Funambole. La bellezza e la precarietà di essere donne

Funambole. La bellezza e la precarietà di essere donne
Di Elena Esposto

Ho scoperto Funambole per caso, come spesso capita con le cose belle.
Mi ha affascinata la descrizione dello spettacolo “Donne coraggiose in equilibrio su una sinusoide. Funambole è la storia di tre ragazze alla scoperta del femminile e dell’essere donne”, e senza pensarci troppo ho comprato un ingresso per la serata che si è tenuta a Bergamo il 20 febbraio.

Lo spettacolo, scritto e interpretato da Virginia Cimmino, Claudia Perossini e Irene Papotti e diretto da Giulia Argenziano e Beatrice Sancinelli, racconta di Aurora, Rita e Giovanna che in gioventù, tra i banchi di scuola, hanno fatto un patto: dopo quindici anni si sarebbero riviste per raccontarsi cosa aveva riservato loro la vita durante quel tempo.

Funambole è una storia in equilibrio, tra il passato e il presente, tra la realtà e la memoria, tra la concretezza della vita e l’evanescenza dei sogni di ragazze. Ma è anche una storia sul disequilibrio, sulla difficoltà di tenersi dritte sulla fune, sul coraggio che serve ad attraversare. Una splendida riflessione sul fallimento e sul successo, sui grandi temi che attraversano la vita dellƏ giovani di oggi.

Ne ho parlato con l’attrice Claudia Perossini, dalla quale è nata l’idea di scrivere Funambole e che nello spettacolo interpreta il ruolo di Rita.

Ciao Claudia, grazie di aver accettato quest’intervista. Vorrei iniziare questa chiacchierata su Funambole prendendola un po’ alla larga, chiedendoti perché sia tu che Virginia che Irene avete fondato la compagnia Matrice Teatro, e da quali esigenze e come nasce l’idea di questo collettivo teatrale.

Come Matrice Teatro siamo in tutto sette attorƏ e abbiamo fatto insieme il percorso di formazione all’accademia d’arte drammatica “Galante Garrone” di Bologna.
Durante l’ultimo anno si è creata la necessità di lavorare insieme, che ci ha portatƏ a chiederci che cosa avremmo fatto dopo, e abbiamo deciso che volevamo provare a buttarci.
Il primo progetto della compagnia si chiama “Una cosa bella” ed è nato durante il lockdown. In quel periodo ci siamo chiusƏ dentro un teatro per cinque settimane e abbiamo creato questo spettacolo.

Dopo la scrittura di “Una cosa bella”, in una notte insonne ricordo che mi è venuta l’idea per Funambole. Ho chiamato subito Virginia per dirle che avevo avuto questa idea di parlare dei banchi di scuola. Abbiamo coinvolto Irene e nella nostra prima riunione abbiamo deciso che questa volta volevamo fare una cosa solo di donne (nell’altro spettacolo c’erano anche i nostri colleghi maschi). Questo perché ci siamo accorte che nel lavoro e tra di noi, non so se per carattere o perché effettivamente come donne siamo più empatiche rispetto  ai nostri compagni maschi, c’era qualcosa che doveva essere portata avanti, un qualcosa che riguardava il femminile, i tanti discorsi che avevamo fatto tra noi e con gli altri ragazzi, i tanti temi che affrontiamo giornalmente, tra cui quello delle donne che lavorano nello spettacolo.
Così abbiamo pensato di mettere tutti questi argomenti di cui abbiamo necessità all’interno di uno spettacolo per parlare anche al pubblico.

Una volta stabilito che volevamo parlare del femminile bisognava capire da dove partire, cosa dire e come dirlo. La prima cosa che abbiamo fatto è stata tirare fuori i nostri diari di quando eravamo piccole, confrontarli e analizzarli. Ci siamo raccontate tutto, anche quelle cose che neanche in quattro anni di amicizia ci eravamo dette, perché magari era mancato un contesto o un pretesto.
Facendo questa condivisione ci siamo rese conto che nelle nostre vite ci sono stati dei temi ricorrenti, che poi sono quelli che sono andati a formare i tre personaggi.

Innanzitutto il tema dell’identità di genere. Io ne parlo in maniera binaria perché noi siamo donne cisgender, e non voglio parlare per qualcosa che non conosco e che non sono, quindi l’identità è intesa come l’identificarmi in un femminile.
Tutte e tre da piccole eravamo considerate “maschiacci”, che è un termine tremendo sia per i maschi che per le femmine, tutte e tre portavamo i capelli corti, tutte e tre volevamo correre e invece ci veniva detto di fare le signorine, di mettere la gonna.
Approfondendo l’argomento è poi emersa anche la questione di doversi conformare a un’idea di femminilità nell’adolescenza per necessità di identificarsi in un’idea di donna prestabilita, che nel nostro caso è quella occidentale.

Il secondo tema che abbiamo affrontato è stato il concetto di dipendenza e indipendenza. Noi, per motivi e in modi diversi, siamo persone molto legate alle nostre famiglia, e siamo coscienti di questo cordone ombelicale che ci lega, e a un certo punto tutte e tre abbiamo cercato di staccarlo in maniera brusca, di renderci indipendenti.

Terzo e ultimo, non per importanza, è tutto ciò che riguarda il nostro tempo e la salute mentale. Abbiamo esperienze sia dirette che indirette di questa situazione: persone vicine a noi o addirittura noi stesse abbiamo avuto problemi, fatto percorsi per uscirne e quindi abbiamo sentito l’esigenza di parlarne.

Inizialmente ci siamo confrontate solo fra noi ma poi abbiamo aperto anche allƏ altrƏ, perché ci siamo accorte che questi tre temi che avevamo evidenziato continuavano a venire fuori nei discorsi con le altre persone, con le nostre madri, con le nostre insegnanti, con i nostri compagni maschi che magari li avevano sperimentati attraverso i loro rapporti con le loro fidanzate, le loro madri, le loro sorelle.

Abbiamo raccolto le esperienze nostre e quelle dellƏ altrƏ e le abbiamo incanalate nei tre personaggi, che hanno delle caratteristiche, dei colori per l’appunto, che rimandano a questi tre temi, queste tre cose di cui abbiamo necessità di parlare, adesso.

È poco, però è quello da cui siamo volute partire perché è qualcosa che conosciamo. Prima di parlare allƏ altrƏ abbiamo voluto conoscerlƏ, abbiamo voluto che ci regalassero la loro storia.
Le storie che abbiamo raccontato sono le storie di chi ce le ha regalate, che ci ha aiutato ad immedesimarci perché non volevamo parlare di qualche cosa che non conoscevamo.

Ci siamo anche chieste se avremmo dovuto affrontare altri temi che ci stanno molto a cuore ma che non ci riguardano direttamente, ma abbiamo deciso che in questo stadio del progetto dovevamo parlare di quello che conoscevamo, con l’idea però di andare verso quello che non conosciamo. Il progetto è in continua evoluzione e andrà a integrare storie di altrƏ, di altre unicità.

Nello spettacolo trattate temi importanti dell’essere donna che spesso vengono accantonati nel dibattito pubblico, perché considerati tabù, come le mestruazioni, le molestie, la sofferenza psicologica, l’incertezza e l’instabilità della vita. Quanto mancano nella tua e nella vostra percezione queste narrazioni nella cultura teatrale, e nella cultura generale in Italia?

Mancano talmente tanto che abbiamo sentito la necessità di doverne parlare, anche correndo il rischio che la gente non abbia voglia di sentire queste cose.
Per noi è importante le mestruazioni chiamarle mestruazioni e non “le mie cose”. Io ci convivo da quando ho dodici anni (e non è semplice) e mi fa imbestialire chi ha paura di dar loro un nome. Chiamiamo le cose come si chiamano.

Stessa cosa con la salute mentale. Io convivo con l’ansia da quando sono piccola, chiamiamola ansia, è la malattia del nostro tempo, della nostra generazione. Chiamiamola, diamole il nome.

L’incertezza. Tutte e tre ci siamo rese conto che la generazione dei nostri genitori tende a dirci “se ti impegni ce la fai, se ti impegni riesci. È il 2022, sei una donna forte e indipendente…”
Ma forte che cosa vuol dire? Indipendente rispetto a chi o a cosa?

E poi questa narrazione del “se vuoi ce la fai”… e se non voglio? E soprattutto, se non ce la faccio? Se io questo salto che noi abbiamo paragonato con il fare lƏ funambolƏ non riesco a farlo? Se io non me la sento di attraversare, ho fallito?
L’idea di fallimento è una cosa che come generazione ci portiamo addosso perché i nostri genitori, che tendenzialmente fanno parte della generazione dei baby boomer, sono cresciuti con l’idea “lo volevamo l’abbiamo fatto”.
Noi che siamo natƏ alla fine degli anni ‘90 non la sentiamo questa cosa, non ci appartiene, e la paura del fallimento ci blocca e ci fa ridimensionare ambizioni, mentre noi vogliamo sognare in grande, vogliamo poter cadere e se cadiamo ci rialziamo.
Siamo bombardatƏ da immagini di chi ce l’ha fatta, e io quando ce la faccio? È troppo tardi? O è troppo presto? È sempre troppo qualcosa, quando in realtà ogni cosa ha un suo tempo, un suo respiro.

Questo è un tema dei giovani, soprattutto nel mondo dello spettacolo. Qui non basta il “se lo vuoi ce la fai”; volerlo è tanto ma non basta.
Questo non ti viene detto, quando inizi questa carriera non ti viene detto che non basta.
Ecco il punto: tante cose non vengono dette, e noi qui le volevano palesare, le volevamo dire anche con il rischio di spiattellarlo in faccia. Dire: questa cosa esiste.

Come le molestie. C’è la battuta del personaggio di Aurora che dice “non volevo farvi preoccupare, meno persone preoccupate in campo ci sono meglio è”.
Il pensiero di far preoccupare o fare stare male l’altrƏ, del non dire, del lasciare in sospeso e portarselo dietro è un tema importante. Invece bisogna dire quello che ci succede, bisogna parlare, bisogna chiamare le cose con il loro nome, anche se spesso si ha paura di farlo.

Tutto quello che raccontiamo nello spettacolo sono cose della vita e la vita va raccontata, altrimenti parliamo di fuffa.
E siccome il teatro parla di vita, non di fuffa, e il nostro mezzo primario è il teatro, abbiamo voluto parlare di tutto questo. Non siamo sicuramente le uniche, né le prime, ma quello che possiamo dire è che portiamo noi stesse in questo spettacolo, il nostro bagaglio di esperienze.

Questo sforzo di andare verso un certo tipo di teatro e di temi lo vediamo intorno a noi, ma è tutto così veloce che quando arrivi a parlare di donne in teatro sembrano già temi vecchi.
Ce lo siamo chieste, chissà quante persone ne hanno già parlato? Ad esempio il tema delle mestruazioni, chissà quante persone lo hanno già affrontato, ma d’altronde le donne hanno le mestruazioni da millenni e non è cambiato un granché, quindi forse non è poi un tema così vecchio.

Nello spettacolo di percepisce il processo di identificazione con le vostre personaggie, e vorrei chiederti: quanto è importante per voi che questo processo coinvolga anche il pubblico?

Questa è stata la prima cosa su cui ci siamo interrogate: la sensazione che vogliamo suscitare.
Nelle donne volevamo suscitare il “cavolo è successo anche a me” e negli uomini il “cavolo non ci avevo mai pensato”.

Partendo da queste due reazioni abbiamo costruito tutto lo spettacolo, perché la cosa per noi più importante era tendere un filo rosso fra le nostre esperienze e le esperienze dell’altrƏ, e qui dentro ci metto anche il pubblico maschile perché anche loro possono empatizzare, forse in maniera minore ma spero che parli anche a loro.

Questa necessità di intimità con lƏ spettatorƏ è stato il primo mattone che abbiamo messo, anche perché ci era mancato nel lavoro precedente, avevamo sentito il pubblico lontano.
Avevamo raccontato una storia che non era nostra, quella del poeta John Keats, una storia universale e immortale certo, ma mancava qualcosa di noi.
Siamo partite quindi da questo filo rosso. Chi guarda deve aver visto o sentito quello che vede almeno una volta. Deve essere una cosa che gli appartiene.

Fare teatro per se stessi è un modo di farlo e come attori spesso abbiamo una forte necessità di esporci, di comunicare. Noi però non volevamo farlo per noi stesse e basta, questo non ci interessava.
Mentre costruivamo lo spettacolo abbiamo coinvolto persone che non l’avevano mai visto, invitandoli alle prove e chiedendo innanzitutto se avevano capito la trama (era il nostro pallino) e poi con che cosa e se avevano empatizzato.

Visto che stiamo parlando di pubblico, quando avete scritto lo spettacolo che tipo di pubblico avevate in mente? E avete visto differenze nei riscontri nelle diverse categorie di pubblico?

Quando abbiamo iniziato a scrivere, la prima cosa che ci è venuta in mente è stata: “Oddio se mi viene a vedere  mio padre….” Perché c’è ancora questa idea patriarcale tremenda di restare sempre le bambine del proprio padre. Ad esempio io con mio padre di mestruazioni non ho mai parlato.
I temi che volevamo affrontare erano situazioni attraverso le quali le nostre madri erano passate, ma i nostri padri… a cosa li avremmo sottoposti! Se la sarebbero sentita?

Alla fine però ci siamo dette che forse potevamo parlare anche a dei padri, a futuri padri o proprio ai nostri padri, che forse potevamo parlare agli uomini.
Ovviamente ci volevamo rivolgere alle donne, ma eravamo sicure che  loro ci avrebbero capite. Il nostro pallino è diventato come parlare agli uomini. Noi non siamo uomini ma siamo femministe intersezionali, noi vogliamo parlare con gli uomini di femminilità e di mascolinità.

I primi veri esperimenti sono arrivati quando abbiamo fatto vedere lo spettacolo ai nostri amici maschi della compagnia. La maggior parte di loro ci diceva di capire cosa sta succedendo e lo riconoscevano, seppure da lontano. Avevano sentito donne che parlavano di quegli argomenti, però non erano mai entrati in contatto con quella materia, la vedevano come una cosa distante da loro.
Quindi abbiamo cercato, e stiamo tutt’ora cercando il modo migliore per parlare al pubblico maschile che è evidentemente più in difficoltà con questo spettacolo.

Per quanto riguarda le reazioni sono state le più disparate, sia nell’anteprima che nelle due repliche. Una cosa bellissima che mi ha detto una donna è che si è sentita figlia dopo tanti anni. Ha vissuto questo spettacolo da figlia e non da madre. Questa sensazione è stata condivisa dalla maggior parte delle donne, e scoprirlo è stato molto interessante.

Prima dicevi che avete costruito le tre personaggie con caratteristiche ben specifiche e con dei loro colori. Questo mi ha colpito molto perché, pur non essendo esperta di psicologia del colore riconosco che i colori abbiano un forte impatto sulla nostra percezione. Ci racconti un po’ come avete scelto questo elemento?

L’idea della psicologia del colore è arrivata quando abbiamo iniziato a collaborare con Giulia Argenziano e Beatrice Sancinelli. Hanno portato loro l’idea del bianco come spazio atemporale e l’idea della psicologia del colore per i tre personaggi.

Per dirti quanto è forte questo meccanismo, senza neanche metterci d’accordo già ci eravamo immaginate Rita blu, Aurora rossa e Giovanna verde. Quando ce lo siamo dette abbiamo capito che ci doveva essere un motivo.
Il blu è il colore della malinconia, il rosso ci ricordava passione e indipendenza, e il verde, oltre ad essere legato al personaggio di Giovanna d’Arco, è il colore della speranza, della ribalta. Di colpo questi colori erano perfetti.

Abbiamo voluto partire da un colore pastello che scurisce sempre di più con il passare degli anni, perché i nostri colori, le nostre caratteristiche si inspessiscono con gli anni. Poi abbiamo lavorato intorno alla palette di quel colore; anche i puppet dei genitori si inseriscono in questo schema.
Ad esempio la mamma del mio personaggio è blu molto scuro, quella di Aurora è rosso carico, in contrasto con il fatto che lei da adulta diventa viola, sfidando anche le leggi del teatro per le quali non si può indossare il viola.

È stata una suggestione davvero azzeccatissima di Beatrice e Giulia, e ha perfettamente quadrato nello spazio bianco. Inspiegabilmente, o forse spiegabilmente, tutto ci tornava, erano quelli i colori giusti.

Voi avete scelto un modo molto particolare, e anche indipendente, per finanziare lo spettacolo che è quello della campagna di crowdfunding. Per quali motivi avete fatto questa scelta, e quanta indipendenza dà all’opera d’arte il fatto di non dover dipendere da finanziamenti strutturati?

Anche nella scelta del crowdfunding c’è la necessità di dire qualcosa.
Nell’ambiente teatrale non riesci a fare niente se qualcuno non crede in te, ma la sfida più grande è trovare qualcuno che creda in quello che stai facendo.
Noi ora come ora siamo bollate come giovani, come chi non sa quello che sta facendo. La credibilità nasce dalla fiducia e dalla collaborazione.
Avendo appena iniziato questa carriera ci siamo trovate a chiederci chi credeva nel nostro progetto. La prima risposta che ci siamo date è stata che le persone vicino a noi, la famiglia, gli amici, avrebbero potuto aiutarci, avrebbero potuto credere loro stesse nel progetto.
Da lì è partita una solidarietà incredibile che non ci aspettavamo e che ha rafforzato la nostra voglia di non dover andare a bussare in ginocchio alle porte delle produzioni, e di avere la libertà di dire che questa non è una produzione di qualche ente specifico, ma di tuttƏ noi.

Le decisioni le prendiamo noi, magari facendo anche degli errori, ma senza dare conto a nessuno, solamente con la volontà di rispettare un patto che si sancisce con la donazione. Tu doni, credi nel progetto e io mi prendo la responsabilità di farlo partire. Questo ci ha permesso di essere più libere, più allo sbaraglio ma anche più indipendenti.

Poi l’associazione Posti in piedi di Verona ha iniziato a interessarsi al progetto e ora ci stanno aiutando con la distribuzione, con i contatti e domenica 13 marzo saremo proprio da loro, a San Giovanni Lupatoto (VR) e dedicheremo lo spettacolo ai nostri amici ucraini.
Questo però è arrivato dopo, una volta che abbiamo mostrato che c’era qualcuno che credeva in noi, qualcuno che ci seguiva e che noi ci eravamo accollate la responsabilità di iniziare.

Grazie Claudia. Siamo arrivate alla fine dell’intervista e come ultima domanda vorrei chiederti quali sono i vostri progetti e le vostre speranze per il futuro.

A breve termine abbiamo, come Matrice Teatro, Funambole, Una cosa bella e Notti in bianco, uno spettacolo di teatro ragazzi.
In questo momento poi stiamo partecipando al progetto Stage4Ukraine con il regista Matteo Spiazzi, perché come compagnia siamo andati due volte a Kiev nel 2021 e abbiamo amichƏ e colleghƏ là.
Abbiamo anche aperto un corridoio umanitario per la Moldavia attraverso il quale sono già arrivate quattro colleghe ucraine. L’idea è di continuare a tenere aperto questo canale per poter collaborare e permettere a tuttƏ di continuare a fare questo mestiere.

Questi sono gli zoccoli duri dei nostri progetti.
Per Funambole, in particolare, vogliamo che il progetto giri perché deve incontrare tante menti e tante persone, perché vogliamo che si evolva, integrando dell’arte figurativa, una parte di cui si occuperanno le due direttrici artistiche che già lavorano con video-arte.
L’idea è quella di sviluppare una narrazione parallela, o precedente o successiva alla storia delle tre funambole, mantenendo il discorso dell’essere precarie e in bilico.
L’idea per il futuro è continuare a raccontare delle storie, aumentare queste voci. Adesso sono tre ma vogliamo che diventino di più, non solo tramite la recitazione ma anche tramite altri tipi di arte. C’è la voglia di amplificare, di trasformare, è un progetto in costante evoluzione.


Funambole sarà a San Giovanni Lupatoto (VR) domenica 13 marzo. Clicca qui per maggiori informazioni e qui per acquistare i biglietti.

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