Antidoto alla disumanizzazione: la Sicilia delle mie origini vs la Sicilia dell’inchiesta sui dati Covid

Antidoto alla disumanizzazione: la Sicilia delle mie origini vs la Sicilia dell’inchiesta sui dati Covid
Di Caterina Frusteri Chiacchiera

Anche se vivo al Nord da sempre, sono siciliana, anzi, sicilianissima e legata indissolubilmente alle mie radici. Tanto legata, che pur amando viaggiare e scoprire nuovi luoghi, ogni estate, cerco di tornare giù, e di passarci più tempo possibile.
Ogni estate, da sempre, fin da quando ero piccola.

Ricordo che i miei genitori, entrambi insegnanti traferiti in Lombardia all’inizio degli anni ’80, contavano i giorni: il pomeriggio stesso della fine della scuola, noi eravamo già sul treno, l’Espresso Venezia-Palermo, quel convoglio lurido e scassato, freddissimo d’inverno e rovente d’estate, che tutti i meridionali hanno sempre pensato FS riservasse con disprezzo solo per i viaggi verso il Sud.

L’Espresso attraversava tutta l’Italia; se mi concentro, credo di riuscire ancora a ricordarne le fermate: Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, e le Calabrie, come dice mia madre, interminabili, ma bellissime, perché finalmente si costeggiava il mare. 
Se tutto andava bene, noi, tra i più fortunati che non dovevamo arrivare a fine corsa, avremmo impiegato 19 ore per giungere a destinazione. 
Ma in tutti i miei anni di viaggi verso la Sicilia e ritorno, non è mai, mai, mai, mai accaduto che andasse tutto bene.

Una volta il viaggio durò 28 ore. Per riprenderci ci vollero 2 giorni. Ma eravamo preparati, lo mettevamo in conto, nonostante ogni tanto si alzassero delle voci di protesta: Amuninni, n’avemu arriccogghiri! 

Per i bambini era una festa: quante avventure ci ispiravano le cuccette (le postazioni per dormire): insieme ai figli delle altre famiglie con cui si divideva lo scompartimento, saltavamo da un letto all’altro, usando le cinture di sicurezza come liane; attraversavamo il treno in lungo in largo, giocando a nascondino e se le mamme ci richiamavano per dormire, supplicavamo: Fammi rimanere sveglia fino a Roma, lasciami vedere Roma! 

Roma, per anni, prima di visitarla davvero, per me è stata questo: luci da un finestrino di un treno, nel cuore della notte; eppure, in quell’atmosfera notturna, mi sembrava magica, e non l’ho mai vista più bella di quella dei miei sogni.

La mattina alle 5.00 ci svegliava il cuccettista per ritirare le lenzuola. Ho ancora la sensazione del loro contatto sulla pelle; che strano materiale: cos’era? Un misto inspiegabile di carta e plastica, anch’esse, per non smentirsi, freddissime d’inverno e roventi d’estate.

Poi, la colazione, con il cappuccino zuccheratissimo passato attraverso i finestrini dai venditori ambulanti che aspettavano i treni nelle stazioni, e la toeletta nel bagno microscopico e fetido a cui mia mamma ci costringeva: non dimenticherò mai il profumo di quel sapone liquido, né, purtroppo, gli altri odori.

Stranamente, non c’è nessuno della mia famiglia che non rimpianga quei viaggi nei Treni Notte (che ora, credo, non esistano più), anche se abbiamo scoperto la comoda e impersonale velocità dell’aereo, o il tocco glamour della nave (che dà un po’ l’illusione di prendere parte a un Gran Tour del XVII secolo; o almeno, così cerco di venderla a mio marito, quando lo costringo a fare la traversata, motivata dal fatto di poterci imbarcare con la macchina, da riempire, al ritorno, fino all’orlo con riserve di salsa fatta in casa, conserve, dolci ecc., come nelle migliori tradizioni convenzionali. Non mi vergogno di dire che della Sicilia, io, mi vorrei portare tutto, al Nord, dalla sabbia del mare, alle erbe di campagna… ).

Anche se non prendo più il treno Espresso, anche se sono cresciuta, anche se mi sono sposata con un bergamasco, non c’è estate che, in un modo o in un altro, io non abbia fatto di tutto per tornare.

Ogni estate, tranne quella scorsa, per via del Covid.

È vero, si parlava di aperture, di tornare man mano alla normalità, di cercare con il virus una convivenza possibile, di rimettere in moto il turismo italiano… Ma per un atto di coscienza, non me la sono sentita: vivo in una delle città più colpite dalla pandemia, e avevo paura di mettere in pericolo i miei parenti, soprattutto quelli più anziani.

Quando vado in Sicilia, torno a casa; dopo più di un anno, sarei riuscita a rivedere le mie zie senza abbracciarle? Come avrei potuto non sedermi insieme a loro a tavola, nei lunghi pranzi delle domeniche? E avrei mantenuto la distanza nelle chiacchierate, sedute fuori casa al fresco della sera o nelle passeggiate per la via principale del paese, dove in tempi normali, loro si appoggiano a me per sostenersi, prendendomi a braccetto? 
Tornare in Sicilia per sentirmi vicina alla mia famiglia, e rimanere a distanza, non avrebbe funzionato.

Conosco il peso della nostalgia, e capisco i miei amici e colleghi meridionali che sono scesi ai loro paesi di origine, soprattutto dopo mesi inimmaginabili come quelli del primo periodo di pandemia; ma io, ho preferito non rischiare.

Così, è un anno e otto mesi che sono lontana; e sì, anche io conto i giorni, e forse anche i minuti. E mi manca tutto. 

Mi mancano i miei cari, mi mancano i profumi, mi mancano i profili dei luoghi che parlano all’anima, mi manca l’inclinazione della luce del sole sul mare a una certa ora del tramonto, mi manca sentire la polvere della terra in campagna sotto i piedi, mi manca la musicalità cordiale del dialetto…
Mi manca non essere parte del mondo a cui so di appartenere.

Essere nella fluida condizione di migrante vuol dire essere tagliati in due o più pezzi, costantemente attratti verso un altrove; quanto mi appartiene la nostalgia che scorgo in mio padre che, dopo più di 40 anni di vita al Nord, durante le previsioni meteo, prima di vedere che tempo farà in Lombardia, ancora scruta che simbolo viene posto sul tratto di Sicilia orientale da cui proveniamo: “Dda chiovi”; oppure, “Vadda, c’è u suli”. 

Quindi, non scendere è stato un sacrificio, un sacrificio enorme.  E in questi mesi, la preoccupazione per i nostri parenti, amici, conoscenti e compaesani in Sicilia ci ha tenuto costantemente in allerta. 
Come altri, abbiamo perso persone amate, a cui non abbiamo potuto dare l’ultimo saluto.

Che conseguenze avrà, e per quanto tempo ci porteremo dentro, a livello personale e collettivo, la ferita di questa ritualità negata che ci impedisce l’elaborazione del lutto?

E poi, arriviamo a oggi, all’inchiesta della procura di Trapani sulla contraffazione dei report sulla pandemia in Sicilia, che ha condotto a tre arresti domiciliari e a un avviso di garanzia tra i più alti funzionari responsabili della struttura che gestisce i dati.

Stamattina, mentre andavo al lavoro attraversando la bassa padana, ho sentito alla radio dell’intercettazioni telefoniche tra l’assessore alla Salute della Regione siciliana, Ruggero Razza, e la dirigente generale del Dipartimento per le attività sanitarie e dell’Osservatorio epidemiologico, Maria Letizia Di Liberti: “Glieli devo lasciare o glieli spalmo?”; “Spalmiamoli un poco…”.

Sono inorridita, non solo per i provvedimenti altamente rischiosi per la popolazione che sono seguiti alle scellerate falsificazione dei dati, ma anche perché, in quelle frasi intercettate, dietro quelle espressioni disumanizzate, proferite con un’irresponsabile superficialità, si parlava delle vite e delle morti, REALI, di esseri umani.

Non ho potuto fare a meno di tornare con la mente agli anni dell’università e ai miei studi di analisi della contemporaneità; ho ripensato ad Hanna Arendt, al suo reportage sul processo Eichmann a Gerusalemme del 1961, e al suo libro, accolto con non poche critiche, La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme.

Cosa sosteneva Hanna Arendt? Che Eichmann, zelante funzionario nazista, non era un mostro, ma solo un meticoloso impiegato, dedito al proprio lavoro; e fu per questo diligente desiderio di svolgere al meglio la propria mansione, per questa sorta di estremo aziendalismo, più che per un reale odio verso gli ebrei, che emerse come uno dei maggiori responsabili nei meccanismi (non scrivo a caso questa parola) della deportazione.

Eichmann provò a difendersi appellandosi al proprio ruolo: non era nient’altro che un amministratore che si era occupato di numeri e scartoffie.
Già… Ma a quelle scartoffie corrispondevano le sorti di migliaia di persone, mandate a morire verso i campi di sterminio.

Forse per questo il lavoro di Hanna Arendt suscitò una reazione tanto controversa: metteva a nudo il fatto che il male non viene compiuto da creature malvage o aliene, ma da uomini ordinari, aprendo a una critica profonda sull’organizzazione, non solo delle dinamiche del lavoro, ma dell’intrinseca struttura di ogni società contemporanea, segnata da estrema parcellizzazione e frammentazione, in una parola: disumanizzazione.

Senza incorrere in semplicistici riduzionismi, e senza togliere nulla alla specificità della tragedia della Shoah, quanto la vicenda siciliana della manomissione dei dati, e il linguaggio che l’accompagna, ci fa capire come la riflessione della Arendt sia ancora attuale?
Anche in questo caso, l’esistenza di donne e uomini è ridotta a mere cifre, numeri, statistiche e percentuali…

La banalità del male, ancora oggi, ci toglie da ogni facile rassicurazione e ci porta a problematizzare l’articolazione dei nostri apparati istituzionali, segnati da estremo burocratismo e deresponsabilizzazione, e dalla possibilità di smarrire, nelle conseguenze delle azioni collettive, il senso dell’umano.

Avrei voluto che suggestioni di altra natura mi riportassero alla mia terra, anche se ho, purtroppo, il sentore che questa estrema degenerazione burocratica non rimarrà un fenomeno circoscritto alla sola Regione Sicilia (abbiamo già assistito negli scorsi mesi, proprio rispetto al Covid, alle sovrastime pilotate dei “casi guariti” in Lombardia, ma non solo. E già usare l’espressione casi lascia intendere molto).

Nello sconcerto e nella sofferenza di vedere barbaramente banalizzato il dolore che porta con sé il difficilissimo momento storico che stiamo attraversando, penso al mio paese, e nell’agrodolce ricordo delle mie origini e dei miei affetti, ritrovo ciò che mi rende vulnerabile e dunque, pienamente umana; e contro il virus, altrettanto nocivo, della disumanizzazione, recupero l’antidoto più potente

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