“Il corpo del testo” spiega perché la linguistica transfemminista queer ci riguarda tutt*

“Il corpo del testo” spiega perché la linguistica transfemminista queer ci riguarda tutt*
Di Sofia Brizio

Oggi inauguriamo la rubrica Interfeminism a cura di Sofia Brizio, che tratta temi di femminismo intersezionale e internazionale riflettendo su un tipo di femminismo molto diffuso soprattutto in USA e in UK, dove Sofia ha studiato. Il femminismo intersezionale incorpora e fa proprie le lotte contro tutti i tipi di discriminazione sociale, come classismo, razzismo, omobitransfobia e abilismo, e merita perciò di essere letto in maniera globale in tutti i sensi. 

No, quell’asterisco nel titolo al posto della –i a cui siamo abituati non è un errore di battitura. È uno degli espedienti fondamentali della grammatica inclusiva che sta prendendo piede negli ultimi anni, prodotto della linguistica transfemminista queer. Il corpo del testo: Elementi di traduzione transfemminista queer, libro di Laura Fontanella pubblicato da Asterisco, è un’illuminante lettura su come le parole siano fondamentali nel definire, e quindi anche cambiare, la realtà in cui viviamo. Le parole hanno un ruolo chiave soprattutto nel contesto del femminismo intersezionale, che si propone di includere quante più istanze di gruppi emarginati possibile, riconoscendo che le esperienze di vulnerabilità possono essere multiple e multiformi, come ad esempio nel caso di persone non binarie di colore o donne appartenenti alla comunità LGBTQ+. 

Il mio interesse per la linguistica, le traduzioni e le trasposizioni culturali è nato quando ho iniziato a studiare giornalismo e Cultural Studies all’Università di Cardiff. Mi sono presto resa conto che molti costrutti neutrali della lingua inglese risultano di difficile traduzione in italiano, poiché l’italiano è una lingua largamente basata sul binarismo di genere. Parlando inglese, mi trovavo spesso a utilizzare il cosiddetto ‘singular they’, un espediente per il quale nel parlare di qualcuno di cui non si conosce il genere, si usa la terza persona plurale per evitare equivoci. Per esempio, nella frase “A child lost their toy at the park today”, l’uso dell’aggettivo possessivo ‘their’ (‘suo’, terza persona plurale) in riferimento a ‘child’ sta a indicare che il genere del bambino (‘child’, in inglese sostantivo neutro) non è noto a chi sta parlando. Ciò in italiano viene tradotto usando una sorta di maschile universale, per cui la frase diventa ‘un bambino ha perso il suo giocattolo al parco oggi’. Nella testa del lettore automaticamente apparirà l’immagine di un bambino di sesso maschile e, solo dopo, forse, lo stesso lettore si ricorderà che, a rigor di logica, il bambino potrebbe anche essere una bambina. Un lettore ancor più consapevole osserverà che potrebbe anche non essere né l’uno né l’altra.   

Ricordo una conversazione in riva al mare avuta con il mio migliore amico su questo argomento alla fine del mio primo anno di università. Mi ero abituata a parlare inglese a tal punto che la lingua italiana mi sembrava ora poco familiare, qualcosa che dovevo sforzarmi per ricordare facendo anche errori frequenti. Ma soprattutto, il non-binarismo dell’inglese mi aveva resa più consapevole del non-binarismo della realtà, del fatto che niente è bianco o nero. Posi al mio amico la questione del ‘singular they’: “È assurdo che non esista in italiano, dopotutto è la lingua neolatina per eccellenza, e il latino il neutro ce l’aveva eccome!”. Arrivammo alla conclusione che ovviamente la desinenza neutra, con il tempo, è stata assorbita dal maschile già dal latino classico, ma la risposta non mi soddisfò. Facevo fatica (e faccio fatica tutt’ora) a capire perché, al di là di ragioni che mi erano sempre state spacciate per puramente etimologiche e tecnicamente linguistiche, nessuno si sia posto il problema di come magari qualcuno che si trova in un gruppo composto da varie identità di genere non sia a suo agio ad essere etichettato col maschile plurale universale. Forse qualcuno si è posto il problema, ma non un numero di persone sufficiente da attuare un cambiamento duraturo. 

Fortunatamente, negli ultimi anni, attivist*, linguist* e collettivi femministi in Italia, Francia e Spagna hanno posto l’accento su questo problema, ma, come spiega Fontanella, quasi sempre prendendo spunto da teorie di studiosi anglofoni, che si sono posti il problema pur essendo la lingua inglese abbastanza neutrale per natura. La linguistica queer entra in gioco per rendere il genere linguisticamente quanto concettualmente fluido. Da qui espedienti come l’asterisco (*) la schwa (ə), la chiocciola (@) o la u in desinenza per trovare un’alternativa inclusiva alle declinazioni di genere. Ma perché in Italia facciamo così fatica ad accettare il non-binarismo? Il corpo del testo ci mette di fronte ai limiti sociali, culturali e politici del nostro paese, oltre che linguistici. Il problema diventa quindi duplice: da una parte, la lingua italiana è attualmente inadeguata a descrivere qualsiasi identità che esuli dal binario maschile-femminile, dove il maschile è comunque sempre in posizione predominante, ma la volontà di cambiare c’è; dall’altra parte però, questa volontà di cambiare si scontra con una maggioranza di lettori e lettrici purist* della lingua, o che desiderano testi facilmente digeribili. 

D’altronde, come dice Norman Fairclough, il linguaggio è una pratica sociale influenzata dalle scelte grammaticali, lessicali e retoriche che a loro volta influenzano il modo in cui la realtà è percepita e rappresentata. La lingua che parliamo, quindi, influisce anche sul modo in cui pensiamo. Se si parla soltanto italiano sarà molto più difficile pensare e concepire la realtà al di fuori del binarismo di genere. Ciò può rappresenta un problema non indifferente nella traduzione di testi dall’inglese all’italiano: come tradurre una lingua che ha una concezione di genere completamente diversa dall’Italiano?

Nel suo Il corpo del testo, Laura Fontanella spiega allora come anche l’atto di traduzione diventa politico nel momento in cui vengono fatte specifiche scelte lessicali. Nasce così la traduzione femminista prima, e quella transfemminista queer poi, con l’obiettivo di trasmettere un determinato posizionamento politico attraverso la traduzione di qualsiasi prodotto letterario: “Se la traduzione femminista aveva per scopo far emergere il ‘femminile’ attraverso neologismi e nuove narrazioni, ecco che non solo la traduzione transfemminista queer vuole porre la ‘femminilità’ su un piano equo rispetto al maschile, ma addirittura intende superare ambo i livelli, smontando direttamente questa duale opposizione, distruggendo lo stereotipo insito nel sistema binario stesso, dando voce alle vite marginali, ai generi non conformi, alle sessualità differenti”. In questo senso, c’è già un uso creativo e sovversivo del linguaggio nella comunità LGBTQ+, che dà speranza per un cambiamento su larga scala. 

L’autrice però considera anche i limiti di una rivoluzione linguistica di questa portata che ne potrebbero ostacolare l’effettiva realizzazione. In primo luogo, questi concetti sono stati resi accessibili solo a un pubblico tendenzialmente borghese, con interesse personale o lavorativo a tematiche di inclusione, e un certo grado di istruzione, nella maggior parte dei casi universitaria, cosa che ne limita fortemente le possibilità di diffusione e soprattutto rischia di rinforzare quello stesso classismo che si propone, lateralmente, di smantellare. L’altro punto critico, aggiungo io, è quello dell’accessibilità di simboli ‘agrammaticali’ come l’asterisco e la schwa, che possono risultare di difficile lettura a persone non vedenti e/o che usano assistenti vocali. Se vogliamo lottare per una lingua più inclusiva, dobbiamo lottare su tutti i fronti. 

Insomma, la strada per arrivare ad un linguaggio che includa davvero tutt* è ancora lunga, ma contributi piacevoli, istruttivi e oserei dire rivoluzionari come il libro di Laura Fontanella fanno ben sperare, insieme a tutte le altre pubblicazioni di Asterisco Edizioni e la loro attività social su questi temi. La crescente consapevolezza del potere del linguaggio nel dare forma alla realtà che sperimentiamo è un ulteriore passo verso lo smantellamento delle “relazioni di potere tra esseri umani, lingue e generi”. E questo ci riguarda tutt*.

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