Dischiena e Disperanza: la fotografia che da voce alle donne

Dischiena e Disperanza: la fotografia che da voce alle donne
Di Elena Esposto

Lucia Bianchi è una fotografa ovadese (Alessandria) che ha messo la sua arte a servizio delle donne. L’ho intervistata per parlare dei suoi due libri fotogrfici, Dischiena, un progetto fotografico iniziato nel 2016 e portato avanti insieme all’Associazione Medea, che parla della violenza sulle donne, e Disperanza, concluso nel 2020 che invece parla di un tema delicato come quello del tumore.

Ciao Lucia, innanzitutto grazie per la disponibilità. La tua è una fotografia molto impegnata su temi sociali, e nei tuoi due libri hai voluto occuparti di argomenti come la violenza sulle donne e il cancro. Che cosa ti ha avvicinata a queste tematiche e perché hai deciso di parlarne attraverso dei progetti fotografici?

Mi sono avvicinata al tema della violenza sulle donne quando ho iniziato a pensare al progetto di Dischiena. Ci sono stati tanti episodi di cronaca, negli anni, che mi hanno colpita e ho pensato che fosse il momento di dare voce a quelle donne.
Dischiena è nato perché per il corso di fotografia che stavo seguendo dovevo preparare un esame finale e una mostra. Avevo scelto di ritrarre le schiene delle donne perché mi aveva colpito una foto dei primi novecento, dove apparivano delle ragazze di spalle con dei capelli lunghissimi. Queste donne erano prostitute, vedove, o comunque donne che non potevano farsi fotografare in viso, oppure che volevano farsi ritrarre per l’amante. In ogni caso, ho trovato che l’associazione tra schiena e violenza fosse congeniale e alla mostra organizzata ad Alessandria è intervenuta anche l’Associazione Medea che ha subito sposato il progetto. Collaboro con loro ormai dal 2016, e tutti i proventi di Dischiena (della mostra e della vendita del libro) vanno a sostegno delle loro attività.
Il cancro invece l’ho vissuto in prima persona attraverso mia mamma, che si è ammalata quando avevo sei anni ed è mancata quando ne avevo quattordici. Per otto anni ho assorbito tutto quello che ha vissuto lei, e questa è stata, ed è, una ferita aperta dentro di me.
Quando poi anche delle mie amiche si sono ammalate di cancro ho deciso di dar loro voce. Lo dovevo a mia mamma e volevo scavare in questo dolore che mi portavo dentro, dovevo elaborare quel lutto. E la fotografia è il mezzo attraverso il quale comunico, trasmetto ciò che ho dentro. La fotografia è la mia passione, le mie fotografie sono un po’ come i figli che non ho avuto.

In entrambi i tuoi libri hai scelto di ritrarre esclusivamente donne, che però non sono modelle fotografiche. Come le hai incontrate e come è stato costruire insieme il lavoro?

Sì esatto, non sono modelle ma sono donne comuni, sono mie amiche, donne che ho conosciuto e alle quali ho proposto il progetto Dischiena e che poi hanno lavorato anche in Disperanza.
Ho scelto di ritrarre solo donne perché ho deciso di stare dalla parte delle donne. Non ho nulla contro gli uomini ma è alle donne che voglio dare il mio sostegno e il mio supporto, ispirata da quella fotografia di cui ti parlavo prima, e anche per mia mamma, che è stata la prima donna che ho visto soffrire.
All’inizio del progetto creo sempre dei momenti di dialogo per le donne che partecipano, dove racconto loro quello che vorrei fare, che cosa significa il lavoro, che messaggio vorrei portare. Interagisco con loro, io divento parte di loro e loro diventano parte di me. Mi piace che si instauri un rapporto di collaborazione reciproca ed empatia, in modo che quando si trovano davanti all’obiettivo sappiano già che cosa mi aspetto da loro.

In Dischiena, il tuo lavoro dedicato alla violenza sulle donne, le modelle sono ritratte di spalle che, come viene detto nell’introduzione, è parte più vulnerabile e fragile di noi, quella che solo gli altri vedono. Nonostante questa sia una parte del corpo poco espressiva le tue foto sono invece piene di energia e dalle immagini traspare l’espressività e personalità delle donne. Quanto è stato importante creare un legame empatico con le donne per riuscire a rendere espressive le loro schiene?

Creare un legame empatico in Dischiena è stato un lavoro lungo, pensa che il progetto è iniziato nel 2016 ma il libro e la mostra finale, con le trentuno foto, hanno visto la luce solo nel 2018.
Le foto in realtà dovevano essere trentadue, ma una delle donne che avrei voluto ritrarre è mancata prima che la potessi fotografare, e così ho deciso di lasciare una pagina bianca.
Le foto sono state scattate per la maggior parte in campagna, a casa mia. Ho accolto le donne nella mia abitazione, le ho fatte parlare di se stesse per poter interagire con loro, per poterci guardare negli occhi. Ho cercato di metterle a loro agio, anche nelle pose, scegliendo insieme il modo in cui desideravano essere fotografate, sempre tenendo presente il messaggio che volevo dare, e sempre tenendo presente quanto fosse importante la schiena, che è la parte che più teniamo nascosta, quella più vulnerabile. Ho voluto che questa parte venisse enfatizzata e valorizzata.

Disperanza invece è il tuo lavoro che parla dell’esperienza del cancro. Come nasce questo bellissimo titolo?

Questo titolo mi è stato regalato da una donna che ha avuto il cancro. Lei scriveva poesie e questa è una parola che aveva usato in uno dei suoi componimenti.
Ho scelto di usare questa parola come titolo perché contiene in sé la parola speranza. Dalla disperanza nasce la speranza. L’ho voluta scritta senza trattini, perché non perdesse il suo significato primario.

Le donne che hai ritratto in Disperanza sono immerse in un bellissimo contesto naturale, con delle sgargianti parrucche colorate. Sembrano delle antiche dee!
Queste foto, come in quelle di Dischiena, rompono con la narrazione classica della violenza e del cancro, non rappresentano le donne come vittime ma come protagoniste, ed emerge dalle immagini una grande forza, espressività e bellezza. Ci racconti come sei arrivata alla scelta di rappresentare queste due tematiche da questo punto di vista?

Hai centrato il punto, sì è vero, in Dischiena rompo con la narrazione della violenza e in Disperanza le donne non sono vittime ma protagoniste.
Sarebbe stato troppo facile fare il contrario, e a me non piace vincere facile, a me piace pensare, scavare, trovare delle allegorie, mi piace tutto ciò che non è canonico e i miei lavori sono frutto di idee che vanno un po’ controcorrente.
In Dischiena, ad esempio, si vedono delle belle schiene e potrebbero essere dei nudi artistici se tu vedessi solo le foto senza conoscere il contesto.
Le donne sono protagoniste, e sono contenta che tu abbia recepito la forza, l’espressività e la bellezza che emanano. Sono loro stesse che la emanano, io mi limito solo a scattare e cerco di coglierle al meglio, come se entrassi dentro di loro.
Quando fotografo non penso a nulla se non a quello che sto facendo e alla persona che sto ritraendo, cercando di far emergere i suoi umori, di farla sentire unica.
In Disperanza ho proprio voluto che queste immagini fossero un riscatto al cancro. Quando una donna riesce a sconfiggere il tumore spesso la prima cosa che fa è colorarsi i capelli che rinascono, per quello ho scelto di usare delle parrucche sgargianti (la parrucca è parte integrante dell’esperienza della malattia) e del trucco esagerato, perché volevo enfatizzare questo aspetto.
Ho voluto poi che rappresentassero elementi come la forza, che non hai più, che vorresti avere e che ritroverai quando guarirai; il tempo che scorre inesorabile, il tempo che ti manca e che vorresti non finisse mai, o che al contrario sembra non passare, come nei momenti in cui fai la chemioterapia; l’aria che ti manca perché il cancro ti toglie il fiato, ti toglie tutto.
Ho cercato di immedesimarmi nei ricordi che avevo di mia mamma e nelle testimonianze delle donne con cui ho parlato e con cui mi sono confrontata.
Poi ci sono altre allegorie, come il lenzuolo con cui sono vestite perché le ho immaginate mentre uscivano dall’ospedale, o mentre dormivano e l’unica cosa con cui potevano coprirsi era il lenzuolo.
La scelta del contesto è nata perché le ho immaginate vagare per il parco dell’ospedale, una sorta di healing garden dove potessero godere della Natura, del verde, dei fiori. Come la foto della ragazza con in mano la terra, che simboleggia la Madre da cui tutte e tutti dipendiamo, che dà vita. E alla terra poi ritorniamo, fa parte del ciclo.

Le immagini sono degli strumenti di comunicazione potentissimi, ma nei tuoi libri contano anche molto le parole, e hai scelto di dare ulteriormente voce alle donne che hai ritratto facendo loro scrivere le didascalie. Un ulteriore simbolo del protagonismo delle donne nelle loro vicende?

In Dischiena ho chiesto a ciascuna ragazza che ha posato di scrivere che cosa aveva suscitato in lei questa esperienza, che cosa provasse nel profondo. Volevo la donna apparisse non solo dall’immagine ma anche con le parole, e questo è un ulteriore elemento di protagonismo.
Una ragazza ad esempio ha scritto una lista di ciò che le piace, questo è simbolico secondo me, perché se vivi in una situazione di violenza, con un uomo che ti sfrutta, tu magari vorresti parlare delle cose che desideri, che ti piacciono, che ti fanno stare bene, ma non puoi.
Poi trovo molto emblematica la frase della ragazza con il velo, “Prometto di essermi fedele sempre”, perché la donna deve contare in primis su se stessa. 

La pandemia da un lato ha offuscato l’attenzione su tutto quello che non è COVID, dall’altro ha anche aggravato le condizioni delle donne vittima di violenza e delle persone che soffrono di tumore. Come si può spingere per la sensibilizzazione di queste tematiche?

Sì, il Covid ha aggravato la situazione della violenza sulle donne, come abbiamo visto dall’aumento del numero di femminicidi, e la convivenza forzata ha fatto affiorare ancora di più le problematiche delle coppie.
Per quanto riguarda le persone che soffrono di tumore io so che il reparto oncologico qui di Ovada non si è mai fermato, comunque è importante sensibilizzare sulla tematica e questo si può fare attraverso la promozione di questi libri.
Disperanza è stato presentato brevemente nel settembre 2020, ma la situazione sanitaria non ha permesso di fare incontri o dibattiti con molte persone. Ora a settembre 2021 dovremmo fare una presentazione ufficiale, con medici, infermieri e il personale sanitario per far circolare il messaggio come merita. Lo devo a chi ha partecipato al libro, lo devo alle malate di cancro, lo devo ai medici che hanno creduto in me e lo devo alla Fondazione Cigno che ha sposato il progetto, così come Dischiena lo devo all’Associazione Medea

Ci lasci le indicazioni così che chi ci legge, se è interessato, possa reperire i tuoi lavori?

Le copie di Dischiena si possono chiedere direttamente a me, perché è un’autoproduzione, e i proventi vanno completamente all’Associazione Medea.
Disperanza invece può essere acquistato presso le sedi Fondazione Cigno e l’Associazione Vela, di Ovada, e tutto il ricavato va alla fondazione.
Nel 2022 poi dovremmo avere molte date per promuovere i due lavori, sul territorio della provincia di Alessandria, perché è importante che il messaggio circoli per sostenere e dare supporto alle donne.

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