“Il Viaggio”. Presentazione del romanzo di esordio Camilla Marinoni

Di Camilla Marinoni

Vorrei presentarvi il mio romanzo d’esordio, il Viaggio, edito da #readingwithlove e in vendita su Amazon.

Il romanzo parla di Vanna, una donna ancora giovane sconfitta dalla vita. Per sopportare la sua realtà quotidiana, si è creata una dimensione fantastica attraverso letture di romanzi e sogni adolescenziali.

Dopo una serie di colpi durissimi, decidi di scappare e abbandonare tutto, compreso il suo nome.

Si trasformerà in Maddalena.

Vive leggendo i Tarocchi, un talento che le ha trasmesso sua nonna, in un b&b in riva al mare in compagnia di persone che, come lei, stanno cercando la propria identità. Qui scoprirà l’amicizia e l’amore.

Proprio la lettura degli Arcani Maggiori dei Tarocchi saranno il filo conduttore del suo viaggio. La accompagneranno quasi “per mano” nello svolgersi della sua storia.

Ma ora vi lascio alla lettura di alcune pagine del libro. Questo si divide in due parti: la prima dedicata a Vanna, la seconda a Maddalena. Anche per quest’ultima ho scelto di ricapitolare dal primo capitolo. Perché per Vanna, che si è trasformata in Maddalena, è una nuova vita. Mi è quindi sembrato giusto ricominciare dal primo capitolo.

Vi vorrei così proporre le introduzioni e i due primi capitoli delle due parti. Buona lettura!


INTRODUZIONE

Mi chiamo Maddalena.

Sono seduta su una panchina con in grembo il mio consunto diario. Ho appena scritto Fine sulla sua ultima pagina. Quanti ricordi mentre sfoglio le sue pagine. Uno di questi è Vanna.

La mia cagna è sdraiata vicino a me, incuriosita dal mondo sconosciuto che le passa davanti.

Nemmeno io sono più abituata alla confusione, ormai è parecchio tempo che vivo fuori città.

Biciclette che attraversano i viali alberati. Passanti distratti dai loro cellulari. Un panino al parco, una sigaretta, un po’ di sole che scalda le ossa prima di riprendere il lavoro. Bimbi e cani chiusi in recinti separati a giocare. Un tram giallo che passa al limite del parco. Rumore martellante in sottofondo. Due amiche sedute su una panchina, prese dal loro chiacchierare. Una coppia di innamorati che si scambiano baci rubati durante la pausa pranzo.

Era inevitabile che, ora che sono in partenza, mi ritornasse in mente il suo ricordo.

L’ultima volta che la sentii nominare, era anche lei in strada, con un’unica valigia e nel cuore tante speranze. Se hai voglia di ascoltare, ti racconterò la mia e la sua storia.


1

Mi ero infilata appena in tempo in un affollato vagone della metropolitana.

Lasciai vagare lo sguardo abbattuto intorno a me, nemmeno un posto libero per sedersi.

Ora di punta, uno sciame di operose formichine che confluivano verso i rispettivi posti di lavoro.

Mi sentivo soffocare, stretta in mezzo a corpi caldi dove filtrava solo aria viziata.

D’estate poi era anche peggio. Detestavo quella folla anonima, che puzzava di sudore e di deodorante da quattro soldi. Mi provocava conati di vomito. Il calore di sconosciuti che mi si appoggiavano contro, complice il moto instabile, mi dava un senso di repulsione.

Ammucchiati dentro una scatola di lamiera per un breve lasso di tempo. Occhi puntati verso terra per timore di rispecchiarsi nella medesima rassegnazione di quelli del vicino.

Anime solitarie che nemmeno tentavano di trovarsi.

Ancora peggio il momento di scendere. Incunearsi tra la massa di carne di chi si piazzava davanti alle porte. Spingere per uscire, mentre un’altra calca umana faceva lo stesso per entrare.

Mi feci trascinare verso le scale mobili, in fila per essere infine vomitata in superficie.

Squallidi grattaceli in vetrocemento svettavano alti come lame nel cielo plumbeo. Sentinelle silenti che mi indicavano la strada per il mio luogo di lavoro, pronto a ingoiarmi per poi risputarmi dopo il tributo quotidiano di un terzo della mia giornata.

In mezzo a tutto questo grigio, un ciuffo di erbe selvatiche erano spuntate in una crepa del marciapiede. Semi portati dal vento avevano trovato l’unico punto incrinato nel cemento dove mettere radici e crescere.

Quasi una nota di speranza per un futuro migliore.

La folla sembrava pensare che fosse un peccato schiacciarle e, forse inconsciamente, le evitava.

Ero arrivata al mio grattacielo. File di ascensori che salivano e scendevano velocemente portando nuova forza lavoro al piano designato.

Mi aspettava uno stanzone enorme diviso in tanti minuscoli cubicoli, simile a un immenso formicaio. Ogni cella, una formica operaia intenta a ripetere all’infinito un’unica operazione.

Sembrava la descrizione di un romanzo apocalittico, pensai mentre passavo davanti alla saletta delle macchinette del caffè. A volte i miei pensieri erano decisamente cupi. Prima di iniziare, volevo una cioccolata bollente. Era una giornata così fredda, e mi ero svegliata dopo una notte di sogni degni dei miei pensieri di quella mattina.

Avevo sognato di fare sesso con degli uomini sconosciuti, non per piacere, come Bocca di Rosa (chissà perché mi era venuta in mente quella canzone), né per soldi, ma perché così voleva mia madre. Lei mi preparava il letto, un nudo materasso a una sola piazza con grigie lenzuola fredde, e un dopo l’altro questi si congiungevano con me. Di loro non ricordavo i volti e nemmeno l’odore. Ero una semplice necessità fisiologica, non mi vedevano nemmeno. Due corpi che si incontravano per una squallida transazione d’affari.

Alla fine la sveglia era entrata nel mio incubo per riportarmi a quello reale.

Avevo proprio bisogno di una bevanda calda e zuccherata, anche se era solo un surrogato di cacao.

Trovai delle mie colleghe. Parlavano della loro vita frenetica e avvincente, dove i protagonisti erano figli, mariti, amanti. Truccatissime ed elegantissime, fotocopia dell’ultima attrice vista in televisione.

A volte avrei voluto assomigliarle. Era spossante passare l’intera giornata senza scambiare una parola se non di lavoro. Ma non riuscivo a interessarmi dei loro discorsi, erano per me misteriosi. Mi sentivo quasi un’aliena.

Le salutai con un timido Ciao. Presi la mia brodaglia fumante e la bevvi velocemente, quasi senza nemmeno gustarla e scottandomi la lingua.

Avrei invece voluto sorseggiarla con calma, tenendo tra le mani infreddolite il bicchiere di carta, ma non ne avevo avuto il coraggio. Al mio ingresso si erano zittite, pronte a giudicarmi o forse solo curiose di capire chi fosse “quella con gli abiti tanto scialbi che sta sempre per i fatti suoi”.

Solo una ragazza appena arrivata mi sorrise offrendomi un dolcetto preso da una scatola sulla tavola, ma non ebbi il coraggio di accettarlo. Le rivolsi un ringraziamento a fior di labbra e mi diressi all’uscita fingendo di avere fretta.

«Lasciala perdere. Quella non si degna di fermarsi con noi. Nemmeno i nostri biscotti sono degni di lei. Chissà chi si crede», disse una collega sarcastica.

«Più che altro fanno schifo», rispose la nuova collega, scoppiando in una risata.

Girai la testa e osservai con piacere che mi faceva l’occhiolino e un sorriso.

La mia giornata parve per qualche secondo meno grigia.


MADDALENA

Esistono persone che appaiono magicamente in momenti fondamentali e dolorosi della tua vita. Queste sono magari diversissime da te, ma in quel momento le senti uguali.

Tu ti sei persa, non riesci a trovare una direzione.

Loro ti prendono semplicemente per mano e ti sostengono nel cambiamento, accompagnandoti magari per un pezzetto di strada.

È esattamente quello che ho provato quando ho incontrato Zoe sul treno nel giorno della mia rinascita.

1.

Era ormai notte quando scendemmo in una piccola stazione. Mi colpì il profumo dei fiori nell’aria, non ci ero abituata. Rimasi immobile con il naso in su.

Zoe mi chiamò. Era stanca e carica di pacchi. Voleva andare a casa.

Ci inoltrammo per delle viuzze e dopo una breve passeggiata arrivammo a quella che sarebbe stata la mia nuova dimora, almeno per qualche giorno.

Ci accolsero l’abbaiare di un cane e un paio di gatti che si strusciarono sulle nostre gambe, rischiando di farci cadere.

«Buoni! Poi vi saluto per bene, ora fatemi accompagnare la nostra ospite nella sua camera», rise Zoe allontanandoli.

Era una cascina su due piani color ocra. Intorno un giardino ombreggiato da alberi rigogliosi, dove sedie a sdraio consunte dall’uso sembravano invitarti per oziose letture e pennichelle pomeridiane.

Sui davanzali delle finestre vasetti con erbe aromatiche e verdeggianti pianticelle fiorite. Tre gradini di pietra portavano a un portone di legno seminascosto da una pianta di rigogliosa glicine.

Di fianco a questo una targa con inciso “Mi casa es su casa”, e subito sotto il nome della dimora, “Rifugio di Pan”

Zoe tirò fuori una grossa chiave di ferro, di quelle che si vedono ai mercatini dell’antiquariato, e aprì la porta. Entrammo in un piccolo ingresso che si affacciava su in una grande stanza bianca con poltrone e divani usurati che davano l’idea di essere molto comodi. Un grande camino campeggiava in fondo alla stanza,.

 «Ecco la mia reggia», esclamò orgogliosamente Zoe, «domani ti faccio fare con calma un giro della casa e del paese. Hai fame?»

Ero troppo stanca per mangiare, volevo solo ritirarmi.

«Ti accompagno alla tua stanza. È piccola, ma domattina vedrai che spettacolo dalla finestra. Ecco lenzuola e asciugamani. Seguimi».

Era una camera minuscola, con un letto singolo in ferro dipinto di azzurro e un armadio. C’era anche un tavolino con una seggiola sotto la finestra. I mobili parevano recuperati da qualche mercatino dell’usato.

Zoe mi augurò la buonanotte e mi lasciò sola in compagnia dei miei pensieri.

Era la prima volta che dormivo in casa di una sconosciuta. Non avevo mai lasciato il nido materno se non per qualche rara notte dalla nonna.

Che cosa avevo fatto? Forse ero ancora in tempo per tornare a casa. Ma volevo davvero tornare indietro? Non potevo essere ancora una volta così vigliacca.

Che silenzio. Era così strano non sentire rumore di auto o sirene. Scostai la tenda. Era così buio. Non come in città dove non lo era mai veramente, complici le luci dei lampioni sempre accesi.

 Si sentiva solo in lontananza lo sciabordio delle onde sugli scogli.

Non ero ancora riuscita a vedere il mare, se non di sfuggita dal finestrino del treno.

Cosa avrei fatto il mattino dopo? E per il resto della mia vita?

Calma Vanna, un pensiero per volta. Mi scoppiava la testa.

Se Zoe fosse stata una squilibrata? Del tutto normale sicuramente non lo era. Ospitare una perfetta sconosciuta in casa sua.

Mi guardai intorno. L’armadio era vuoto, solo qualche coperta e delle grucce per gli abiti. Nel cassetto del comodino trovai invece una sorpresa: un quaderno dalla copertina gialla. Lo sfogliai. Le pagine erano bianche. Nessuno lo aveva mai utilizzato. Mi sarebbe piaciuto tenere un diario, ma avevo sempre avuto paura che finisse nelle mani di mia madre, non si sarebbe fatta scrupolo di leggerlo.

E poi mi vergognavo. Le parole scritte hanno una loro vita. Fino a ieri avevo vissuto attraverso quella degli altri. La mia esistenza era stata troppo noiosa perché valesse la pena di raccontarla. Ma ora avrei potuto farlo. Mentre riflettevo, con un dito accarezzavo la copertina del quaderno, quasi per concretizzare questo desiderio recondito. Nessuno qui avrebbe letto i miei pensieri.

Lo appoggiai sul comodino, l’indomani lo avrei mostrato a Zoe.

Mi sdraiai sul letto vestita. Non ero ancora tranquilla di dormire in una casa sconosciuta. Mi volevo sdraiare solo per recuperare la calma necessaria per decidere cosa fare. Dopo qualche minuto mi addormentai, la stanchezza aveva preso il sopravvento.


Camilla Marinoni nasce e vive a Milano. Scrive per passione e per lavoro. È un’appassionata divoratrice di libri. Si occupa di web marketing. Ma ha anche un’altra occupazione: è una consulente di Fiori di Bach e lavoro, oltre che con le persone, anche con gli animali. Sua grande passione sono lo studio degli Arcani Maggiori.