Guerriere, streghe, donne: rivendicare la misoginia nella cultura popolare

Guerriere, streghe, donne: rivendicare la misoginia nella cultura popolare
Di Sofia Brizio

Quante di voi si sono sentite dare della strega o dell’arpia da qualcuno che non vi apprezza particolarmente (uomo o donna che sia, perché sì, anche le donne possono essere misogine) o per aver fatto qualcosa che dà fastidio? Sono sicura che sia capitato a tutte almeno una volta nella vita. Per quanto mi costi ammetterlo, io stessa ho definito altre donne così. Questi termini che usiamo con accezione negativa sono l’eredità di una tradizione mitologica globale nella quale le figure femminili più famose sono quasi sempre mostri. Da Circe a Medusa, dalle sirene alle arpie, la figura della donna mangiauomini pervade la cultura popolare antica e contemporanea. Tutte queste donne sono temute e ostracizzate non tanto perché sono mostri che causano distruzione, ma perché sfuggono al controllo dell’uomo. Se ci pensiamo bene una donna che causa distruzione fa più paura di un uomo che si comporta nello stesso modo perché incarna ed esprime caratteristiche ed emozioni considerate tipicamente maschili, come astuzia, rabbia e ambizione.

Con l’espansione del femminismo mainstream e i feminist and gender studies, hanno cominciato a emergere narrazioni letterarie e mediatiche che ‘riscattano’ le figure tradizionali della mitologia reinterpretandole in chiave più umana per liberarle e mettere in luce la continua demonizzazione delle donne attraverso i secoli. Recentemente ha suscitato scalpore il libro Il mostruoso femminile (edizioni Tlon), un saggio che ripercorre l’antica cultura popolare di diverse civiltà per trovare le radici della misoginia intrinseca nella società odierna ed evidenziare l’impatto della tradizione su come trattiamo le donne oggi. Significative le parole dell’autrice Jude Ellison Sady Doyle riguardo alle donne-mostro: “Un mostro non è qualcosa da ignorare o da sottovalutare. Non ispira soltanto rabbia o disgusto. Un mostro, per definizione, suscita paura. Sotto tutto il disprezzo che gli uomini hanno riversato sulle donne nel corso dei secoli, sotto tutte le condanne per la loro alterità, c’è l’inconsapevole riconoscimento del potere [femminile], un potere abbastanza grande che secondo i calcoli [degli uomini] potrebbe porre fine al mondo. Alla radice di tutte le teorie riguardo la natura maligna delle donne risiede una primordiale forza matriarcale, vasta, oscura e antica come l’oceano. Se esaminiamo i modi in cui le donne sono state demonizzate, allora possiamo raggiungerne le rive”. 

Sovvertire la narrativa classica non significa quindi necessariamente annullare la tradizione, ma fare una rilettura che comprenda le varie versioni dei miti, spesso tramandati oralmente, che circolano a diversi livelli di popolarità. Così ad esempio, la riscrittura del mito della maga Circe fatta da Madeleine Miller nel suo romanzo Circe ci ricorda che i poemi omerici offrono una visione limitata del personaggio, e che forse Circe non era affatto cattiva come veniva dipinta, ma semplicemente esulava da ciò che ci si aspettava da una donna del tempo (e per questo era stata condannata dal padre a una vita in esilio, vita che non aveva scelto lei stessa come invece il mito originale fa credere). In altre parole, molti miti e racconti del panorama globale sono stati declinati con il passare del tempo ad uso e consumo della segregazione di genere, spesso in maniera subdola e difficilmente percettibile per il pubblico. Riraccontare queste storie per il nostro tempo può essere utile a capire come la cultura popolare nel corso degli anni abbia contribuito a cementare un certo tipo di pensiero/sistema patriarcale, e nel contempo come la cultura popolare stessa, specialmente con tutti gli strumenti tecnologici e comunicativi di cui disponiamo oggi, sia l’unico mezzo attraverso cui cambiare le cose. Così facendo, le caratterizzazioni originariamente nate con accezione negativa  possono essere riviste e rivendicate come tratti di donne forti a cui ispirarsi.

Prendiamo ad esempio la stregoneria. La caccia alle streghe era una pratica medioevale molto diffusa che ostracizzava e uccideva donne che non rientravano nella norma del tempo perché esperte in metodi alternativi di guarigione o pratiche come erboristeria e astrologia. Ancora oggi queste pratiche sono spesso motivo di derisione. Ma negli ultimi anni la stregoneria è stata protagonista di una crescita esponenziale dal punto di vista letterario, mediatico e politico. Molte attiviste (Sofia Righetti, che ho citato in articoli precedenti, è la prima che mi viene in mente nel panorama italiano) rivendicano la pratica della stregoneria come uno strumento di affermazione di sé ed emancipazione sociale, politica e culturale indissolubilmente legato al femminismo e all’amore per l’ambiente. La stregoneria moderna, più di ogni altra cosa, ci insegna a guardare con occhi diversi le storie che ci vengono raccontate, che spesso scaturiscono unicamente dalla paura di donne forti e indipendenti che minacciano di sradicare lo status quo della società patriarcale. Essere chiamata ‘strega’ ha un’accezione negativa, ma questa accezione deriva da ciò che è stato tramandato sulle streghe. Per esempio in pochi sanno che la figura mitologica greca di Ecate, seppur principalmente venerata come dea delle terre selvagge e del parto, era considerata esperta di erboristeria e necromanzia, che praticava a beneficio e protezione della natura. Ciò la rende ufficialmente una delle prime streghe nella tradizione mitologica, la cui accezione negativa è arrivata molto più tardi a causa della diffusione del cristianesimo. Le streghe odierne rigettano la demonizzazione di matrice cristiana cancellando una tradizione misogina che è esistita per secoli. 

In ogni cultura del mondo, le donne protagoniste delle storie popolari sono state più o meno evidentemente esaltate, ignorate o demonizzate a seconda dei casi, nel nome della politica, della religione e della patriarchia. Ma oggi possiamo riscrivere queste storie e conoscere le diverse versioni per comprendere le radici della società in cui viviamo. Per citare Kate Hodges, autrice del libro Warriors, witches, women: Mythology’s fiercest females (citazione tradotta da me), “spesso una storia rivela tanto dei personaggi quanto di chi l’ha scritta … Così in passato le divinità femminili che nella tradizione regnavano incontrastate potevano essere rovesciate da chi voleva rimpiazzarle con figure meno scomode. Ma le storie originali resistono. I nomi di queste donne vengono sussurrati nelle storie della buonanotte di tutto il mondo … Queste figure non sono semplicemente un legame piacevole e confortante con la storia fattuale, ma costituiscono virtuosi esempi contemporanei le cui fatiche, speranze e punti di forza risultano ancora attuali. Queste donne vengono sì da un passato oscuro, ma sono quelle che illuminano la strada del cambiamento”.     

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