seconda Guerra Mondiale. Sono stati scelti questi fiori, non solo per il loro significato legato al sacrificio e per il colore dei petali che ricorda il sangue versato, ma anche perché il papavero comune è una pianta annuale che si riproduce facendo cadere sul terreno i propri semi che possono rimanere attivi anche per molti anni. Durante la Prima Guerra Mondiale lo scoppio delle bombe faceva finire i semi sottoterra e i nitrati, presenti negli esplosivi, fungevano da fertilizzante incrementando molto la normale fioritura dei papaveri. Il periodo tra il 1915 e il 1918 fu caratterizzato da una massiccia diffusione dei papaveri, ben oltre la norma. Questa situazione anomala della vasta diffusione nei campi dei “papaveri di guerra” fu immortalata nella poesia “In Flanders Fields” dell’ufficiale John McCrae. La poesia venne pubblicata su una rivista e conquistò una professoressa americana: Moina Belle Michael. La donna iniziò a utilizzare i papaveri in occasioni di manifestazioni in memoria dei soldati morti in guerra e l’idea ebbe un tale successo che i fiori cominciarono a essere venduti con l’obiettivo di destinare il ricavato alle famiglie dei reduci.

In Italia ritroviamo il fiore di papavero come simbolo dei morti caduti in battaglia e, in particolare il papavero rosso, è divenuto il simbolo della Resistenza. Utilizzando le parole della canzone “Bella Ciao”, il papavero è il “fiore del partigiano morto per la libertà”. Dai petali rossi come il sangue versato, simbolo di sacrificio, il papavero diviene l’emblema della libertà stessa: è un fiore da ammirare ma non cogliere, nel momento in cui si recide perde, infatti, i suoi petali. Un fiore che non si può possedere ma solo osservare nella sua libertà. Un fiore fragile preso singolarmente, ma che trova la sua forza nell’unione con gli altri divenendo, grazie alla moltitudine, inarrestabile: un cespo di papaveri è infatti capace di produrre fino a 50.000 semi, ed è a tutti gli effetti una pianta infestante. Si possono cogliere tanti papaveri come si possono uccidere molti uomini, ma non si può fermare la loro fioritura a primavera proprio come non si può distruggere l’ideale della libertà.

Il Papaver comprende 55 specie conosciute, tra le più note ci sono il papaver rhoeas cioè il papavero comune con i suoi fiori rossi, il più diffuso nei campi e il papaver somniferum, dai fiori oltre che rossi anche bianchi, rosa e viola. Sicuramente non la specie più nota, ma assolutamente da citare per la particolarità del suo colore, è il papavero dell’Himalaya, che produce splendidi fiori blu con il centro giallo o bianco.

Il papaver rhoaes, detto anche rosolaccio, ampiamente diffuso in Italia, originario delle regioni medio-orientali, è apparso in Europa con l’introduzione delle colture dei cereali e da allora i suoi petali sono stati usati nella medicina popolare per preparare pozioni sedative e leggermente narcotiche. I petali, fragili e di colore rosso, presentano una macchia nera alla base e contengono una discreta quantità di mucillagini e la readina, alcaloide dalle presunte proprietà sedative e bechiche. Viene utilizzato come calmante per la tosse, emolliente e bechico nella terapia delle bronchiti catarrali acute. Si tratta di un fiore dalla storia molto antica le cui proprietà blandamente narcotiche erano già conosciute dalla civiltà mesopotamica. In passato le donne utilizzavano la tintura rossa ricavata dai petali del rosolaccio per colorare labbra e guance.

Il papaver somniferum, noto anche come “papavero da oppio”, è una pianta tossica facile da trovare allo stato spontaneo nelle zone collinari che non superano i 1.200 metri di altitudine. L’intera pianta è percorsa da una rete di canali lattiferi nei quali scorre un lattice bianco; è quasi interamente velenoso fatta eccezione per i semi maturi. L’industria farmaceutica utilizza l’oppio, cioè il lattice ricavato dall’incisione delle capsule immature che, lasciato all’aria, si rapprende in una resina scura. Dopo l’essiccazione si usano anche le capsule immature stesse che permettono di ottenere vari alcaloidi. L’oppio ne contiene circa 25 tra cui morfina, codeina, papaverina, noscapina e tebaina. La morfina è un sedativo del sistema nervoso centrale, allevia il dolore, calma la tosse e rallenta la peristalsi intestinale. Tutti gli alcaloidi dell’oppio sono narcotici, ipnotici e stupefacenti. L’uso prolungato porta ad un avvelenamento cronico, cui consegue il decadimento fisico dell’individuo e infine anche la morte. Allo stato grezzo, l’oppio è utilizzato come materia prima di farmaci e stupefacenti. Le proprietà della pianta del papavero da oppio erano già note ai Sumeri, ai Caldei e agli Assiro-Babilonesi che ne introdussero l’utilizzo in Egitto. Anche gli antichi Greci e Romani usavano l’oppio come sedativo. Marco Aurelio, imperatore, filosofo e scrittore romano, ne utilizzava grandi quantità, tanto da essere considerato dagli storici il primo imperatore oppiomane. In Cina, nel XVII secolo, il divieto di fumare tabacco spinse la popolazione a fumare oppio puro. In Asia, l’oppio è stato anche al centro di due conflitti, passati alla storia come Guerre dell’oppio, che hanno coinvolto l’impero cinese e il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda.

“A ces fragiles tâches rouges, à ces larmes de vie que personne ne provoque et qui viennent pourtant imprévisibles, au beau milieu des champs, au beau milieu des jours, de nos jours.”

Christian Bobin

Grazie per essere state e stati “a bottega” insieme a me dall’ipnotica e combattente “rosa dei campi”, colei che ricorda, commemora e può aiutare ad annegare nel sonno e nell’oblio.

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