Le donne nell’Illuminismo: l'uguaglianza vale per tutti?

Le donne nell’Illuminismo: l'uguaglianza vale per tutti?
Elisa Belotti

Siamo abituati a pensare all’Illuminismo come all’epoca storica in cui la luce della ragione si impose sull’ignoranza, in cui i principi della libertà e dell’uguaglianza si elevarono a cardini della società. Una folta schiera di intellettuali e filosofi ha dato origine e vigore a queste riflessioni, che si sono diffuse in tutto il mondo, hanno generato la Rivoluzione francese e inciso fortemente sul corso della storia. I nomi legati all’Illuminismo sono, ad esempio, Rousseau, Beccaria, de Montesquieu, Diderot e d’Alembert. Senza sminuire la portata storica e sociale di questo periodo storico e dei suoi attori più noti, possiamo però porci una domanda: dove sono le donne?

Un’opinione diffusa è che le figure femminili sono assenti nel racconto storico perché non hanno partecipato ai fatti, agli avvenimenti. In realtà questa visione è un po’ semplicistica. È indubbio che le donne abbiano avuto meno accesso a ruoli e cariche di potere nel corso della storia, ma non per questo non sono state protagoniste degli eventi. Le loro vicende mancano dalla memoria collettiva perché non sono state raccontate, non perché inesistenti. Se si va a fondo nelle teorie illuministiche e negli episodi che hanno preceduto e accompagnato la Rivoluzione francese, la presenza femminile emerge.

Innanzitutto la donna è stata oggetto della filosofia del tempo. Medici e scienziati l’hanno dipinta come inferiore rispetto all’uomo sulla base di alcune differenze biologiche. Il mantenimento di questa gerarchia – che precede l’Illuminismo – si basa su una riflessione: le differenze biologiche derivano dalla natura, quindi sono giuste e inevitabili. Si esaltava di conseguenza il ruolo della donna come madre, custode della moralità e della religione, come protagonista unicamente dell’ambito domestico. Tutto ciò era però in contrasto con i principi basilari dell’Illuminismo, che esaltavano l’individualità dell’essere umano (maschio, potremmo aggiungere) e il suo uso della ragione. Se da un lato, quindi, si individuavano nella libertà, nella tolleranza e nell’istruzione le condizioni per il progresso e la felicità dell’umanità, dall’altro tutto ciò valeva unicamente per gli uomini. Le donne non erano considerate individui a pieno titolo.

Mary Wollstonecraft e la messa in luce delle incoerenze

Nonostante le figure femminili avessero un potere e un’influenza contenute, questa gerarchia dei generi fu contestata fin da subito da alcune intellettuali. Fu rilevante il ruolo di Mary Wollstonecraft, filosofa, scrittrice e tra le prime femministe. Inoltre è stata una figura di riferimento anche per la figlia Mary Shelley, che però non la conobbe mai.

Wollstonecraft sosteneva che relegare la donna esclusivamente all’ambito domestico significava mantenere in vita, su alcuni soggetti, gli stessi privilegi che tanto venivano criticati dall’Illuminismo nella monarchia, nell’aristocrazia e nei proprietari terrieri. Gli intellettuali del tempo, infatti, contestavano la distribuzione di ricchezze e privilegi unicamente sulla base alla condizione di nascita. Eppure negare ad alcune persone lo status di cittadine a pieno titolo perché nate donne significa conservare un sistema che quantifica il grado di privilegio nel momento in cui si viene alla luce. Wollstonecraft riteneva quindi illogico il progetto illuminista di emancipazione universale se escludeva metà della popolazione mondiale, quella di genere femminile. Nel 1792 ha condensato le sue riflessioni a riguardo nella Rivendicazione dei diritti della donna.

John Opie, Mary Wollstonecraft

I salotti. Quali spazi per le donne?

In un contesto in fermento che però non riconosceva le donne come soggetti attivi a livello politico e sociale, quali spazi erano loro concessi? Principalmente i salotti, un’istituzione culturale tipica dell’illuminismo e derivante dalla vita di corte. Tradizionalmente erano gestiti da una donna nobile, che radunava attorno a lei altre donne e uomini (spesso di rango inferiore) per arricchire la propria formazione. Nei salotti intellettuali di diverso tipo leggevano e discutevano e, nel XVIII secolo, si aprirono a una gamma più ampia di ceti sociali. La gestione di questi luoghi di ritrovo era tipicamente femminile, perché le donne erano considerate passive ispirazioni per il mondo maschile e avevano l’incarico di intrattenere rapporti sociali a vantaggio delle carriere dei rispettivi mariti. Nonostante ciò, i salotti erano anche la loro occasione per partecipare al mondo culturale e farlo proprio.

Dipinto di Jean-François de Troy

Marie Anne de Vichy-Chamrond e Charlotte Aïssé. L’influenza sociale e politica dei salotti

Una figura storica che ha saputo sfruttare questa istituzione per trarne beneficio è proprio Marie Anne de Vichy-Chamrond. Conosciuta anche come Madame du Deffand, fu educata in un monastero parigino prima di essere data in sposa a Jean Baptiste de la Lande, marchese du Deffand. Si trovò quindi molto giovane coinvolta in un matrimonio combinato con un uomo ben più adulto di lei. Presto decise si separarsi dal marito e di intraprendere una relazione con Philippe d’Orléans, dalla quale ricavò vantaggi economici e sociali. Fu contrassegnata con lo stigma di libertina, ma questo non le impedì di girare i salotti di Parigi e di aprirne infine uno suo, con cui si guadagnò i favori della nobiltà francese.

Marie Anne de Vichy-Chamrond

Diversa fu la storia di Charlotte Aïssé, che passò dalla schiavitù alla vita mondana ma con forti ripercussioni. Da bambina fu infatti acquistata dal marchese Charles de Ferriol in un bazar di Costantinopoli. Egli la portò in Francia, la fece educare in un collegio e la rese la sua concubina. Le donne della famiglia adottiva decisero poi di sfruttarla per ottenere vantaggi economici e sociali, offrendola a Philippe d’Orléans come amante. Nonostante la sua opposizione, Aïssé conquistò una maggiore libertà solo con la morte del marchese ma non riuscì mai a separarsi del tutto dalla famiglia de Ferriol.

Nicolas de Largillière, Charlotte Aïssé

Olympe de Gouges e La dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina

Anche per il nuovo governo che si afferma dopo la Rivoluzione francese la donna occupava uno stato inferiore rispetto all’uomo. I suoi compiti rimasero la salvaguardia morale e il ruolo di moglie e madre. Eppure c’era chi si allontanava da queste consuetudini e cercava di diffondere un’idea nuova di femminilità. È la storia di Olympe de Gouges, drammaturga e attivista francese che negli anni ’80 del ‘700 maturò una propria coscienza politica. Criticò, nei suoi testi, la noncuranza dei nobili verso la povertà e seguì con passione lo sviluppo della Rivoluzione, criticandone apertamente le derive violente.

Nel 1791, inoltre, scrisse La dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, un testo fondamentale per la riflessione sulla condizione femminile nell’Illuminismo. De Gouges lo ricavò dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789 e ne mise in luce le contraddizioni: una società che sostiene di perseguire la libertà e l’uguaglianza non può escludere la componente femminile. Nel preambolo infatti si legge: «In questo secolo di luce e di sagacità, della più crassa ignoranza egli [l’uomo] vuole comandare da despota su un sesso che ha ricevuto tutte le facoltà intellettuali; che vuole usufruire della rivoluzione e reclamare i propri diritti all’uguaglianza».

Dopo la presa di posizione di de Gouges, nacquero in tutta la Francia circoli politici esclusivamente femminili, che riflettevano sia sulla condizione delle donne nella società del tempo sia sugli sviluppi politici della Rivoluzione. Nonostante ciò, nel 1793 la Convenzione dichiarò che le donne non avevano lo statuto di cittadine e De Gouges venne arrestata e ghigliottinata. Di lei «Le Moniteur», il giornale ufficiale del governo francese, scrisse che «volle essere un uomo di Stato. Sembra che la legge abbia punito questa cospiratrice per aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso».

Alexandre Kucharsky, Olympe de Gouges

Non tutte hanno avuto il privilegio di partecipare in modo così attivo al dibattito e alla vita politica del tempo. Tuttavia furono numerose le donne a seguire e intervenire in una delle più grandi trasformazioni della Storia. Ci volle molto tempo perché le figure femminili assumessero un peso maggiore nelle vicende politiche, ma ciò fu possibile anche grazie alle azioni di Mary Wollstonecraft, Olympe de Gouges, Marie Anne de Vichy-Chamrond e Charlotte Aïssé.

Vuoi saperne di più sulla condizione femminile durante l’Illuminismo? Ne parleremo in modo più approfondito nel prossimo episodio del nostro podcast. Si chiama “Le donne della porta accanto” e lo trovi su Spotify e su tutte le piattaforme gratuite di podcast.

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *