La teoria della rappresentazione e le scelte di lettura

La teoria della rappresentazione e le scelte di lettura
Elisa Belotti

La sociologia, la psicologia e le neuroscienze hanno mostrato in epoca moderna che la narrazione agisce sul sistema percettivo degli individui, sull’immaginario personale e collettivo, fornendo delle rappresentazioni attraverso cui la realtà viene poi interpretata e assimilata. Maggiori sono i punti di vista di cui si fanno portavoce le narrazioni fruite e maggiori sono le prospettive interiorizzate dal singolo individuo e, di conseguenza, dal tessuto sociale nel suo complesso. Attraverso le esperienze letterarie svolte si sviluppa la capacità di comprendere più a fondo la realtà e di orientarsi nel panorama delle esperienze situate al di fuori dei libri.

Se però non si leggono opere in cui sono presenti determinati personaggi o comportamenti, il pubblico della letteratura acquisisce l’idea che tali soggetti o atteggiamenti non esistano nemmeno nel mondo al di fuori dei libri o non siano abbastanza rilevanti da esserne i protagonisti. Ciò avviene perché, come scrive Birgitta Höijer, tramite le pratiche narrative le idee sono comunicate e trasformate in ciò che viene percepito come senso comune. I media naturalizzano il pensiero sociale e generano una cognizione collettiva.

Scegliere in modo consapevole quali opere letterarie leggere ha delle conseguenze anche sulle idee che vengono poi assimilate. Tale decisione ha un rilievo ancora maggiore nel momento in cui ci si confronta con la rappresentazione – o l’assenza di essa – di minoranze e squilibri sociali, in quanto tutte le pratiche narrative danno forma alle percezioni relative a determinati gruppi sociali e le normalizzano.

È significativo a questo riguardo l’episodio riferito da Chimamanda Ngozi Adichie nel TED talk del 2009 The danger of a single story, poi pubblicato nel 2020 da Einaudi. La scrittrice, cresciuta in Nigeria, racconta che durante l’infanzia leggeva molto, i libri maggiormente diffusi erano britannici o americani e quando ha iniziato a scrivere le proprie storie ha naturalmente tratto ispirazione da tutto ciò con cui era entrata in contatto. I suoi protagonisti erano bianchi, giocavano nella neve, mangiavano mele e parlavano del tempo, perché queste erano le costanti dei libri per l’infanzia cui si era avvicinata. Solo una volta cresciuta ha scoperto gli autori e le autrici africane, che le hanno mostrato una gamma più ampia di personaggi e vicende in cui anche lei si è potuta riconoscere e che hanno ampliato lo spettro di ciò che può far parte della letteratura.

«Ora, io adoravo quei libri americani e britannici che leggevo. Colpivano la mia immaginazione. Mi hanno aperto nuovi mondi. Ma la conseguenza imprevista è stata che io non sapevo che le persone come me potessero esistere nella letteratura. Dunque, ciò che fece per me la scoperta degli scrittori africani, fu questo: mi salvò dall’avere una storia unica riguardo a cosa sono i libri».

Le conseguenze di questo tipo di rappresentazione nelle pratiche narrative non riguardano solo chi appartiene a una comunità poco presente o stereotipata nella letteratura e nei media, ma si riflettono sull’intera società. Se i testi che vengono letti sono portatori di un unico punto di vista, di un’unica storia, chi li fruisce non può immaginare delle alternative possibili a un’idea affermata e le sue competenze di orientamento nella complessità del mondo risultano ridotte. È ciò che sempre Adichie racconta nel TED talk in relazione al suo arrivo negli USA: «Avevo 19 anni. La mia coinquilina americana fu scioccata da me. Mi chiese dove avevo imparato così bene l’inglese e andò in confusione quando le dissi che in Nigeria l’inglese era una lingua ufficiale. Mi chiese se poteva ascoltare quella che lei chiamava la mia “musica tribale” e fu quindi molto delusa quando le mostrai la mia cassetta di Mariah Carey». Questo discorso non si limita alle diverse etnie, ma si estende alla rappresentazione di una pluralità di generi, credi religiosi, orientamenti sessuali.

La risposta alla necessità di sensibilizzare a una maggiore consapevolezza nelle scelte di lettura, chiaramente, non consiste in un rovesciamento del catalogo editoriale o dei programmi scolastici per eliminare gli autori canonici e inserire esclusivamente punti di vista marginalizzati. Una strategia più proficua può essere risalire al carattere stesso della modernità letteraria, ossia la sua polifonia. Trattare la letteratura – soprattutto se contemporanea – come un sistema compatto con una gerarchia netta e invariabile non solo è molto difficile, ma anche lontano dal suo reale sviluppo. La modernità è complessa, portatrice di molteplici punti di vista e include chi nei secoli precedenti non avrebbe avuto voce o non in modo così massiccio: le categorie marginalizzate. La letteratura si apre infatti a diverse classi sociali, identità di genere, provenienze etniche e fornisce così a chi legge delle prospettive molteplici e sfaccettate.

La selezione di opere, autrici e autori contribuisce a modellare un’immagine della letteratura e, per estensione, del mondo. Orientare le lettrici e i lettori a una scelta consapevole e dare loro gli strumenti per comprendere la complessità del sistema letterario è possibile soprattutto attraverso i canali che conducono i libri a chi li legge: la scuola, la filiera editoriale e i luoghi culturali. Se questi spazi propongono per primi opere meno canoniche e significative, saranno artefici di una diffusione di prospettive plurali e di un impatto sociale importante.

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