Pensavo di essere una donna invece sono solo uno stereotipo

Pensavo di essere una donna invece sono solo uno stereotipo
Di Gabriella

Mi chiamo Gabriella, un nome di fantasia, e ho proposto questa rubrica a Le donne della porta accanto perché finalmente si stanno ri-aprendo gli occhi sulla violenza domestica, sui suoi diversi aspetti e sulle sue terribili conseguenze.
Secondo i dati, ogni giorno in Italia 89 donne sono vittime di reati: nel 62% dei casi sono vittime di maltrattamenti in famiglia.

Non farò un elenco di quante donne vengono uccise né dei motivi, che a quanto pare sono sempre abbastanza futili, ma partendo dalla mia storia tenterò di raccontare quello che succede nella mente (e nell’anima) di una donna quando subisce violenza psicologica per anni, senza rendersene conto, e di come sia subdola, maligna e perfida una violenza che non sembra tale perché astratta, fino a quando non inizia a trasformarsi in violenza fisica.
Vorrei raccontare di quanto, oltre ad essere vittima di un uomo, siamo vittime di stereotipi a cui anche noi stesse siamo legate.

Siamo nel 2022 e se provi a confidare a qualcuno che forse stai subendo violenza la prima risposta che riceverai sarà: “e allora perché non te ne vai?”. Dite la verità, lo avete pensato anche voi. Già.

È proprio questo che cercherò di mostrarvi. Di come sia difficile prendere coscienza di cosa ci sta accadendo e di come sia poi difficile uscirne. Io ci ho messo anni di terapia psicologica (esistono moltissimi centri che la fanno pagare pochissimo), di pasticche per i disturbi dell’ansia (eh già, anche quelle) e di classi di yoga e meditazione per supportare il corpo, stanchissimo e la mente, completamente debilitata (in seguito approfondirò tutti questi argomenti).

Con questi racconti vorrei che le donne che in questo momento stanno subendo violenza e non se ne rendono conto trovassero qualcosa in comune con me, in modo da poter aprire gli occhi e, chissà, forse salvarsi dall’oblio. Se leggendo questi articoli anche solo una donna sarà in grado di riconoscere ciò che le sta accadendo, allora avrò raggiunto parte dell’obiettivo.

Chi sono

Come già detto mi chiamo Gabriella, cioè non mi chiamo così ma non ha importanza. Ho quasi 40 anni e sono cresciuta in una normalissima famiglia medio borghese del centro Italia. Ho un fratello e una sorella, due genitori tranquilli e dediti alla famiglia, ma molto progressisti. Mia madre non è brava a cucinare e non ama fare le lavatrici e quando aveva 20 anni partecipava ai collettivi femministi e scriveva su riviste di un certo spessore. Mio padre invece ha sempre cucinato e ha sempre idolatrato le donne, che secondo lui sono le vere padrone del mondo.

Tutto questo per dirvi che, vista da fuori, mai e poi mai qualcuno avrebbe potuto anche lontanamente sospettare che io potessi diventare vittima di violenza domestica. Ma è proprio questo il primo stereotipo che va compreso e superato: può succedere a chiunque. E per chiunque intendo proprio chiunque: donne timide, donne aggressive, donne istruite e donne analfabete, donne che sembrano “toste” e donne sane mentalmente. Aspettatevi lo stesso dagli uomini.
Non devono per forza essere alcolizzati, tossici o criminali. Possono essere tutti gli uomini, anche il collega d’ufficio che carino e spiritoso con cui di solito dopo il lavoro andate a prendere l’aperitivo.

Nel mio caso, l’uomo in questione è stato educato e disponibile fino a quando abbiamo deciso di andare a vivere insieme e di iniziare a condividere qualcosa in più. Pur essendo una decisione enorme, il “mio lui” era riuscito ad incantarmi con chiacchiere e gesti che mai avrei pensato potessero venire da un uomo in realtà violento, aggressivo, egoista e assolutamente incapace di amare. Il peggio è che ancora oggi, nonostante tutto, non crede che si sia trattata di violenza ma di un (mio) vittimismo inutile e dannoso. Credo siano i casi peggiori perché vuole dire che la violenza è la base del loro modo di vivere e non lo modificheranno mai.

Quanti anni ci ho messo a prendere consapevolezza e a riuscire ad affrontare quella che poi ho scoperto essere definita “dipendenza affettiva”?

Troppi. Perché ce ne vogliono tanti. I miei sono stati ben 9. Avevo 28 anni, avevo da poco iniziato da poco a lavorare in una bella azienda, condividevo un appartamento con un’amica e avrei voluto trasferirmi all’estero e vivere in posti diversi, cambiando città magari ogni 3 o 4 anni. Questo era il mio sogno che ho mandato in frantumi a causa di una relazione completamente disfunzionale che mi ha causato non solo un grosso esaurimento nervoso, ma anche una condizione di disagio con gli uomini che nonostante adesso sia decisamente meno pesante, è stata comunque un problema.
Di lui non vi dirò un granché ma posso dirvi che, almeno all’apparenza, era quello che tutti definirebbero “un bravo ragazzo”, di buona famiglia, ben vestito, pettinato, non ricco ma benestante e molto, molto bravo con le donne.

Avete il quadro completo?

Spero di sì. Perché nel prossimo articolo vi spiegherò quali sono stati i segnali di allarme che mi hanno fatto scattare la sensazione che qualcosa non andava e quando è il caso di ascoltare le amiche, cercando di guardare oltre “il prosciutto sugli occhi”.
Intanto, se siete in difficoltà e pensate che il mio caso sia anche il vostro, chiamate il 1522 oppure il Telefono Rosa. Fatelo subito, voi avrete la mente completamente offuscata ma loro sapranno cosa dirvi, e come farlo.

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.