Genere e criminalità organizzata

Genere e criminalità organizzata
Di Esther Forlenza

Cosa viene in mente quando si riflette sul rapporto tra genere e criminalità organizzata? Storie di giovani donne, amanti sottomesse, pericolosi boss di gruppi criminali?

In qualsiasi libreria del mondo è probabile che ci si imbatta in un vasto repertorio di libri sul tema della criminalità in generale, libri che pretendono di raccontare la “vera storia” di uomini di mafia, di spacciatori di droga o di gang giovanili transnazionali. Non solo, serie televisive e film oggi più di ieri abbondano con le gesta dei membri maschi affiliati alla criminalità organizzata con il risultato di alimentare costantemente il fascino collettivo nei confronti della criminalità stessa.

Dalle storie di gruppi e organizzazioni terroristiche che colludono, dagli spacciatori di droga al traffico di esseri umani, le donne tendono a non essere rappresentate come leader, e quando ciò viene fatto, sono tipicamente relegate a ruoli secondari, appendici cieche ma intenzionali alle loro controparti maschili, a volte “femme fatales” e generalmente non davvero autonome.

E’ chiaro che nessuna di queste rappresentazioni è neutrale e oggettiva. Storie e racconti comunicano messaggi specifici sui ruoli di genere e le immagini riguardanti ciò che uomini e donne fanno, o dovrebbero fare, fungono da veicolo per le stereotipizzazioni. Difatti, se gli uomini sono spesso visti come autori di violenza e le donne come vittime passive è perché l’immaginario collettivo è composto da un insieme di concetti costruiti conseguentemente agli stimoli e influenze che si subiscono. E, ad orientare il senso comune verso questa direzione, ci sono gli infiniti messaggi dietro ai quali vi sono stereotipi che finiscono per essere assunti come riflesso della realtà.

Dunque, se ci si domanda qual è l’importanza di avere una prospettiva di genere quando si esplora la criminalità, la risposta è semplice: il genere fa parte di ciò che le persone vedono in noi ma anche di come noi vediamo gli altri ed è proprio questo a condizionare i comportamenti. È sempre più evidente che la comprensione delle relazioni, delle identità e delle caratteristiche di genere possa contribuire a migliorare la cognizione dell’evoluzione della struttura delle reti sociali, nonché criminal-economiche, che contraddistinguono la realtà sociale in generale così come la sub-cultura criminale.

Per ciò che concerne la rilevanza delle donne nella criminalità organizzata, come molti articoli di cronaca riportano, “le donne spesso non si limitano a favorire le attività delittuose dei congiunti detenuti ma diventano loro stesse proprietarie di quote o addirittura intestatarie di società e imprese per lo più usate per il riciclaggio del denaro sporco, oppure di immobili o esercizi commerciali acquistati con denaro illecito”.

Ci sono donne che ricoprono un ruolo attivo negli affari della famiglia mafiosa, svolgendo compiti criminali in prima persona, tanto da essere definite “madrine” a pieno titolo. Non a caso, basta soffermarsi sulla figura di Giusy Vitale ben nota nel contesto siciliano per aver avuto un ruolo decisamente diverso da quello che le donne mafiose avevano avuto in passato. Ha preso parte alle decisioni dei fratelli detenuti, ha mantenuto personalmente i contatti con le figure di spicco della mafia esattamente come fece anche Ninetta Bagarella, vedova Riina.

La lista di nominativi risulta lunga e la crescente presenza delle donne nella criminalità organizzata palesa come nel tempo ci sia stata la valorizzazione del genere femminile mediante l’acquisizione di ruoli attivi da parte di molte. Pertanto, da cosa allora può essere dipeso il cambiamento intrinseco di tali organizzazioni? La risposta può risiedere nel fatto che ci sia stata una presa di consapevolezza delle skills dissimili di cui godono donne e uomini. La comprensione di queste differenze ha indubbiamente aiutato a identificare i bisogni aggiuntivi dell’organizzazione e a garantire che tutte le esigenze fossero soddisfatte grazie alla collaborazione tra attori, secondo una logica che si allontana gradualmente e sempre più dall’approccio sessista.

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