Il tempo incide sulle storie

Il tempo incide sulle storie
Elisa Belotti

Storie dalla Città di R. è la rubrica in cui, ogni mese, viene proposto un libro per l’infanzia che rappresenta e trasmette la convivenza delle diversità, un testo capace di trasformare le nostre comunità in luoghi più inclusivi e accoglienti. Oggi parliamo di come cambia la letteratura per bambini e bambine nel corso del tempo.

Recentemente ho riletto una serie di libri fantasy che avevo amato molto da bambina e che si è completata pochi mesi fa con un ultimo testo. Il primo volume di questo viaggio nel mondo magico è stato pubblicato nel 2005 con il titolo Il segreto delle gemelle. Già autrice di W.I.T.C.H., la prima serie di fumetti Disney italiana per ragazze, Elisabetta Gnone ha dato vita a una vera e propria saga che si comporrà, negli anni successivi, di due libri per completare il nucleo centrale della storia (L’incanto del buio e Il potere della luce), poi quattro volumi per costituire I quattro misteri e un albo illustrato dal titolo Un anno al villaggio. Nel 2020, però, per celebrare i quindici anni dalla prima pubblicazione e riprendere le avventure di Fairy Oak, si aggiunge un ulteriore tomo: La storia perduta.

I libri della saga di Fairy Oak

Lo scenario che fa da sfondo alle vicende è un piccolo villaggio chiamato, appunto, Fairy Oak, costruito attorno a una grossa quercia. È abbastanza isolato dal resto del mondo, di cui sappiamo ben poco, quindi le avventure dei personaggi si snodano tra la spiaggia e la scogliera, i boschi e i vicoli di un borgo di altri tempi. La comunità coinvolta è ristretta e dalle consuetudini sociali ben codificate: la famiglia è l’istituzione centrale e i ruoli di genere sono definiti in modo netto. Le protagoniste sono due e sono gemelle: Pervinca (detta Vì) e Vaniglia (chiamata Babù). Sono entrambe dotate di poteri magici, ma la prima del buio e la seconda della luce, circostanza che renderà la loro adolescenza abbastanza difficile. L’intera trilogia si basa proprio sulla differenza tra le due sorelle e sulla loro complementarità. Come ogni storia di formazione che si rispetti, anche Vì e Babù per crescere devono scontrarsi con degli ostacoli e, in particolare, con un nemico: il Terribile Ventuno. Si tratta di una forza oscura e malvagia che vuole sovvertire l’ordine del mondo e romperne l’equilibrio.

È quindi di una saga abbastanza canonica, che riprende alcuni topoi presenti nella letteratura per l’infanzia per raccontare la natura, il suo carattere forte e rigoglioso, che va al di là dell’azione umana, e la presenza al suo interno di elementi complementari. Rileggendo i primi libri in età adulta, però, mi sono scontrata con un dato di fatto che vale per ogni testo dedicato a bambine e bambini: la letteratura per l’infanzia è molto sensibile ai cambiamenti della società che la produce, forse addirittura più di altri generi. È inevitabile perché raccoglie al suo interno, in modo sintetico e iconico, i cardini su cui si basa l’attenzione pubblica. I libri per bambini sono un concentrato di ciò che la società ritiene importante e vuole tramandare alle generazioni future e anche tutti gli stereotipi e i bias che la caratterizzano che la portano a comportarsi in modo automatico. Tornando a Fairy Oak, perché dico che si sente lo stacco di quindici anni che ci separa dalla sua nascita? E come dobbiamo comportarci con i libri che racchiudono dei principi diversi da quelli che si stanno diffondendo oggi?

L’ultimo volume della saga

Per rispondere alla prima domanda riporto un esempio. In uno dei primi volumi della saga le protagoniste ricevono dalla zia, che si occupa della loro educazione, il Libro antico, cioè un vecchio tomo che racconta l’origine del loro popolo. All’interno di queste pagine impolverate Vì e Babù scoprono la «festa della Responsabilità», presentata e percepita da loro come un evento meraviglioso. In cosa consiste? Era un momento di passaggio dall’infanzia all’adolescenza, in cui i ragazzi (magici) gareggiavano tra loro in competizioni e giochi a suon di incantesimi, mentre le ragazze (anch’esse magiche) indossavano «l’abito della Responsabilità», pesante perché intessuto d’argento, guardavano nel fiume per vedere il volto del loro futuro marito. Al termine delle due cerimonie (separate), si concludeva la festa con una danza. Oltre all’eteronormatività pervasiva di questa scena, si nota bene come le ragazze vengono orientate verso la vita matrimoniale, mentre i ragazzi verso l’uso della forza e dei propri talenti.

Mi si potrebbe ribattere che questo episodio è inserito nei primi libri e non nell’ultimo e che, soprattutto, riguarda un lontano passato del villaggio e non il presente della storia. Vero, ed è infatti la ragione per cui è necessario non soffermarsi unicamente sulla «festa della Responsabilità», ma sull’intera costruzione narrativa. In tutti i volumi, compreso La storia perduta (2020), i personaggi seguono uno schema costante: a quelli maschili sono associati coraggio e genialità, a quelli femminili la pazienza e la calma. Chi esce da questo coro esclusivamente binario subisce lo stigma. È il caso di Shirley Poppy, una ragazza incredibilmente geniale che racchiude in sé sia i poteri della luce che quelli del buio e che viene presentata come outsider. Lo stesso stigma colpisce anche una delle protagoniste, Pervinca, a cui viene spesso rimproverata la sua mancata adesione ai codici di comportamento incarnati in pieno da Vaniglia. Nonostante, quindi, nell’ultimo volume della saga ci sia anche un confronto tra Vì, Tomelilla (la zia) e Duff (un altro adulto di riferimento per le protagoniste) sul matrimonio e su come si possa essere persone realizzate anche senza sposarsi, questo non basta per rimediare agli stereotipi di genere che pervadono Fairy Oak.

Si sente, quindi, che i primi libri hanno quindici anni e che l’ultimo è ben amalgamato con il resto della narrazione. Di questo non ci si può nemmeno stupire troppo proprio per la distanza temporale che separa l’inizio e la conclusione della saga. Il tempo e le trasformazioni che esso comporta incidono inevitabilmente anche sulla letteratura per l’infanzia. Di conseguenza una saga che mette in scena tutti personaggi bianchi, eterosessuali, binari e orientati al matrimonio ci risulta meno vicina alle nuove (o meglio più evidenti) esigenze dei bambini e delle bambine di oggi. Cosa fare allora? È giusto bandirla dalle librerie dei più piccoli?

Fairy Oak contiene molti elementi lodevoli, come svariati esempi di disubbidienza positiva (tema spesso dibattuto oggi), un’attenzione verso il mondo animale che si avvicina all’antispecismo e al rispetto per la biodiversità naturale. La soluzione, allora, non è eliminare in toto la lettura di una saga che mantiene vivi gli stereotipi di genere perché, così facendo, si perderebbe tutto il resto di ciò che può offrire. La risposta più efficace è accostare Fairy Oak ad altri testi per l’infanzia, scritti in anni più recenti e da persone che si occupano specificatamente di identità di genere, per moltiplicare e arricchire le narrazioni a cui accedono i bambini e le bambine. Mostrare loro esempi diversi e plurimi di femminilità e mascolinità (e, perché no, di non binarismo) li rende più consapevoli e più liberi di esprimere se stessi. Limitare il racconto dei ruoli di genere e delle loro interazioni a un’unica storia mantiene, invece, vivo lo stereotipo e la semplificazione.

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