Notizie da Pechino. Intervista a Katja Danylova

Notizie da Pechino. Intervista a Katja Danylova

Di Alessandra (Sasha) Frascati

Intervista a Katja Danylova, redattrice presso una testata giornalistica cinese, residente a Pechino da 10 anni.

– Buongiorno Katja e grazie per avermi concesso un po’ del tuo tempo per questa intervista che, sono sicura, sarà molto interessante per i nostri lettori in Italia. Innanzitutto, vorrei chiederti com’è adesso la situazione a Pechino e se hai notizie di nuovi focolai o casi di contagio sul territorio cinese.

Buongiorno a tutti. Innanzitutto, bisogna precisare che la situazione a Pechino non è mai stata così tragica come a Wuhan, qua tutto è più “soft”. Mi sembra che da circa una settimana non ci siano nuovi casi di contagio, ciononostante ancora oggi negli aeroporti le regole per chi arriva dall’estero sono ferree.
Ora come ora, in Cina, la situazione è stabile e siamo più preoccupati per i nostri cari all’estero.

-Qual è stata la prima reazione della popolazione cinese quando alla tv hanno annunciato di aver scoperto un nuovo virus?

Il popolo cinese ha preso la notizia molto seriamente. A Pechino hanno iniziato a parlarne intorno al 20 di gennaio, quando il governo ha comunicato ufficialmente che il virus si trasmetteva da persona a persona. La reazione dei cinesi è stata immediata. 

A dire il vero, credo che ciò abbia un nesso con un’altra epidemia, quella della polmonite atipica (SARS-CoV): nel 2003 a Pechino c’è stata un’impennata di contagi molto violenta. Ho parlato di recente con una ragazza che allora studiava all’università e mi ha detto che, al tempo, è rimasta chiusa nel campus dell’istituto per un semestre intero, seguendo le direttive delle autorità. L’allarme era stato dato tardi e il virus era molto pericoloso: il tasso di mortalità da polmonite atipica (SARS-CoV) era addirittura più alto di quello del Corona e ha provocato una strage.

Perciò, quando la gente ha saputo che era stato individuato un nuovo virus si è spaventata molto. Le autorità hanno invitato subito la popolazione a indossare le mascherine e i cinesi si sono attenuti strettamente a questa regola, in modo molto responsabile e disciplinato. Qua in Cina è normale indossare la mascherina in assenza di emergenze sanitarie, e anche questa particolarità ha a che vedere con la Sars: prima del 2003 non era usuale mettersela e se qualcuno lo faceva veniva guardato storto o deriso; ma quando è scoppiata la Sars tutti hanno iniziato a indossarla e si è smesso di guardare con sospetto chi la portava. Dopo la Sars, i cinesi sono diventati più responsabili: ad esempio, se hanno anche un semplice raffreddore si mettono subito la mascherina e non se la tolgono neanche in ufficio, per non contagiare gli altri. Per loro questo atteggiamento è normale. 

Mi ha sempre colpita molto questo senso di responsabilità dei cinesi: le persone si preoccupano per gli altri. Un cinese pensa: “sono ammalato, ma non voglio che si ammalino gli altri”. Ho sempre provato ammirazione per questo loro atteggiamento, ma ho iniziato a portare una mascherina medica soltanto adesso, nonostante all’inizio avessi dei dubbi sul fatto che potesse essere utile. 

Il giorno in cui è stato annunciato che il virus si trasmetteva da persona a persona ero in ufficio. La mia capa e la mia responsabile mi si sono avvicinate e mi hanno intimato di venire al lavoro con la mascherina, era obbligatorio. Io ho iniziato a protestare, ma loro sono state irremovibili e mi hanno mandata subito a comprarne una. Durante la pausa sono andata nella farmacia più vicina che di solito è vuota. Mi sono stupita nel vedere una coda di 5-6 persone, tutte con la mascherina. 
Inoltre, quello stesso giorno tutte le mascherine vendute online sono andate sold out. 

-Potresti raccontarci qualcosa del periodo di quarantena? Com’è stato gestito e come ha reagito la popolazione?

La quarantena è stata gestita in maniera diversa da città a città. A Pechino le scuole e le università sono ancora chiuse, ma in alcune regioni della Cina i ragazzi possono già frequentare le lezioni. 

Seguendo una consuetudine cinese, a Pechino, tutte le restrizioni verranno tolte dopo rispetto alle altre città, perché è la capitale e ci sono un’attenzione e una cautela maggiori da parte delle autorità. La maggior parte dei voli che arrivano dall’estero viene dirottata verso città vicine a Pechino dove la gente viene sottoposta ai controlli e messa obbligatoriamente in quarantena per un periodo di 14 giorni. 

Se vogliamo parlare delle restrizioni imposte sugli spostamenti, la quarantena è stata introdotta dopo il Capodanno cinese (fine gennaio) e tutti i quartieri sono stati chiusi. 

Quando si è diffusa la notizia del virus, stava per iniziare il Capodanno cinese, la festa più importante in Cina. Come da tradizione, durante questo periodo tutti i cinesi tornano al proprio paese di origine per trascorrere la festa in famiglia. Mi sono quindi stupita del fatto che molti miei colleghi fossero rimasti a Pechino, e che avessero preso questa decisione in fretta, senza pensarci su due volte. 

Io, invece, sono tornata a casa in Crimea e mi sono trattenuta là più di una settimana. Quando sono tornata, il mio quartiere era chiuso da un cordone, con tanto di guardie all’ingresso che controllavano tutti coloro che volevano entrare, chiedendo di compilare un modulo nel quale era necessario indicare il luogo di provenienza e se si era stati di recente nella provincia dello Hubei o a Wuhan. Dopodichè mi hanno semplicemente detto di stare a casa e non uscire. Non c’era nessuno che controllasse i miei spostamenti, ma mi avevano detto di muovermi il meno possibile e io cercavo di attenermi a questa regola. Al lavoro è stato subito avviato lo smart working, quindi non c’era motivo di uscire.

Verso i primi di febbraio hanno introdotto una quarantena più severa: se si usciva era necessario avere un permesso e per ottenerlo ho dovuto far vedere il contratto di affitto. Col permesso ero libera di entrare e uscire dal quartiere. All’inizio, quando hanno messo il cordone, erano i soli corrieri a non poter entrare (in Cina è molto comune comprare articoli online o farsi consegnare il cibo a casa, tanto più che la gente aveva paura ad uscire), tutti gli altri potevano farlo. Da febbraio, invece, le regole sono cambiate e solo i residenti potevano accedere. All’entrata del quartiere tutt’ oggi c’è un cordone con delle guardie che misurano la temperatura a chiunque voglia entrare o uscire.

I mezzi pubblici circolavano regolarmente, anche se gli autobus non effettuavano alcune tratte. 
La metropolitana funzionava, ma nessuno la usava perché tutti avevano paura. C’erano anche delle restrizioni: ad esempio, se si voleva accedere ad alcune stazioni era necessario notificarlo preventivamente online, per far sapere alle autorità competenti che si stava prendendo la metro. Questo come misura di sicurezza, per evitare assembramenti. Inoltre, è stata aumentata la frequenza dei treni, in modo che i vagoni non fossero pieni.

-C’è stata qualche carenza di generi alimentari nei supermercati?

No, nessuna carenza. Bisogna anche considerare il fatto che l’epidemia è esplosa alla vigilia del Capodanno cinese, quindi tutti avevano fatto una grande scorta di provviste nei giorni precedenti e non si è verificato nessun assalto ai supermercati.
Tuttavia è stato interessante notare come cambiava la varietà dei generi alimentari venduti nei piccoli negozietti: prima vendevano solo verdure, frutta e pesce. Adesso vendono carne, noccioline, qualsiasi cosa. 

-Un’ultima domanda: come hanno reagito alla quarantena gli artisti e gli uomini di cultura?

Una domanda interessante. Ci sono stati vari progetti online.
Il primo che mi viene in mente è quello di Fang Fang, una scrittrice cinese residente a Wuhan. Durante la quarantena ha tenuto un diario online che ha avuto un grandissimo successo: tantissime persone lo hanno letto e hanno fatto repost, così si è diffuso velocemente.

Un altro progetto è quello di un mio amico britannico residente a Pechino, pittore di professione.  Tra le tante cose che fa ce n’è una molto particolare che mi ha sempre affascinata: disegna mappe mentali, offrendo uno scorcio inedito di Pechino. Essendo rinchiuso in casa ha creato una “mappa mentale della quarantena”, disegnandola sui muri di casa sua nell’arco di 14 giorni (https://www.cnn.com/style/article/gareth-fuller-maps-coronavirus-quarantine/index.html

Un terzo progetto è quello di una mia amica ucraina, sinologa e musicista, che ha fatto per lungo tempo teatro. Ha chiesto ai suoi amici cinesi di registrarle e inviarle dei suoni della quarantena. Dato che ai cinesi piace molto mangiare, ha ricevuto tante registrazioni di suoni di cibo che stava cucinando. Io, invece, le ho mandato un audio dei miei vicini che saltavano la corda sul pianerottolo.

-Spero che la prossima volta potrai inviarle le grida dei bambini che giocano fuori in cortile, quando il virus sarà definitivamente sconfitto. Katja, grazie ancora del tempo che ci hai concesso, abbi cura di te!

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