Specchio

Specchio
Di Alessandra (Sasha) Frascati

Adesso vi chiedo: che cosa spinge questi miei occhi fragili a piangere lacrime di vetro, taglienti come le lame dei mille coltelli, con cui chissà quante volte avete sognato di ferirmi, se non di uccidermi? 

Perché sin dalle prime luci del mattino, quando ancora in cielo respirano le ultime stelle, quando ancora la notte veglia sui sogni di voi, poveri uomini tormentati, mi guardate con odio, mi lanciate occhiate gonfie di antichi rancori? Non odiatemi. Non pensate che io sia vostro nemico, perché non è così.

Io ricordo un inverno, ricordo un mare gelato, una spiaggia, un temporale: accadde in un solo istante, ma è lì che nacque il mio dolore.

Quella volta ero acqua, ero libero di sbattermi e frantumarmi in onde argentate contro gli scogli, di divertirmi a sussurrare il mio amore alla luna e alla vita come il più folle degli innamorati, vedevo gli occhi di tutto il mondo esplorarmi, ammirarmi; oppure, la sera, sentivo le mani di giovani sirene che sfioravano pericolose il mio corpo in continuo movimento, fino a farmi sudare e restare in silenzio, senza parlare, solo con le canzoni del vento.

Di notte, miei cari amici, arrivò la bufera: non cadde alcuna goccia di pioggia, nessuna nuvola coprì il cielo. Un pescatore si avvicinò a guardarmi e all’improvviso scappò via urlando. Non chiedetemi di nuovo perché. Non lo so. So solo che andò a dire in giro che dentro di me abitavano mostri. Ebbi paura e fuggii. Trovai rifugio in un pezzo di vetro e proprio quando pensai di aver conquistato la salvezza, di nuovo il dramma. Confesso di non dormire, perché non ho occhi miei. Confesso di non saper sorridere, di non poter sognare, di non conoscere cosa significhi toccare né baciare. Ladri, non vi rendete conto di ciò che avete fatto? Avete rubato tutto il mio universo e appiccicato sulla mia faccia liscia, e ormai priva di espressione, i vostri umori, la vostra rabbia, la vostra noia. Mi avete dato centinaia di volti diversi, a volte quello di assassini, di disonesti; e ora, dopo essere stato usato e sfruttato, mi accusate di non esservi amico e di mostrarvi solo scene orribili. Uno di voi, qualche giorno fa, mi ha urlato contro perché il mio corpo era diventato un palazzo in fiamme, un bambino che piangeva aggrappato al vetro di una finestra. Un altro mi ha fatto a pezzi, mi ha lanciato un sasso addosso dopo che mi ero tramutato in ferocia: ero una pistola che uccideva, ero una ragazza senza futuro, ero una guerra, ero il grido dei popoli stremati dalla fame, ero le fiamme dell’inferno che però non bruciavano sotto ai piedi, ma spremevano le anime qui, sulla terra. 

Nessuno mi ha chiesto se soffrivo: mi guardavate e mi odiavate. Ed io sono stato a subire. Permettetemi allora di morire almeno in pace. Mi rivolgo a tutti voi e in particolare a quel pescatore che prese a calci il mio cuore: assistete alla morte di uno spettatore che non ha fatto altro che riflettere, sul suo corpo bagnato di lacrime e color delle perle, il vostro animo arrabbiato che dà giudizi in fretta e si dimentica presto delle cose belle (come gli occhi azzurri di quella bambina che, l’altra mattina, si è specchiata quasi incantata ad una vetrina). Lo so, non ve ne ricordate. Non l’avete vista.

Lanciatemi un ultimo sguardo, mentre piano muoio con l’azzurro di quel sorriso nel cuore. Scrutatemi bene, osservatemi con l’attenzione di un esperto di stelle, ma poi non meravigliatevi nel vedere, miei cari signori, che tutti quei mostri che vi ho regalato sin dal primo mattino siete voi. Trovate il coraggio di specchiarvi ancora, non sarà più affar mio. Addio.

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