Algoritmi, dati e il corpo delle donne

Algoritmi, dati e il corpo delle donne
Di Elena Esposto

Ogni epoca storica ha avuto un elemento su cui fondare la ricchezza e il potere. I secoli hanno visto succedersi la forza lavoro, le materie prime e il capitale, ma negli ultimi decenni un nuovo fattore è emerso e si è affermato con prepotenza: le informazioni.

Lo scenario futuristico che William Gibson prospettava negli anni ‘80 con il suo profetico Neuromante, un mondo nel quale le grandi multinazionali detenevano il potere perché controllavano i dati, sembra essere già qui.

Ogni giorno tonnellate di informazioni vengono processate da algoritmi sempre più complessi e sofisticati. Alcune stime prevedono che per il 2020 il volume di dati disponibili raggiungerà i 44 trilioni di GB, un numero a 18 zeri (più chiavette USB di quante potremmo mai immaginarci).

I dati sono il motore del mercato. Non solo i colossi informatici come Google, Facebook, o  Amazon, ma anche la vostra banca, il vostro operatore telefonico, il vostro fornitore di energia elettrica o di gas, il vostro assicuratore, la vostra ASL e perfino la vostra auto raccolgono informazioni su di voi, per potervi offrire prodotti e servizi ancora prima che li chiediate. Talvolta ancora prima che sappiate di volerli chiedere.

Inquietante? Neanche troppo. Per la maggior parte tutto questo ci semplifica la vita. Email che ci ricordano che abbiamo dimenticato l’allegato, cellulari che rispondono ai comandi vocali, rilevatori di sonno delle macchine, la proposta di prodotti simili a quelli già acquistati da parte dei siti online o del gestore del nostro conto in banca sono tutti effetti di questa rivoluzione tecnologica.

Le gigantesche moli di informazioni che condividiamo ogni giorno permettono agli algoritmi di imparare cose sempre nuove e di perfezionarsi nelle loro capacità predittive. I dati stanno alla base del machine learning che a sua volta è una componente cruciale dell’intelligenza artificiale.

Qualunque sia l’opinione che possiamo avere su questi temi è innegabile che gli algoritmi siano un grande strumento al nostro servizio. Infatti, non solo aiutano gli esperti di marketing a proporvi il vostro prossimo mutuo o il libro che vi porterete sotto l’ombrellone, ma servono anche scopi più alti. Processando i dati più disparati in quantità inimmaginabili, sono infatti in grado di prevedere accuratamente eventi rari o addirittura mai verificatisi prima, come prevedere l’incidenza di una certa malattia, un terremoto o un attentato terroristico.

Uno dei maggiori esperti (ed entusiasta sostenitore) del machine learning, Pedro Domingos, sostiene che abbiamo il dovere morale di condividere i nostri dati per il bene comune.

Verissimo, a patto che però siamo consci che, come tutti gli strumenti utili, anche questo può essere pericoloso se usato dalle mani sbagliate.

È il caso sollevato dal Washington Post sulle app che aiutano le donne a tenere sotto controllo il ciclo mestruale, la fertilità e altri aspetti della salute femminile.

Queste app hanno sicuramente avuto un ruolo importante nell’aiutare le donne a prendere coscienza del proprio corpo e dell’importanza della propria salute, a diminuire il numero di parti prematuri o cesarei e a concepire senza dover ricorrere a trattamenti per l’infertilità. Le informazioni messe a disposizione dalle donne durante la gravidanza o il ciclo mestruale sono state utilizzate per accrescere i database medici e scientifici e dare un contributo al bene comune.

Ma non solo. È infatti emerso che alcuni di questi dati sono stati acquistati dai datori di lavoro, con la scusa formale di poter calibrare al meglio le iniziative e le polizze sanitarie per le loro dipendenti.

Le associazioni per il diritto alla salute e alla privacy però non se la sono bevuta. Nonostante l’assicurazione dei creatori dell’app che i dati venissero ceduti in forma aggregata, è rimasto molto scetticismo e il dubbio dell’ennesimo tentativo di imporre un controllo esterno sul corpo delle donne non si è dissipato.

Specialmente in una società come la nostra, dove la maternità è ancora vista come un “ostacolo” alla carriera delle donne e, soprattutto, ai profitti delle aziende. Basti pensare all’enorme potere che metterebbe nelle mani dei datori di lavoro sapere a priori se una loro dipendente ha un’alta probabilità di avere una gravidanza a rischio, o semplicemente se sta cercando di restare incinta.

Il punto qui non è terrorizzare o portare a comportamenti paranoici volti a proteggere in modo spasmodico la nostra privacy (cosa che tra l’altro è impossibile), ma conoscere i risvolti opachi di questo fenomeno è indispensabile per renderci utilizzatori consapevoli delle nuove tecnologie.

Questo vale soprattutto per quei campi dove il controllo e la manipolazione possono colpire più forte. E sappiamo che la gestione del corpo delle donne è uno di quelli.

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