Femminismo e salute mentale

Di Elena Esposto

In “The haunting of Hill House”, la serie TV ispirata alla famosissima opera di Shirley Jackson, Mike Flanagan rielabora in modo magistrale la storia del romanzo e ne tira fuori uno dei temi centrali della poetica della scrittrice statunitense.
Il tema dell’ambiente domestico come ambiente nefasto che fa sentire i suoi effetti negativi specialmente sulle donne è centrale in molti dei romanzi di Jackson. Lei stessa ne aveva fatto esperienza, prima nella sua famiglia di origine, un’ambiente freddo, dominato da una madre algida e ipercritica, e poi dopo il matrimonio.

Carla Gugino nel ruolo di Liv Crane

Sposata con un critico letterario che insegnava all’università e madre di quattro figli, Jackson non ha mai fatto mistero della difficoltà di curare la propria creatività, trovare tempo per sé stessa e riuscire a mettere la sua carriera letteraria al primo posto. La casa e la famiglia in primis per lei erano stati ambienti soffocanti, oppressivi, in cui aveva fatto fatica a fiorire e ad emergere.

Nella serie TV di Flanagan l* ospiti di Hill House non sono un gruppo di sconosciuti desiderosi di fare esperienza di fenomeni soprannaturali, ma una famigliola all’apparenza normale che si trasferisce nella casa per rimetterla a nuovo e rivenderla poi, sperabilmente, con profitto.

Ma le cose non vanno proprio come dovrebbero. Per parte materna nei bambini scorre una vena di medianità. L* bambin* iniziano a vedere fantasmi, a fare esperienza più o meno diretta di fenomeni paranormali mentre la salute mentale della madre, Liv, va via via deteriorandosi, fino alla follia e al suicidio.

Liv aveva un sogno, quello di una casa perfetta che aveva progettato nei minimi dettagli. La casa dei sogni, sempre messa in secondo piano da altre case più reali, da sistemare e da rivendere per poter mantenere la famiglia. Hill House, con la sua presenza maligna spezza il sogno e spezza la stessa Liv.

Quella che sembrava una famiglia perfetta, forse un po’ bizzarra (ma chi non lo è), viene travolta e distrutta dalla tragedia della madre risucchiata e divorata dalla casa che doveva essere l’ultima prima della casa dei sogni.
Il fatto che Hill House annienti la madre è emblematico. La rappresentazione perfetta del prezzo che le donne si trovano a pagare nel momento in cui assumono il loro ruolo in un contesto domestico e familiare.

Lo spiega molto bene la fumettista francese Emma Clit nel suo “Bastava Chiedere. 10 storie di femminismo quotidiano”. Sono moltissimi i meccanismi nei quali restiamo incastrate dal momento che veniamo socializzate come donne.
In famiglia siamo quelle che non solo devono svolgere la maggior parte dei lavori domestici, ma anche quelle che devono organizzarli, lasciando agli altri membri della famiglia (parter, mariti, figl*, animali domestici…) liste dettagliate di azioni da svolgere nel corso della giornata appuntate su post -it seminati per tutta la casa.
Questo accumulo di pensieri, chiamato carico mentale, è un lavoro estenuante, invisibile e ovviamente non pagato che ricade quasi esclusivamente sulle donne e si va a sommare ai lavori che svolgiamo fuori casa, spesso a discapito del rendimento e dell’attenzione che servirebbero per costruirci vite lavorative e sociali soddisfacenti fuori dall’ambiente familiare.

Un altro elemento che rende la vita domestica e familiare (ma non solo) particolarmente oppressiva per le donne è quello che la sociologa Arlie Russel Hochschild ha chiamato “lavoro emozionale” ovvero quel meccanismo che porta le donne a sentirsi responsabili del benessere emotivo di chi le circonda, spesso a discapito del proprio.
Intendiamoci, questo non significa che le donne siano più portate a prendersi cure de* altr* per chissà quale oscuro motivo biologico. Con la scusa che “è naturale” ci hanno rifilato tante di quelle sciocchezze nei secoli che effettivamente talvolta è difficile distinguere le due cose. Tuttavia queste presunte tendenze naturali altro non sono che gli effetti di una specifica educazione che viene impartita alle bambine fin dalla prima infanzia.

Per l’attivista femminista Eretica Withebread, autrice del saggio “Femminismo e salute mentale”, tutte le forme di oppressione che colpiscono le donne nella società patriarcale dovrebbero essere tenute in considerazione quando si approccia il tema della malattia mentale.
Dalla violenza e i soprusi che le donne hanno subito nella storia, quando si sono viste privare dei loro saperi e della comunità con altre donne (esempio emblematico, ma non l’unico, l’accanimento contro la saggezza femminile che si perpetrò nei secoli della caccia alle streghe) a quelle di oggi.
La violenza ostetricia, la cultura dello stupro, i sensi di colpa per non riuscire a raggiungere irraggiungibili (il gioco di parole è voluto) standard di bellezza e femminilità. Il senso di inadeguatezza di fronte a ideali impossibili come l’istinto materno, o il corpo perfetto. La frustrazione che deriva dal dover sempre e comunque dissimulare la propria rabbia, perché questo è quello che ci insegnano da piccole, le brave bambine non sono aggressive, dicono sempre di sì e traggono la loro gioia dal compiacere l* altr*.  La paura costante di essere aggredite, molestate, che il nostro consenso valga meno di zero quando si tratta di accesso al nostro corpo.
Tutte queste micro o macro aggressioni sociali contro le donne portano a una situazione di trauma costante che è alla base del fiorire di disturbi mentali come la depressione, l’agorafobia, l’autolesionismo, i disturbi alimentari.

Come scrive Eretica Withebread “le malattie mentali non nascono per caso e frequentemente dipendono dal grado di accettazione e dal livello di stima della persona che se oggetto di aggressioni, bullismo, cyberbullismo, di questo tipo, vengono meno”.

L’occhio del patriarcato è costantemente puntato sulle donne; come quello di Sauron non ha palpebre per potersi chiudere. Ma il maschilismo non è solo fuori di noi, in molti casi è anche interiorizzato e quel costante sguardo giudicante ci viene rivolto proprio dall’interno di noi stesse.
Il filosofo francese Focault ha riflettuto molto su questa forma di dominio, un controllo sociale così pervasivo che porta le persone ad un tale livello di interiorizzazione delle regole e di autoregolamentazione da rendere quasi inutile l’autorità esterna.

Se il ragionamento non vi convince chiedetevi quante volte non avete messo quella gonna perché era troppo corta per un colloquio di lavoro, non avete risposto male ad un commento sessista e svilente perché non volevate sembrare delle rompipalle, non vi siete concesse quella passeggiata liberatoria alle 3 di notte per paura di essere aggredite, vi siete depilate anche se avreste preferito usare quel tempo per leggere il giornale (o magari non ci siete proprio andate a quella festa in piscina perché prima non avevate avuto tempo di andare dall’estetista), avete fatto mesi di diete affamatrici per perdere quei due chili di “troppo”, avete speso decine di euro per fallimentari rimedi anti cellulite.
In nessuno di questi casi (credo e mi auguro) c’era qualcuno con una pistola puntata alla vostra tempia che sotto minaccia vi ha obbligate a essere vestite in un certo modo, condiscendenti, glabre, magre, con le cosce senza le cosiddette imperfezioni.

Scrive Focault: “Non servono armi, violenza fisica, costrizioni materiali. Basta uno sguardo. Uno sguardo che ispeziona, uno sguardo che ciascun individuo, sentendolo pesare su di sé, finirà per interiorizzare al punto di essere l’osservator* di se stess*; così ciascun* eserciterà questa sorveglianza su di sé e contro di sé”.

Per molte donne il sentirsi costantemente oggetto di sguardi giudicanti sfocia in problemi di autostima, depressione causata dal non sentirsi mai all’altezza, mai adeguate, disturbi alimentari per inseguire impossibili modelli estetici e agorafobia, il rifiuto di stare in mezzo alle persone e in luoghi pubblici perché ci si sente addosso quell’occhio infuocato.

Per tornare dove abbiamo iniziato, a Hill House e alla sua creatrice, Shirley Jackson nella sua vita ha sofferto di quasi tutti questi disturbi. Problemi di autostima, depressione e nell’ultima parte della sua vita agorafobia.
Schiacciata da un mondo che la voleva ciò che non poteva e non voleva essere, cresciuta sotto il gelido sguardo di una madre giudicante che per tutta la vita non ha mai smesso di ricordarle quando fosse inadeguata, quanto il suo corpo fosse inaccettabile, vissuta al fianco di un uomo che la portava a mettere costantemente in discussione il suo valore come donna, costretta in un ambiente che la voleva mogliettina perfetta, madre amorevole, casalinga impeccabile Shirley Jackson aveva dentro di sé una bellissima creatura selvaggia che implorava di uscire.

In parte lei è riuscita a farcela grazie alla scrittura e tutta la sua opera è un grido di liberazione dalle costrizioni familiari e sociali che opprimono le donne, e nonostante questa forza creativa che premeva per trovare una via di fuga (o forse anche a causa di essa) lo spettro della malattia mentale l’ha accompagnata per tutta la vita.

Shirley Jackson

Non tutte le donne riescono a trovare una valvola di sfogo, e per molte l’oppressione si trasforma in una cella senza finestre che le rinchiude nel buio di un’angoscia senza fine.
Per questo come femministe non possiamo lasciare che questo problema sia affrontato solo dalla psichiatria tradizionale.
La medicina ha bisogno di una nuova prospettiva di genere per comprendere fino in fondo con che cosa ha a che fare e, soprattutto, per poter lavorare a dei programmi preventivi.

 

Azioni concrete per combattere lo stigma e l’oppressione che viviamo ogni giorno come donne devono essere inserite nell’agenda femminista anche tenendo conto dei loro effetti sulla salute mentale delle donne.

Combattere i modelli estetici imposti e il body shaming potrà ridurre problemi come i disturbi alimentari o l’agorafobia. Smetterla di colpevolizzare le donne che non vogliono sposarsi, fare figli o occuparsi dei lavori di cura potrà combattere il senso di costante inadeguatezza che sta alla base di molti disturbi depressivi o atti di autolesionismo.

Come scrive Eretica Withebread: “il fatto di spingere con pressioni di ogni genere e ricatti emotivi le donne a seguire il richiamo della “natura” facendole sentire fallite o di scarso valore per non aver fatto figli, diventa un atto di estrema violenza nei confronti delle donne [… ] Una donna depressa, schiacciata dei sensi di colpa perché non è stata in grado di assolvere i ruoli che le sono stati assegnati, potrebbe stare molto meglio se nella vita avesse potuto scegliere liberamente quali ruoli siano adatti a lei. Non sto dicendo che tutte le donne che vivono disagi sulla propria pelle finiscono per soffrire di malattie mentali ma sono certa del fatto che se il 90% delle persone depresse è di sesso femminile ci deve pur essere una ragione e non è biologica”.

Ma anche il tema della rabbia non è da sottovalutare. La repressione delle proprie giuste istanze per non venir meno a un ideale angelico di femminilità ha conseguenze deleterie. Se non lasciate libere di uscire la rabbia e la frustrazione covano all’interno diventando autodistruttiva e può portare a episodi di autolesionismo, fino al suicidio.

Scrive sempre Withebread: “bisogna spiegare che quella rabbia ha ragione di emergere e non può essere censurata. Ci sono malattie mentali che raccontano molto più di quanto possa dire un libro di teoria femminista, perché ci spiegano in concreto quanto sia deleterio l’effetto che la cultura maschilista ha sulle donne.”

Per concludere “tutte le questioni fin qui trattate, relativamente alla discriminazione sessuale e di genere nei confronti delle donne, possono essere individuate come cause di alcune precise malattie mentali. Se non osserviamo la questione della salute mentale senza anteporvi la questione di genere, non potremmo capire come realizzare una prevenzione che alleggerisca il peso di tanta pressione sulle donne.”