Femcel: chi sono e perché non se ne parla?

Femcel: chi sono e perché non se ne parla?
Di Sofia Brizio

Ultimamente abbiamo spesso sentito parlare degli ‘incel’, abbreviazione del termine inglese involuntary celibates (celibi involontari). Ormai giustamente classificati come gruppi estremisti, gli incel si riuniscono prevalentemente online per lamentare la loro sfortuna nel non avere relazioni romantiche eterosessuali e se la prendono con le donne che non li considerano. Ma non è tutto. Gli incel si insultano a vicenda e convincono gli altri membri del gruppo che non troveranno mai un partner, istigandoli al suicidio o ad azioni violente nei casi peggiori. Abbiamo visto i casi più estremi riportati sui quotidiani e in televisione, come il massacro ad opera di Elliot Rodger nel 2014 in California, motivato dall’odio per tutte le ragazze che lo avevano respinto, oppure ancora la sparatoria della scorsa estate a Plymouth, il cui colpevole esprimeva quotidianamente odio per le donne nei forum incel. 

Questi fenomeni però non sono necessariamente sempre così estremi. Qualche settimana fa, per esempio, ho partecipato a un webinar organizzato da un’università britannica sul femminismo intersezionale. La riunione Zoom è purtroppo stata interrotta da un gruppo di incel che hanno preso il controllo della condivisione schermo e hanno trasmesso immagini violente e pornografiche. Gli organizzatori sono per fortuna riusciti a riprendere il controllo della situazione dopo pochi secondi  e le relatrici sconvolte hanno terminato il webinar come da programma. Con l’avvicinarsi della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne che cade il 25 novembre, è giusto ricordare che la misoginia è radicata in tutti gli aspetti della nostra vita quotidiana in modi più o meno evidenti e spesso ha effetti talmente deleteri che molte donne temono, pur desiderandole, relazioni romantiche con uomini per paura di essere ferite e a causa di una scarsa autostima. 

Queste donne sono spesso definite ‘femcel’, sulla scorta del termine incel, ma le loro attività hanno molto poco a che vedere con quelle del loro equivalente al maschile. Un’indagine del quotidiano britannico The Guardian ha messo in luce come molte donne che rimangono involontariamente senza partner cerchino di creare un ambiente positivo per coloro che si trovano nella stessa situazione. Ma perché si parla così poco di questo fenomeno? Secondo la giornalista e scrittrice Arwa Mahdawi, non è solo perché le femcel non hanno mai mostrato le reazioni violente degli incel, ma soprattutto perché gli stereotipi di genere giocano un ruolo importante nella percezione del fenomeno. Come ha spiegato in un articolo dello scorso anno per il Guardian, “poche persone al di fuori delle femcel stesse credono davvero che sia possibile per le donne rimanere involontariamente senza partner, perché l’idea che gli uomini abbiano bisogno di relazioni sessuali e che siano perciò disposti a legarsi a chiunque è ancora molto radicata. Molti incel (e non solo) sono convinti che le femcel non siano altro che donne presuntuose che fanno la parte delle vittime per attirare l’attenzione degli uomini, ma che rifiutano di abbassare i propri standard. Come capita spesso, quando gli uomini soffrono, diventa tutto una tragedia di proporzioni omicide; ma quando a soffrire sono le donne, deve sicuramente essere tutta una farsa.”

In realtà, quella delle femcel è una vera e propria “resistenza non violenta”, come l’ha definita la giornalista Lizzie Cernik. Invece di accusare il sesso opposto che non le considera, le femcel riconoscono che la loro difficoltà nell’essere accettate deriva dalla misoginia che pervade la società contemporanea nonché dalla loro incapacità di conformarsi agli assurdi canoni estetici imposti dai social. Queste donne creano così ambienti positivi online, dove si sostengono a vicenda e riflettono insieme sulla propria condizione di donne involontariamente single.

Alcune di loro sono state intervistate per l’indagine del Guardian, come Elaine, 37 anni, che avendo dedicato gli ultimi anni alla sua carriera riconosce che “agli uomini non piace il fatto che per via del mio lavoro non ho tempo di fare le faccende domestiche e che io paghi qualcuno che le faccia per me. … Se non rientri negli stereotipi tradizionali è raro che un uomo ti accetti per come sei.” Yvonne, 28 anni, racconta la propria esperienza in quanto donna afrodiscendente: “Molti uomini sono intimoriti dal successo lavorativo delle donne, soprattutto nel mondo delle app di incontri dove l’apparenza fisica sembra essere l’unica cosa importante. In quanto donna afrodiscendente, le cose si complicano per via del colore della mia pelle.”

Yvonne, come molte altre donne nella sua situazione, dice di essere grata ai forum online che le permettono di parlare della propria esperienza: “Ci sono molti gruppi di donne single nati per condividere le proprie esperienze. È sicuramente un approccio molto più salutare rispetto ai gruppi violenti e misogini che certi uomini frequentano.” In questi gruppi tutti al femminile, si organizzano attività per lavorare sulla propria autostima e si forniscono risorse per imparare a stare bene con sé stesse. Tra queste, la newsletter ‘The Single Supplement’ creata dalla giornalista Nicola Slawson si concentra sulle gioie dell’essere single e del costruirsi una vita soddisfacente in autonomia. Gli effetti positivi sono tali che anche molte donne impegnate in una relazione cercano supporto per imparare a mantenere la propria identità individuale all’interno della coppia, creando legami di profonda amicizia e sostegno con altre donne. 

Questi gruppi accoglienti e positivi fanno onore al significato originale della parola ‘incel’, coniata negli anni Novanta da una donna statunitense di nome Alana, creatrice del sito web Involuntary Celibacy Project, “per persone che si sentono sole e non sanno da dove iniziare per frequentare qualcuno”, le cui intenzioni sono state poi stravolte dagli uomini che oggi chiamiamo incel. Le femcel che affrontano la vita da single in maniera positiva, come ha osservato la giornalista Vicky Spratt, ci insegnano a scardinare “l’archetipo capitalista che vediamo nelle pubblicità, la donna bianca, etero, magra e in carriera che cerca soltanto una cosa: un uomo da sposare”. È di queste donne che dovremmo parlare di più. 

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