Il Sessantotto e le donne

Il Sessantotto e le donne
Di Carla Pinna

Potremmo iniziare col dire che le donne nel ’68 c’erano ma quasi invisibili. E potremmo finirla qui.

E invece no, perché le donne c’erano prima del ’68 e ci sono state, in molte, e protagoniste dopo il ’68.

Caterina Caselli nel 1967 cantava Io sono bugiarda. Traduzione italiana di I’m the believer dei The Monkeys che recitava:

L’amore mi fa molto molto ridere

E mai, io dico mai, ci crederò.

L’amore quello vero.

Non esiste più.

Dopo all’improvviso

Arrivi tu.

Se guardo te.

Sono bugiarda

L’amore c’è, è dentro di me.

Amo te uhhh…

Sono bugiarda, bugiarda lo so.

Donna disillusa, un po’ volubile, sicuramente romantica e leggera.

Ma chi erano le donne degli anni’60 e, soprattutto, cosa facevano?

In Italia viviamo il boom economico eppure esiste ancora una grande frattura fra il Nord delle fabbriche e dell’emigrazione e il Sud contadino. Il tasso di alfabetizzazione è ancora basso, la vita quotidiana sembra essersi fermata al Medio Evo. Nel 1965 appare in TV il documentario di Pierpaolo Pasolini “Comizi d’amore”, inchiesta sulle abitudini sessuali degli italiani, quando il sesso, in Italia, è ancora tabù.

Gli uomini si dicono pronti ad uccidere per difendere l’onore, le ragazze vivono una vita da recluse, i maschi propongono una doppia morale: uomo peccatore e donna santa. Si inneggia al delitto d’onore e in molti rimpiangono le case chiuse abolite dalla legge della socialista Merlin. La donna deve stare a casa ed il lavoro rappresenta una tentazione. “La donna che la piasa, che la tasa, che la staga in casa” proverbio veneto ma molto diffuso, in varie versioni, in tutta Italia. Vigeva il codice Rocco che stabiliva, attraverso il delitto d’onore e il matrimonio riparatore, la sudditanza della donna rispetto all’uomo.

1965: in Sicilia Franca è una bella ragazza di 15 anni, fidanzata con Filippo Melodia, un bel ragazzo, appartenente ad una famiglia di capimafia. Pochi mesi dopo il fidanzamento ufficiale, Filippo viene accusato di furto ed associazione mafiosa, la sua famiglia lo fa emigrare in Germania per tenerlo lontano. Franca, d’accordo con il padre, scioglie il fidanzamento. Filippo ritorna in Sicilia due anni dopo, ha scontato la sua pena in carcere e chiede di nuovo di sposare Franca, la quale rifiuta ancora una volta. Così brucia un casolare al padre, gli distrugge un vigneto e l’orto e lo minaccia con la pistola. Niente da fare. In paese tutti sanno ma stanno zitti per non inimicarsi la potente famiglia. Franca non esce più di casa per paura ma il 26 dicembre 1965 Filippo ed undici amici piombano in casa, tramortiscono la madre e rapiscono Franca con il fratellino piccolo (lo libereranno la sera). Franca viene tenuta digiuna per giorni e viene violentata in stato di semi incoscienza. Consumata la violenza, la famiglia di Filippo si reca dal padre per la cosiddetta “paciata”: Filippo sposerà Franca e tutto andrà a posto.

Bernardo Viola fa finta di acconsentire ma avverte i carabinieri che liberano Franca ed arrestano Filippo Melodia. Filippo è tranquillo: esiste le legge nr. 544 che permetteva allo stupratore di una ragazza minorenne, se la sposava, di non essere perseguito penalmente. Franca e la sua famiglia denunciano il rapimento e la violenza subita. Le donne anziane del paese non sono d’accordo, la considerano una svergognata perché ha perso l’onore e non vuole riacquistarlo con il matrimonio. Franca va al processo che termina con la condanna degli imputati: 11 anni a Melodia, 4 anni ai complici.

1968: la contestazione in Italia ha come protagonisti i giovani (e le giovani) che frequentano l’Università. Gli studenti erano in quel momento portatori di una rivoluzione culturale e politica che prometteva di sovvertire le strutture della società e con esse le soffocanti ristrettezze della vita privata.

No all’individualismo esasperato, alla competitività, all’autoritarismo, alla repressione sessuale. Alle ragazze il movimento studentesco apparve come un’occasione per ampliare i propri spazi di libertà, per sottrarsi alla egemonia della famiglia e per sperimentare un impegno, quello politico, così lontano dalle richieste sociali e famigliari.

Abbandonano il trucco, i vestiti eleganti, i tacchi a spillo per i jeans, maglioni, scarpe basse e la mingonna. L’utopia libertaria appariva alle ragazze come promessa di autonomia ed emancipazione. Si scopre l’autoriconoscimento di sé come persona, si individua “il patriarca”: padre dominatore, professore, marito. E successivamente anche il “leader politico”.

La famiglia viene individuata come luogo in cui, attraverso la trasmissione dei valori, dell’ideologia e dell’ordine gerarchico della società, il sistema economico e politico poneva le basi per riperpetuarsi.

Grazie agli scritti di R. D. Laing “La politica della famiglia” e David Cooper “ La morte della famiglia” nasce la rivolta dei figli contro i padri.

“Voglio essere orfano” era una scritta sui muri di alcune università.

Le donne furono investite dalla forza dirompente del movimento. Cominciavano ad essere coscienti che la loro realizzazione poteva avvenire nell’esercizio di una professione, nella ricerca universitaria, nelle aziende, su un piano di parità con gli uomini. Sul piano personale vivevano il ’68 come un momento liberatorio per adottare nuovi modelli di comportamento, anche in campo sessuale, e rompere il cerchio che partiva dalla famiglia e portava alla famiglia. Assumevano, per la prima volta, la coscienza dell’importanza della contemporaneità tra il desiderio e la soddisfazione. “Qui e ora” divenne l’aspirazione condivisa. Ogni individuo doveva partire da sé per rovesciare l’esistente. Rispetto ai loro compagni, le ragazze avevano più ragioni per rompere l’ordine costituito. Prima di tutto perché l’appartenenza al genere femminile era una condizione immutabile nel tempo al contrario dell’essere studente.La partecipazione della donne fu appassionata, spontanea, priva di secondi fini restituendo loro, almeno nei primi tempi, un grande senso di libertà ed apertura. Poi si resero conto che nelle assemblee vi era la gerarchia fra i sessi, che nei rapporti sessuali che si vivevano durante le occupazioni non mancava una certa violenza psicologica. Il conflitto divenne evidente quando le ragazze si resero conto della loro marginalità all’interno del movimento, della loro destinazione a ruoli subalterni e di scarso valore politico, della supremazia dei compagni nelle assemblee e dell’uso strumentale della disponibilità affettiva delle ragazze.Ma il maschilismo, questo maschilismo, non apparteneva solo ai ragazzi: coloro le quali tentavano, con successo, di emergere come leaders, adottavano le modalità di comportamento e pensiero dei maschi. La condizione delle giovani contestatrici che ce l’avevano “fatta” era comunque la solitudine, l’isolamento e l’odio delle altre. Solo successivamente, in una condizione psicologica e organizzativa nuova, tramite i gruppi di autocoscienza, questa frattura in qualche modo si riuscì a sanare. Nel 1970 appare il Manifesto del gruppo Rivolta femminile le cui fondatrici erano Carla Lonzi, storica dell’arte, la pittrice Carla Accardi ed Elvira Banotti:

Il femminismo non è il “reparto donne” di ideologie, rivolte, rivoluzioni degli uomini; le donne non sono un settore della lotta di classe…Per entrare in uno spirito femminista le giovani hanno dovuto scardinare non poco le parole d’ordine, i miti ed i modi sessantotteschi. E’ stato malgrado il ’68 e non grazie al ’68 che hanno potuto farlo.

Si schiude così una nuova epoca per le donne che assumono una coscienza differente.

Se all’inizio la Caselli cantava “Io sono bugiarda” nel 1968 canta “Insieme a te non ci sto più”.

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