Femminismo e lotta di classe

Femminismo e lotta di classe
Di Sofia Brizio

Nella quarta puntata della rubrica Interfeminism, esploriamo una delle più sottovalutate intersezioni con il femminismo, ossia la lotta di classe. Anche se in Italia si tende spesso a negarlo, la questione di classe è molto presente e l’estrazione sociale contribuisce a determinare i traguardi lavorativi e il capitale sociale ed economico che una persona potrà raggiungere nel corso della propria vita, specialmente nel caso delle donne. Ecco perché per essere davvero femminist* dobbiamo essere consapevoli dei privilegi economici.

In Italia siamo poco abituati a parlare di classe. Dopotutto, può essere facile pensare che siamo tutti parte del ceto medio sulla base del fatto che ormai uno smartphone o una borsa di marca sono economicamente accessibili anche per chi magari non ha i soldi per pagarsi l’università. Poco importa che in realtà la persona che non ha i soldi per pagarsi l’università decida di investire in una borsa di marca, perché tanto comunque non avrà mai un patrimonio sufficiente a monte per potersi permettere una laurea. Di questo ha parlato Francesca Anelli nel suo intervento su femminismo e classismo all’interno del ciclo di conferenze del Bossy Online Tour. Un intervento che è stato per me illuminante proprio perché, nel nostro Paese, spesso le differenze tra classi sociali non sono tenute in considerazione. Tant’è che personalmente ho cominciato a essere più consapevole dell’impatto che l’estrazione sociale ha nella vita di tutti i giorni solo quando mi sono trasferita nel Regno Unito, dove persino il modo in cui parli, ancor più del modo in cui ti vesti, viene percepito come un indicatore della classe sociale di appartenenza e può significare ridotte opportunità di progressione lavorativa e finanziaria. Questo ovviamente ha un impatto molto più significativo su chi è già svantaggiato dalla società per altri motivi, come le donne, l* disabil*, le persone nere etc.

La pandemia però ci ha messo di fronte a situazioni che hanno evidenziato il divario socioeconomico in Italia e nel mondo e a cui è impossibile restare indifferenti. I ricchi hanno vissuto quarantene di lusso in paradisi tropicali, mentre il 6% delle famiglie italiane non è riuscita a garantire l’istruzione necessaria ai bambini di età scolare a causa della mancanza di accesso a internet e relative tecnologie digitali. Nel Regno Unito, le donne che non avevano la disponibilità economica per potersi isolare o lavorare da casa (circa il 50% in più rispetto agli uomini, secondo un sondaggio della Young Women’s Trust) si sono trovate maggiormente esposte al virus, in molti casi senza protezioni adeguate. È quindi facile capire che, come ha giustamente osservato la giornalista Vicky Spratt, “la pandemia non ci ha reso più uguali. […] La nostra società è iniqua per natura, il che significa che chi è meno privilegiato è più esposto non solo al virus, ma anche al disastro economico che esso ha provocato.” (traduzione mia).  

Per quanto possa sembrare un esempio estremo, questo ci aiuta a capire come le classi sociali siano un fattore importante soprattutto se correlate ad altre condizioni di marginalità. Come sostiene Donna Langston, “la tua comprensione del mondo e del posto che occupi in esso è il risultato della classe a cui appartieni per nascita e di cui fai parte durante la crescita; la classe è fatta di idee, comportamenti, attitudini, valori e linguaggi; la classe influenza il tuo modo di pensare, sentire, agire, apparire, parlare, muoverti, camminare; la classe determina in che negozi fai acquisti e in che ristoranti mangi, le scuole che frequenti, l’educazione che ricevi; la classe è il tipo di lavori che farai durante tutta la tua vita.” (traduzione di Francesca Anelli). Eppure molt* sono ancora convint* che un po’ di sano olio di gomito sia l’unico ingrediente necessario per raggiungere qualsiasi traguardo ci si prefigga. Si crede che la meritocrazia renda il successo un bene illimitato disponibile a tutti se solo si lavora abbastanza per acquisire le abilità necessarie a raggiungere un certo livello di prestigio accademico o professionale, ma la realtà è ben diversa: nel Regno Unito per esempio, il figlio di un manager guadagna circa il 26% in più del figlio di un operaio a parità di qualifiche e competenze. Se sei donna, poi, il 60% del lavoro che fai (principalmente cura della famiglia) non è retribuito e spesso ostacola la crescita professionale, che comunque nella maggioranza dei casi avviene solo per le donne con sufficiente capitale finanziario e sociale.

Cosa c’entra quindi il femminismo con il classismo? Qual è l’intersezione? Come per tutti i concetti relativi al femminismo intersezionale che abbiamo esplorato nel corso di questa rubrica, per capire bisogna partire da una critica al femminismo tradizionale: come scrivono Nancy Fraser, Cinzia Azzurra e Tithi Bhattacharya nel loro manifesto Femminismo per il 99% (Laterza, 2019), il femminismo mainstream (che loro chiamano ‘liberal-aziendalista’) si rivolge principalmente a una minoranza privilegiata che si batte per questioni quali scalare la gerarchia aziendale per rompere il cosiddetto soffitto di cristallo e ricevere la stessa paga dei colleghi uomini. “Non è un femminismo genuinamente egalitario, non ha molto da offrire alla vasta maggioranza delle donne che sono povere e working class, che non hanno privilegi, che sono migranti, che non sono bianche, che sono trans o non cis gender.”

Per questo abbiamo bisogno di un femminismo che metta al centro la lotta di classe in tutte le sue sfumature sociali e razziali. Per lotta di classe non intendo la concezione tradizionale degli operai maschi bianchi appartenenti a un sindacato, a cui probabilmente state pensando. Per quanto il classismo sia pervasivo indipendentemente dalle questioni di genere, esso diventa un problema interno al femminismo stesso quando “le donne istruite, della classe medio-alta, che combattono le discriminazioni e raggiungono i livelli aziendali più alti, lavorano sessanta ore a settimana in luoghi di lavoro estremamente esigenti. E così assumono donne non bianche, spesso donne migranti, per farsi carico della quota di lavoro domestico, per il babysitteraggio o la pulizia della casa, per cucinare per i figli, badare ai genitori anziani nelle case di riposo, e così via. In questo modo le donne liberal-femministe si appoggiano al lavoro delle donne razzializzate. Queste ultime spesso sono vulnerabili: non hanno diritti sul lavoro, sono pagate molto poco, e sono soggette ad aggressioni e abusi”.

La questione di classe è quindi forse quella più complessa nell’ambito del femminismo intersezionale, perché le sue multiple intersezioni la trasformano contemporaneamente in una questione di status socioeconomico, razza e genere. Per questo il femminismo deve essere anti-classista. Per raggiungere davvero l’uguaglianza, il soffitto di cristallo dobbiamo poterlo rompere tutt*. O, ancora meglio, dobbiamo potercene sbarazzare del tutto.  

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