Il filo invisibile

Il filo invisibile

Di Chiara Cozzi

Il filo invisibile non è un capolavoro, ma non ha la pretesa di esserlo. Il film di Netflix diretto da Marco Simon Puccioni con protagonisti Filippo Timi, Francesco Scianna e Francesco Gheghi ha un obiettivo molto più semplice: la normalità.

I personaggi sono infatti quella che verrebbe definita una famiglia arcobaleno, ma a cui io preferisco riferirmi semplicemente come “famiglia”: Timi e Scianna interpretano Paolo e Simone, una coppia omosessuale insieme da vent’anni, che ha coronato il sogno di avere un bambino grazie a Tilly, un’amica di famiglia statunitense che si è offerta di essere la madre surrogata di Leone, adolescente ai tempi in cui la storia ci viene raccontata. Una famiglia che, come tutte, affronta degli alti e dei bassi e che si concludono con la decisione dei due uomini di divorziare.

Fin dal primo momento ne Il filo invisibile si respira amore, quell’amore tipico del concetto di famiglia, universale e soprattutto unico, che non fa differenze di genere.

La storia, narrata spesso in prima persona dal giovane Leone, assume un aspetto innocente, giovanile e a tratti infantile. Infantilismo con cui tutti da piccoli ci siamo trovati a fare i conti, convinti che la nostra famiglia fosse la migliore del mondo, che i nostri genitori non si sarebbero mai separati e che tutti saremmo stati insieme per sempre.
A volte, però, le cose non vanno come avremmo creduto e voluto, ed è qui che si mette in moto la narrazione, carburando ancora di più quell’amore che non viene mai a mancare durante tutto il film.

La normalità a cui aspira Il filo invisibile è proprio quella di dimostrare che l’amore esiste ovunque, in ogni famiglia, e non solo tra i recinti pacifici e soleggiati della normatività.
D’altronde, che cos’è la normalità? Ma soprattutto, siamo così sicuri che esista, oppure è ormai più preferibile puntare all’unicità? Puccioni costella la sua pellicola di tante piccole domande simili a queste, portando lƏ spettatorƏ da un lato a interrogarsi sul proprio privilegio (anche burocratico: sembra impossibile da credere, ma davanti alla burocrazia ci sarà sempre chi è messo peggio di noi), dall’altro s chiedersi quante cose hanno in comune con gli altri.

Il ritratto della famiglia Ferrari-Lavia che emerge è quello che si può trovare ovunque guardandosi intorno, ma su cui le istituzioni ancora non hanno fatto abbastanza luce: persone con i propri problemi, dubbi, pregi e difetti. E ovviamente tanto amore da dare a un bambino che, seppur non figlio biologico, oltrepassa tutti i limiti delle convenzioni e mostra che famiglia non è solo un concetto anagrafico e genetico, ma va oltre diventando qualcosa che non può più definirsi materiale ma che è tempo di riconoscere anche quando non incontra i canoni di ciò che è definito normatività.


Ne Il filo invisibile è assolutamente da apprezzare il fatto che non si cada quasi mai preda di quei cliché pericolosamente in agguato quando il cinema mainstream italiano decide di trattare tematiche come l’omosessualità. Nonostante la sceneggiatura non sia delle più eccelse (considerando che intende comunque strizzare l’occhio a un target di spettatori adolescenziale) il film si lascia guardare in maniera totalmente piacevole, senza imbattersi in troppi errori di retorica e cercando di dare una lezione di vita a chi sostiene che di famiglia ne esista una sola.

Il regista sceglie di raccontare il dramma di molte famiglie attraverso i toni di una commedia che spesso ricorda quella degli errori tipicamente plautina, smorzando ulteriormente quell’aura nera di pesantezza che spesso aleggia sulla narrazione di determinati temi. Non c’è comunque spazio per il ridicolo o per il macchiettistico: Scianna e Timi offrono infatti delle interpretazioni buone e credibili e soprattutto dignitose nei confronti della comunità LGBTQI+.
Non sono dei comic side, e nonostante nel film ci siano dei momenti divertenti in cui loro stessi sono protagonisti, ricordano i personaggi tipici del cinema di Ozpetek come in Le fate ignoranti o Saturno contro.

In sostanza, Il filo invisibile si presenta al pubblico come un ottimo tentativo per educare i più giovani, ma allo stesso tempo anche i più generalisti e tradizionalisti, non alla diversità ma all’unicità, a forme e aspetti diversi di un unico fenomeno che si manifesta in mille sfumature; un punto di partenza ottimo per creare una cinematografia inclusiva e rispettosa del prossimo, delle minoranze e delle cosiddette diversità.

Il mondo in bianco e nero sarà pure elegante, ma Il filo invisibile ci insegna che a colori è più bello.

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