5 Donne di cui dovete parlare

5 Donne di cui dovete parlare
Di Alessia Casteni

Nella puntata di oggi di Che Buona Notizia! Vi parlo di battaglie a lieto fine. Iniziative partite da una presa di coscienza e dalla voglia di cambiare le cose, anche quando l’avversario è molto più grande e sembra invincibile, soprattutto in questo caso.
Le protagoniste di queste storie sono tutte donne e a loro è stato riconosciuto il Goldman Environmental Prize 2021.
Il premio Goldman per l’ambiente è stato istituito nel 1989 dai coniugi Goldman, da tempo attivi per la causa ambientale, ed è anche conosciuto come il Premio Nobel Verde.
Desta un po’ di stupore il fatto che un riconoscimento tanto importante passi un po’ in secondo piano rispetto ad altri tipi di premi ma spesso le buone notizie hanno le gambe corte e vengono facilmente sorpassate dalla più sterile cronaca nera.
Il fondo Goldman, attivo dal 1951, si impegna a donare sostegno a molte organizzazioni no profit nel mondo e quest’anno sul podio dei premiati è salita una netta maggioranza femminile, proveniente dai cinque continenti. Conosciamo meglio allora Sharon Lavigne dagli Stati Uniti, Gloria Majiga Kamoto dal Malawi, Maida Bilal dalla Bosnia Erzegovina, Kimiko Hirata dal Giappone e Liz Chicaje Churai dal Perù.
Vorrei raccontarvi le loro storie straordinarie e invitarvi a raccontarle a vostra volta per riconoscere al loro impegno la fama meritata.

Sharon Lavigne ha 69 anni ed è figlia di attivisti. È merito suo se la comunità di St. James non ospiterà un nuovo impianto di produzione di plastica lungo quei 130 km del Fiume Mississippi già tristemente conosciuti come ‘cancer alley’. Qui operano già 200 impianti petrolchimici e le statistiche indicano un’incidenza dei casi di cancro superiore del 50% a quella degli Stati Uniti, secondo i dati raccolti dall’EPA (Environmental Protection Agency).
Sharon era una semplice insegnante ma dal 2018 si è concentrata a tempo pieno  sul progetto RISE che ha fondato per difendere la sua città natale. I primi incontri della sua associazione si sono tenuti nel suo salotto poi la voce si è sparsa, le persone si sono unite nelle marce di protesta, facendo sentire la loro voce sui media locali e sensibilizzando così sempre più cittadini  alla loro causa. Grazie agli sforzi di questa donna la Compagnia cinese Wanhua ha ritirato la sua domanda di utilizzo del territorio di St.James ed è stata evitata la costruzione di un impianto di produzione di plastica di dimensioni sconcertanti.

Gloria Majiga – Kamoto con il suo attivismo ha permesso l’abolizione dell’uso, dell’importazione e della produzione delle microplastiche in Malawi, Paese che vantava il triste primato di produzione di 75.000 tonnellate di plastica l’anno, in particolare microplastiche. Le stesse che poi ostruiscono gli scarichi fognari, diventando facili vettori per la malaria. Secondo uno studio si ritrovano tracce di microplastica nelle viscere del 40% delle mucche macellate nel Paese.
Gloria, a soli 30 anni, nel 2017 ha formato una coalizione di Ong e attivisti che l’hanno portata a raggiungere il suo obiettivo di difesa ambientale.
Già tre industrie di microplastiche sono state chiuse dall’inizio del suo lavoro.

Liz Chicaye Churay è una leader indigena ed il suo lavoro ha consentito il salvataggio di una zona naturale, l’ odierno Yaguas National Park, delle dimensioni dello Yellowstone Park negli Stati Uniti.
A nord est dell’Amazzonia peruviana si trovano molte torbiere: ambienti caratterizzati da alta abbondanza di acqua in lento movimento e a bassa temperatura.
Queste sono zone umide fondamentali per garantire acqua potabile sicura, controllare le inondazioni e la biodiversità e mitigare il cambiamento climatico grazie al carbonio che si mantiene al loro interno.
Per decenni queste zone sono state minacciate dall’estrazione illegale di materie prime e dal disboscamento.
Liz Chicaye, attivista dall’età di 16 anni,  grazie al suo lavoro è riuscita a fare dell’area una zona protetta convincendo 23 delle 29 comunità indigene sul territorio a sostenere il parco.

Maida Bilal è cresciuta a Kruščica, un piccolo villaggio sulle montagne a ovest di Sarajevo. Il fiume che scorre nella zona di Kruščica è la principale fonte d’acqua per quasi 150.000 persone. Nel 2016 però il comune ha concesso i permessi per la costruzione di due piccole centrali idroelettriche senza informare gli abitanti né ottenere il loro consenso. Nei Balcani, noti per contenere alcuni degli ultimi fiumi a flusso libero in Europa, questa scelta è molto pericolosa in quanto andrebbe a contaminare una biodiversità di quasi 70 specie di pesci endemici e il 40% dei molluschi d’acqua dolce in via d’estinzione nel mondo. Maida ha costituito nel 2017 l’Associazione Eko Bistrot formata dai cittadini a difesa del fiume Kruščica. Maida non aveva esperienze nell’attivismo, avendo lavorato fino a quel momento nella finanza. Ma dal 2017, quando sono iniziati i lavori di costruzione della diga, è stata in prima linea nello schierarsi di fronte ai bulldozer, consapevole che se tra i 300 manifestanti ci fosse stata una maggioranza femminile il rischio di essere cacciati con la violenza sarebbe diminuito.
Così grazie ad uno stereotipo di genere, il gruppo si è composto per metà da donne che per 503 giorni hanno occupato il ponte 24 ore su 24 organizzandosi in turni di 8 ore ciascuna.
Nonostante questo però la polizia il 24 agosto 2017 ha attaccato i manifestanti colpendo Bilal alla testa e arrestando il padre 70enne. Il video delle brutalità ha conquistato però rilievo internazionale.
Grazie all’attività dell’associazione Eko i permessi di costruzione sono stati poi revocati e le donne nel dicembre 2018 hanno potuto lasciare il ponte. Gli sforzi di Bilal e del suo gruppo non sono passati inosservati e sono diventati un movimento di resistenza pacifica.

Kimiko Hirata, attivista giapponese.
Dopo la catastrofe di Fukushima nel 2011 il Giappone doveva riorganizzare le sue fonti di energia, avendo abbandonato gran parte del nucleare rimasto.
L’idea principale era quella di utilizzare il carbone, sicuramente non una delle scelte più ecosostenibili, visto il suo elevato tasso inquinante.
Kimiko Hirata direttrice di Kiko Network, Ong giapponese che combatte contro il cambiamento climatico ha lanciato una campagna nazionale anticarbone, è nato così un sito per tracciare il carbone e conoscerne gli effetti sull’ambiente.
Grazie all’appoggio di associazioni come Greenpeace, Kimiko ha presentato un report dove le conseguenze previste dopo l’installazione dei nuovi impianti ammontavano a circa 1000 morti in più all’anno sul solo territorio giapponese.
Le conseguenze di questa ricerca e le pressioni sul mondo dei finanziatori sono state notevoli, così gran parte delle banche commerciali hanno aderito all’iniziativa di non finanziare più il carbone
Più di 13 impianti progettati sono stati disdetti.
È stata così evitata l’immissione di circa 1,6 miliardi di tonnellate di CO 2 nell’atmosfera, un’ impresa titanica per una Ong in un Paese dove queste associazioni sono poco rispettate dal governo e dall’industria.

Quello che hanno in comune Sharon, Gloria, Liz, Maida e Kimiko è una forte determinazione che solo in alcuni casi si è potuta avvalere anche di una formazione in campo ambientale o di risorse economiche preesistenti.
Proprio per questo il loro esempio è da raccontare; le loro sono storie di donne comuni che hanno fatto la differenza per il nostro pianeta.
Non viene anche a voi la voglia di far parte di questo cambiamento?

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