Stranieritudine e inconsapevolezze

Stranieritudine e inconsapevolezze
Di Mari Catricalà

Avevo aperto questa rubrica a gennaio provando a spiegarne il titolo, “Interrégni”. Ho rubato questa espressione a un podcast e, più precisamente, alla speaker che l’ha usata, Maria Catena Mancuso (su Twitter e su Instagram), con la limpida percezione che quel termine, per me, risuonasse in almeno due modi distinti: quello più immediato, ma anche più inatteso, del significato interno al discorso del podcast – interregno come terra di mezzo dei migranti, come mondo sospeso tra due o più culture, luoghi, identità; e un altro più obliquo e strettamente legato alle mie contingenze del periodo, l’interregno dei momenti di crisi e dei grandi cambiamenti, l’interregno delle transizioni interiori.
Attraverso Intimations di Zadie Smith ho dato spazio alla seconda eco, mentre ora, per parlare della prima, partirò dal libro che fra quelli che ho letto negli ultimi anni più è riuscito a occupare interstizi che nemmeno sapevo di avere, e che ha dato vita a diverse crisi e riconoscimenti.

La straniera di Claudia Durastanti (su Twitter) è tante cose insieme: una biografia, un’autobiografia, una serie di riflessioni sugli effetti delle migrazioni, sulle amicizie e sull’amore, sul rapporto genitori-figli, sulla disabilità, sulla ricerca dell’identità, sui ponti fra le lingue e fra le diverse arti; è, ovviamente, anche un romanzo, genere che sa essere meravigliosamente ibrido e indefinibile.
La prima volta che l’ho letto – era l’autunno-inverno del 2019 – ricordo di non essere riuscita a parlarne o a scriverne bene perché non sapevo quali espressioni usare per rendere conto di tutto quello che era successo nella lettura (amici e amiche possono confermare la sfilza frustrante di «È stupendo» e «Fa male» a cui li sottoponevo di continuo). Avevo chiaro solo che, per me, era stata una svolta di qualcosa e che non sarei potuta tornare indietro. E non strettamente come studentessa di Lettere o lettrice ventiquattrenne allora proiettata verso un orizzonte europeo più ampio, una «migrante potenziale» come scrive proprio Durastanti nel libro; ma come persona frutto di migrazioni che non mi ero mai resa conto di essere. La straniera mi ha rivelato per quella che, anche, sono: figlia di due migranti, nipote e pronipote di altri migranti, ma non migrante a mia volta. La mancanza che mi individua come non migrante (almeno per il momento) in una famiglia di migranti è qualcosa che ho scoperto nelle pagine della Straniera. E ho scoperto anche un’altra cosa: di non essermi mai interrogata su cosa significasse, per me, essere figlia di una straniera-giapponese e di uno straniero-calabrese nella provincia di Milano dove sono nata, cresciuta e dove vivo tuttora. Il processo di indagine di sé e della propria famiglia, la scoperta delle spore come metafora dell’esistenza in un luogo che possa sostituire quella delle radici e l’immagine del paesaggio mutevole e stratificato per spiegare cosa può essere l’identità di una persona: tutto questo ha creato un nuovo modo di vedere quello che sono e quello che ero diventata. 

In un certo senso, il romanzo mi ha regalato un riconoscimento tragico, la presa di coscienza di essere estremamente deficitaria in tutte le riflessioni che riguardano le migrazioni, i passaggi da una lingua a un’altra, il concetto stesso di identità come miscuglio di elementi diversi. Quel riconoscimento ha determinato la morte di una parte di me molto consistente, e che, ancora una volta, non sapevo nemmeno che mi costituisse: l’assoluta ed erronea convinzione di essere italiana ed europea, tale e quale gli altri miei amici e amiche con entrambi i genitori italiani. Questa convinzione di default, che a ripensarla ora trovo sconcertante e persino un po’ ridicola, attraverso la lettura di un romanzo è stata smascherata prima e spazzata via subito dopo. Rovesciamento, riconoscimento e pathos: gli ingredienti essenziali della tragedia li ho sentiti agire su di me, a partire da un testo che, in realtà, di tragico non ha nulla. Ma anche questo, credo, fa parte del gioco della letteratura: creare riverberi soggettivi, anche estranei al testo, solo per le condizioni contingenti in cui si trova chi lo legge. 

L’imbarazzo che ho provato, fortissimo, nel constatare di essere sempre vissuta tra più culture e più lingue senza problematizzare minimamente la cosa; di aver frequentato scuole giapponesi e italiane, di aver avuto amici e amiche italiani, giapponesi, italo-giapponesi, di aver trovato sempre un posto – la casa dei miei nonni materni – in cui tornare d’estate, durante le vacanze scolastiche, dall’altra parte del mondo (anche per me, come l’America per Durastanti, il Giappone «era ormai il paese di una sola stagione»); di sentir parlare la prozia che viveva con noi da sempre in solo dialetto calabrese e di averlo assimilato, confuso, mescolato con l’italiano e il giapponese spesso senza riuscire a distinguerlo dal resto. L’imbarazzo, dicevo, di non aver mai dato il giusto peso a tutte queste cose l’ho provato per la prima volta leggendo La straniera, e non ho potuto fare a meno, forse nel tentativo di trovare una scusante, di cercare le ragioni di questa superficialità. Mi sono quindi resa conto del silenzio quasi totale che avvolgeva le esperienze migratorie dei miei genitori e, di conseguenza, la mia ignoranza delle esatte circostanze in cui hanno scelto (o non hanno avuto scelta?) di emigrare, e di come si erano sentiti a scoprirsi migranti, sempre che ne avessero avuto coscienza; sempre che non fossero stati ciechi o noncuranti come lo sono stata io. 

Claudia Durastanti ha anche scritto, di recente, un illuminante e densissimo articolo su Internazionale in cui, tra le altre cose, a un certo punto nota che ci sono «persone che si pensano in parti e in etichette fin dalla nascita, perché sono nominate in maniera costante» e che «l’etichetta identitaria, ancora prima di essere scelta ed eventualmente “comprata”, spesso viene ereditata, subita». Ancora una volta, ho sentito aprirsi una crepa nel mio principio di individuazione, e ho pensato che questo problema delle etichette mi rappresenta pienamente, ma che non l’avevo mai contestualizzato entro un quadro più ampio. Mi sono tornati in mente, allora, due passi precisi della Straniera: quello in cui la protagonista (considero tale la voce narrante) ricorda di essere stata spesso definita «“la figlia della muta”» dalle madri delle compagne di classe e di essersi arrabbiata per questo. La madre non è muta, è sorda, e quella approssimazione sbagliata le imponeva un’etichetta sbagliata. L’altro passo è solo una frase: «Straniero è una parola bellissima, se nessuno ti costringe a esserlo». Con entrambi i passi, la prima volta che li avevo letti, ero riuscita a percepire solo una prossimità a qualcosa che avevo vissuto in prima persona, senza riuscire a individuare la forma esatta di quel qualcosa. Ma poi, alla fine, erano ricordi che avevo sempre avuto, solo un po’ sommersi: di quando alle elementari i miei compagni di classe mi chiamavano “la cinese” o “la figlia della cinese”, e anche io, come la protagonista, mi scoprivo arrabbiata e «capace di attaccare rissa», che poi era esattamente quello che facevo; erano reazioni infantili che sopperivano alle parole impossibili, alle spiegazioni perennemente e volutamente inascoltate di cosa o chi ero io e di cosa o chi era mia madre davvero, perché per loro, ne sono sicura, la soddisfazione di vedermi inferocita vinceva a mani bassissime contro la scelta, meno spettacolare, di ascoltarmi e cercare di vedermi, una buona volta. 
Per quanto riguarda la parola “straniera” e il concetto che significa, invece, ho pensato a questo: quando, anche adesso, le persone nuove mi chiedono, in un misto di ammirazione e curiosità, «Come fai a parlare così bene l’italiano?»; o quando si aspettano che conosca uno qualsiasi dei titoli di manga o anime che mi citano, magari anche insieme a qualche nozione di storia del Giappone, e si meravigliano che io non sappia minimamente di cosa stiano parlando, io mi sento in difetto. Alla fine, risulto sempre un po’ “straniera” e, con dispiacere, constato che questo spesso si associa a un senso di manchevolezza o inettitudine: o perché mi veniva dato della “cinese” in tono dispregiativo o perché, con molta più innocenza ma pur sempre mettendomi un po’ a disagio, vengo investita da aspettative che non riesco a soddisfare. 

Ho sempre subito molte etichette ma non ho mai avuto la capacità di soppesarle, di farle mie a modo mio, e soprattutto di scartare quelle che mi offendevano e accogliere e unire quelle che, invece, mi rappresentavano.
Il «diritto a dimenticarsi» di cui parla Durastanti sempre nello stesso articolo può essere precisato, secondo me, come diritto a non sapersi, la possibilità, cioè, di non accorgersi di rappresentare qualche etichetta ma di essere, senza saperlo, un’unica cosa – con tutte le incoerenze del caso, ma ignorandole. In un altro momento di agnizione, avvenuto di recente grazie alla terza puntata del podcast Sulla razza condotto da Nadeesha Uyangoda (su Twitter e su Instagram), Nathasha Fernando (su Twitter e su Instagram) e Maria Catena Mancuso, mi sono resa conto di non essere nemmeno bianca come pensavo. Non so come abbia fatto ad arrivare a ventisei anni senza avere la benché minima coscienza delle diversità culturali e inevitabilmente anche epidermiche che mi porto dietro, nonostante le definizioni che mi hanno sempre accompagnata. Ma anche questo oblio di me ha contribuito a formare il privilegio bianco in cui mi mimetizzavo pur non “spettandomi di diritto”; e a stizzirmi ogni volta che venivo vista e appellata come “straniera”.

È come se per tutta la vita avessi vissuto la mia identità a compartimenti stagni e come strane escrescenze che non riuscivo a spiegarmi, perché non sapevo averne una consapevolezza unitaria. Forse questo deriva dal fatto di non essere stata io, a mia volta, una migrante in terra straniera e di non aver mai avuto l’occasione di raccontarmi – a qualcuno di straniero e magari in lingua inglese – come prodotto di migrazioni di cui tuttora so poco o nulla. 
Ma anche io, come l’io narrante della Straniera, mi sono trovata spesso a domandarmi «Cosa sarebbe successo, se mia madre non si fosse trasferita in Italia?» o se mio padre fosse rimasto in Calabria? Cosa sarebbe successo, cioè, se anche una sola di queste migrazioni fosse fallita? Una prima risposta, naturalmente, è scontata e vagamente crudele: non sarei esistita, semplicemente. E con queste domande e questa ipotesi creo anche io la mia mappa fatta di storie parallele e vite immaginarie, la «cartina topografica» di cui parla Durastanti e che trovo essere l’immagine più accurata per descrivere la vita di ciascuna persona. Me la immagino come una cartina tridimensionale fatta di migliaia di strati geologici che si sovrappongono ma si compenetrano, anche, e che prendono il nome dalle esperienze fatte realmente ma anche da quelle solo ipotizzate; tutti i «se del sé» che si ibridano con la realtà, proprio per cercare di capire cosa si vuole essere. 
«Il diritto a essere qualcuno a partire da chi si vuole essere, non è un diritto universale?» chiede Durastanti nell’articolo su Internazionale. Dovrebbe esserlo, penso, ma questo implica anche grande capacità immaginativa. Negli ultimi tempi, sto provando a esercitarla per cercare di diventare più consapevole di quali parti voglio che mi compongano, di quali e quanti continenti voglio rappresentare, e a che cultura posso rendere conto di che cosa. È una mappa in fieri, forse anche pensata nel modo sbagliato, ma penso ci si possa concedere un certo margine di errore, in questi casi.

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