E aveva un cuore

Di Livia Motterle

Perché chiamare Gramigna Rossa un blog sulla sessualità? Non sarebbe questo un nome più indicato per una rubrica dedicata alla botanica?
La gramigna rossa, volgarmente conosciuta con il nome di erba canina, è una pianta infestante che trova il suo terreno preferito ai bordi delle strade, nei marciapiedi.
Poche persone sanno però che possiede delle proprietà diuretiche, depurative, antinfiammatorie, rinfrescanti, dissetanti e che è utile per le infiammazioni dei reni e dell’apparato urinario in generale. Nonostante ciò, la gramigna rossa è una pianta che viene eliminata perché disturba, invade, crea disordine.

Così come loro, le donne che vengono volgarmente chiamate puttane, battone, zoccole, mignotte, lucciole, ragazze squillo, lolite, donne di vita. Come la gramigna rossa, le lavoratrici sessuali sembrano infestare i marciapiedi, disturbare e infastidire.

Ma perché, se sono persone adulte che scambiano volontariamente servizi sessuali a pagamento con altre persone adulte? Se, a differenza delle persone vittime di tratta a fini di sfruttamento sessuale, hanno scelto di entrare nel mondo del lavoro sessuale e lottano per ottenere condizioni basiche lavorali?

Poter offrire a una persona un’esperienza all’insegna del piacere e della passione in un contesto comodo, rilassato ed erotico, è quello che fanno le professioniste del sesso.
Pattuiscono previamente con il cliente (o con la cliente) la durata e il tipo del servizio, contando sulla libertà di non attenderlo (o non attenderla), perché, le lavoratrici sessuali autonome, a differenza delle donne vittime di tratta a fine di sfruttamento sessuale, non dipendono dai magnacci come si suole pensare.

Offrendo poi i loro servizi in hotel, nel proprio domicilio o attraverso internet, riescono a raggiungere un’indipendenza economica facendo quello che molte donne realizzano nell’ambito di un accordo matrimoniale basato in un tacito intercambio tra beni materiali e servizi domestici e sessuali.

Perché quindi la donna che vende servizi sessuali in cambio di denaro viene chiamata puttana mentre la donna che scambia servizi sessuali dentro il matrimonio viene chiamata santa?

Perché sono così temute le donne che si dimostrano di fronte alla società dominatrici della propria vita e della propria sessualità? Perché si creano immaginari che considerano i loro corpi sporchi, infetti, peccaminosi, indecenti?


Questi e altri interrogativi mi hanno guidato a specializzarmi nel comprendere il fenomeno del lavoro sessuale, e, più in generale, a dedicarmi allo studio di tematiche relative al piacere, alla sessualità, al corpo e al femminismo. Ed è così che da dodici anni cerco di ibridare l’antropologia di genere con l’attivismo femminista che lotta per i diritti delle lavoratrici sessuali.

Nel 1972, Simone De Beauvoir affermava che diventò femminista quando riconobbe la sua solidarietà con altre donne invece che la sua separazione da loro.
Quando iniziai a collaborare con le lavoratrici sessuali di Barcellona, nel 2012, le parole della scrittrice e filosofa francese mi risuonarono nel cervello (ma soprattutto nel cuore) nel rendermi conto che la mia coscienza femminista nacque lì, con loro, con le lavoratrici sessuali.
Partecipare insieme ad alcune azioni rivendicative caratterizzate da slogan femministi come “Il mio corpo è mio”, mi fece riflettere sulla mia propria condizione di donna.

La loro lotta dovrebbe essere la lotta di tutte le donne, perché, chi tra di noi non è stata almeno una volta chiamata puttana, solamente per il semplice fatto di non avere un compagno fisso, per aver indossato una minigonna o per non essersi sottomessa ai desideri maschili?

Effettivamente, come ricorda Rachel Osborne, un’antropologa spagnola: “(…) le lavoratrici sessuali lanciano le stesse questioni delle femministe (e di tutte le donne): aspirano al diritto al lavoro, a ricevere protezione contro la violenza e a una vita sessuale nella forma che ciascuna preferisca.
Queste sono questioni importanti per il femminismo, quindi la lotta deve essere la stessa” (1991:89).
Sempre sarò quindi riconoscente verso queste donne (eterosessuali, lesbiche e trans) per avermi insegnato il loro modo di abitare il femminismo, l’allegria e il piacere. E, soprattutto, per avermi mostrato il loro cuore.

L’immagine che apre il testo è un olio su tela del pittore valenciano Enrique Lombardo e s’intitola: Y tenía corazón (in italiano: E aveva un cuore).
La luce che entra attraverso la finestra illumina le due figure protagoniste di questo quadro: il medico e la donna.
Sembra che il medico non riesca a capire la ragione per la quale nel corpo di una prostituta potesse trovarsi lo stesso cuore di qualsiasi altro essere umano. La sua mano destra, parzialmente appoggiata sopra il tavolo dell’autopsia, aiuta il medico a mantenersi solidamente sulle sue gambe, di fronte alla perturbante presenza del cuore… ebbene sì, anche una prostituta possiede un cuore!

Anche lei ha un cuore che batte, che si innamora, ma soprattutto si arrabbia e lotta per i suoi diritti. Anche lei ama ed è amata. Anche lei si sposa e si divorzia, educa i propri figli e spera che crescano felici.
Anche lei esce la sera con le amiche o rimane a leggere a casa. Anche lei decide, sceglie e a volte si sbaglia. Mostruoso quindi non dovrebbe essere il fatto che una lavoratrice abbia un cuore. Mostruoso dovremmo considerare chi crea questa convinzione mostruosa e chi crede in essa.

Forse, per qualcuna di voi lettrici, i testi che pubblicherò in questa rubrica, potranno essere perturbanti, o potranno stupirvi, con la stessa intensità che ha catturato il medico quando incontrò quel cuore.
O, ancora, potranno scomodarvi e infastidirvi come la gramigna rossa che cresce ai bordi del marciapiede.

Ma già da troppi anni la sessualità, il desiderio e il piacere sono rimasti dei personaggi secondari nel palcoscenico delle nostre preoccupazioni.

Occupiamoci dunque di loro e abbandoniamoci al nuovo, al bello, al gioco, all’erotismo. Con curiosità e allegria.
Seduciamo e lasciamoci sedurre. Spogliamoci di pregiudizi e ascoltiamo. Impariamo. Proviamo a utilizzare quello sguardo lento e contemplativo che si assomiglia allo sguardo della poetessa, e che è, per me, lo sguardo dell’antropologia. Uno sguardo obliquo, divergente.
Uno sguardo che instaura la incertezza perché non declama patroni assoluti e nemmeno norme eterne, e rifiuta la linearità del tempo.

Procuriamoci un rossetto rosso che riscaldi le nostre parole (e i nostri silenzi) e definisca il contorno di una fragorosa risata. Spogliamoci della colpa per vestirci di una sensata irrazionalità.
Perché ci rimane solo la pelle, con i suoi vizi e ferite, a ricordarci che siamo corpi, corpi protagonisti di infrazioni e contrabbandieri di balli e risate.

Diamo spazio all’organo che ci mantiene vivi, l’organo principale dell’apparato circolatorio, quel muscolo concavo che negli esseri umani possiede la misura di un pugno e funziona come una bomba aspirante e impellente che impulsa il sangue attraverso le arterie per distribuirla a tutto il corpo: il cuore. Diamogli spazio per sentire, per non rimanere indifferenti, per sintonizzarci sulle frequenze di una godereccia melodia che ci inviti ad alzarci dal divano e a ballare follemente.