“Andarsene da tutti i luoghi”. Le cattive è il nuovo romanzo di frontiera di Camila Sosa Villada

Di Elena Esposto

Ogni anno, il primo di gennaio, mi piace fare la lista dei buoni propositi di lettura. Uno di questi non è esattamente un proposito, ma più un desiderio: imbattermi solo in libri belli.
Generalmente vengo esaudita, almeno nella prima parte dell’anno, e il 2022 non ha fatto eccezione iniziando con “Le cattive” di Camila Sosa Villada (Edizioni Sur), che è anche il primo libro della nostra sfida di lettura #donnedellaportaaccantoreadingchallenge.

È praticamente impossibile definire l’opera di Sosa Villada, se non dicendo che è un’opera di frontiera, un’opera apolide, come del resto anche la protagonista sente di essere.

“Andarsene da tutti i luoghi. Questo è essere trans.”

In parte romanzo, in parte memoir, in parte racconto autobiografico “Le cattive” racconta la storia della comunità di prostitute trans che gravita attorno alla zona di Parco Sarmiento, a Cordoba. Un gruppo di donne che condividono la vita, il lavoro, il dolore e la solitudine e sulle quali troneggia l’imponente figura della Zia Encarna, la più vecchia fra loro, che diventa per tutte come una madre e, che una notte, trova un bambino abbandonato tra i rovi del parco e decide di adottarlo, crescendolo come se fosse figlio suo.

La casa della zia Encarna è un rifugio sicuro per tutte le trans del parco, un mondo ovattato che le protegge da quello esterno, una specie di paradiso terrestre dove possono essere se stesse, senza paura e senza difficoltà. Un nido di ritrovata umanità per loro, “ragazze di strada fuggite da situazioni che si potevano sopportare solo a condizione di diventare insensibili, al punto di smettere semplicemente di esistere.”

Come tutti i paradisi, però, anche la pensione rosa della Zia Encarna non è destinata a durare. Il difficile equilibrio del gruppo viene a mancare, soccombendo sotto i colpi della violenza sociale, della malattia e della repressione dello Stato che ne spezzano i legami e disperdono i suoi membri fino a farle scomparire.

“Anonime, trasparenti, madrine di un bambino trovato in un fosso e cresciuto da delle donne trans, uniche conoscitrici del segreto del figlio della Difunta Correa. Noi, le dimenticate, non abbiamo più nome. È come se non fossimo mai state lì.”

Attraverso le storie individuali delle persone che ha incontrato, Sosa Villada, con la sua prosa impetuosa e ricca di richiami al realismo magico tanto caro alla letteratura sudamericana, ricostruisce la storia collettiva di quel gruppo di donne raccontandone tutto il dolore, e anche tutta l’ipocrisia e la crudeltà della società che le spinge ai margini.

“Le cattive” è quindi un racconto lirico e straziante, ma è anche un’opera profondamente politica. Sosa Villada si riappropria della narrazione trans, allontanandola dai cliché a cui film, serie TV e letteratura cis ci hanno abituatƏ, e ce la propone in modo lucido, senza edulcorarla, e senza vittimismo.
Le donne di cui ci racconta non sono macchiette ma personaggi tridimensionali, corpi solidi e concreti, e proprio il corpo ha un’importanza fondamentale nella narrazione.

Corpo che è gabbia ma anche opportunità, che definisce e limita ma è anche strumento di espressione ed emancipazione. Corpo che, attraverso la sofferenza fisica e la violenza, espia e paga per l’inesistente peccato che la società attribuisce alle persone trans, il peccato della libertà, di aver adattato il proprio corpo per poter percorrere fino in fondo l’arduo cammino per diventare se stessƏ.
Un corpo ambivalente, che se da un lato ha un’importanza fondamentale perché è attraverso di esso che ci relazioniamo con il mondo, è anche lo stesso corpo che deve essere venduto come ultima risorsa di sopravvivenza.

“In fondo alle cose, nello scantinato di questa storia, non c’è nulla che sia per me. Solo il mio corpo che vendo per poter vivere come donna.”

Camila Sosa Villada problematizza il tema del sex work per le persone trans, che non viene qui rivendicato come diritto ma presentato come unica alternativa in una società caratterizzata da un forte squilibrio del privilegio e delle opportunità e che non lascia molte vie di uscita a chi non si conforma ai suoi standard.

Una società suddivisa in scomparti stagni da muri evanescenti che sono spesso valicabili solo da un lato, come è, ad esempio, per le Sorelle Corvo, donne trans ricche e borghesi che invadono lo spazio del Parco Sarmiento e si arrogano il diritto di entrare e uscire dalla vita delle altre come attraverso una membrana apparentemente permeabile, ma che diventa impenetrabile in senso opposto. E così, Maria la Muta viene cacciata in malo modo quando, entrando in una boutique della Cordoba “bene”, cerca di valicare quel confine che dal suo lato è foderato di filo spinato.
Questa invisibilità e questa oppressione si trasformano in una malattia che avvelena la vita delle donne trans ancora più della piaga dell’AIDS.

“Il tumore del nostro risentimento. L’amarezza della nostra orfanità. Il lento omicidio commesso su quelle della nostra specie, le volpi, le lupe, le passere, le streghe. Lo ripeterò nonostante il peccato letterario: anche la voglia di uccidere. Una voglia molto forte, proveniente da un luogo sconosciuto e senza nome, la madre della nostra violenza, là, in fondo alla nostra memoria, tutto quel registro dimenticato nel processo di desensibilizzazione al quale ci sottomettevamo ogni giorno per non morire.”

E questo intreccio inscindibile tra la vita e la morte, tra il desiderio di sopravvivere e di curare la vita altrui (quando non proprio di donarla, ad esempio attraverso la maternità) e quello di uccidere con violenza pervade tutto il racconto.

“Tale era la rabbia che avevano inoculato in ognuna di noi. Prendere d’assalto la città: questo era il nostro desiderio. Farla finita una buona volta con tutto quel mondo fuori dal nostro mondo, il mondo legittimo. Avvelenargli il cibo, distruggere i loro giardini con l’erba tagliata di fresco, far ribollire l’acqua delle loro piscine, demolire a mazzate quelle macchinone del cazzo, strappargli dal collo le catene d’oro, prendere le loro belle facce da gente ben nutrita e grattugiarle contro il pavimento fino a far spuntare le ossa. Mi chiedo che cosa sarebbe accaduto se, invece di sotterrare la rabbia nel profondo della nostra anima trans, ci fossimo organizzate. E cosa è successo, invece? Dove siamo arrivate dopo aver mandato giù tanto veleno? A morire giovani. Perché, salvo in quegli improvvisi e rabbiosi attacchi fratricidi, noi trans non facevamo male a una mosca.”


Sei deƏ nostrƏ ?

Di questo libro parleremo mercoledì 19 novembre alle 20.45, insieme al nostro gruppo di lettura. Se volete partecipare alla discussione scriveteci a donnedellaportaaccanto@gmail.com