Giù le mani dal nostro corpo! Breve guida per "non essere così"

Giù le mani dal nostro corpo! Breve guida per "non essere così"
Di Elena Esposto

Il 3 aprile era la ricorrenza della nascita di Lola Álvarez Bravo, la prima donna messicana a diventare fotografa di professione.
Per celebrare la sua vita e i suoi traguardi, come facciamo quotidianamente con una donna diversa, abbiamo postato sulla nostra pagina una delle sue foto di nudo femminile attraverso le quali Lola è riuscita a cambiare la visione tradizionale e maschile della fotografia. L’immagine, appartenente al “Triptico de los martirios”, mostra una donna (una prostituta) a seno nudo che guarda oltre la sua spalla, cosicché il viso è nascosto a chi guarda, sottintendendo una velata critica femminista a come guardiamo il corpo delle donne.

Lola Álvarez, Triptico de los martirios

La foto è stata prontamente bloccata dall’algoritmo di Facebook perché i capezzoli violano gli standard del network.

Ironicamente, lo stesso giorno Wired ha pubblicato un articolo di denuncia su un gruppo di Telegram dove circa cinquantamila uomini si ritrovavano per scambiarsi fotografie (pedo)pornografiche inviate, e talvolta scattate, senza il consenso delle donne interessate.

Per qualche giorno la tempesta si è scatenata furiosa sui social.
Commenti e interventi di ogni tipo: dagli uomini che incolpavano le donne di aver sollevato un polverone per nulla, che dovremmo sentirci onorate se un branco di pervertiti si fa una sega davanti alle nostre foto semisvestite (o anche vestite di tutto punto se è per quello. Ah, per la cronaca, quello è un abuso, non un onore), gente che scriveva che è inutile lamentarsi se ti metti in piazza, che in fondo noi donne siamo solo carne da stupro e che il problema è che il femminismo ci ha tirate fuori di casa. E mentre leggevo pensavo a tutte le mie amiche che non disdegnano una bella foto in costume da bagno e mi veniva l’urto del vomito all’idea che anche loro potessero essere finite in quel giro agghiacciante.

È stato proprio grazie ai social che ho conosciuto Marzia, alias Artemisia, che dopo aver vissuto un’esperienza simile, ha iniziato a battersi strenuamente contro questo genere di abusi contro le donne.
Anche lei ha visto le sue foto circolare senza consenso, inviate come trofei, come figurine da persone delle quali credeva di potersi fidare.

Parliamo al telefono, una sera di queste, e mi racconta come le è capitato di inviare delle sue fotografie a degli uomini conosciuti su un gioco online. Non c’è niente di male secondo me, mi dice, ho una visione molto libera del mio corpo e così ho deciso di farlo, fidandomi delle persone a cui le stavo mandando. Erano foto inviate con l’autodistruzione, senza viso ma comunque riconoscibili.
Poco tempo dopo sul gioco sono iniziati gli insulti. Altri utenti hanno iniziato a scriverle, apostrofandola con epiteti pesanti, dicendole che giravano foto sue anche tra chi non era stato il destinatario iniziale.
Tutto questo ti toglie la dignità, dice Marzia, toglie dignità e fiducia. Il tuo corpo diventa una cosa pubblica sulla quale non hai più il controllo.

E il discrimine è forse sottile ma fondamentale. La libera scelta di inviare le proprie foto a determinate persone, o postarle sui social, dipende dal controllo che le donne hanno sul proprio corpo, ma questa non è un’autorizzazione, non è un passaggio di quel controllo e quell’autorità a mani maschili.

Possiamo essere eccitanti, dice Marzia, vestirci scollate o farci foto provocanti, ma questo non implica che possiate fare di noi ciò che volete, non significa che siamo lì per esaudire ogni vostro desiderio. E questo pare che agli uomini proprio non vada giù.

Molte ragazze ritengono una fortuna il fatto di aver inviato le proprie foto ad amici e fidanzati e non averle trovate sui gruppi di Telegram, ma questa non dovrebbe essere una fortuna, sottolinea, dovrebbe essere scontato!
Alcune di quelle ragazze hanno visto la loro dignità calpestata e le loro vite private uccise, e come se non bastasse sono anche state investite dal coro dei “te la sei andata a cercare”.

Ribadiamolo per l’ennesima volta perché a quanto pare non è ancora chiaro: non siamo noi donne a doverci proteggere.

Marzia mi fa notare che è più facile dire alle ragazze di stare attente che insegnare ai maschi a non comportarsi come se gli appartenessimo, e io penso che abbia ragione. Le dinamiche maschiliste sono così radicate nella società e nel come gli uomini (ma anche molte donne) percepiscono il nostro corpo che abbiamo perso di vista che cosa è giusto e che cosa è sbagliato, che cosa è normale e che cosa non lo è. E colpevolizzare le vittime rientra di sicuro nelle seconde categorie.

Ma neanche nascondersi dietro il “non siamo tutti così” è una soluzione.
Certo che non tutti gli uomini sono così, altrimenti quel gruppo avrebbe avuto tre miliardi e mezzo di iscritti e non “solo” cinquantamila. Ma allo stesso tempo questo è un modo semplice, e semplicistico, per scaricarsi la coscienza, per non assumersi la responsabilità di cambiare le cose.
Se ci sono così tanti uomini coinvolti in queste dinamiche è evidente che è un problema principalmente maschile, e i maschi devono contribuire a risolverlo.

E se, cari maschietti, vi state dicendo che no, davvero voi non siete così, pensate a questo: in questa società che vede le donne come oggetti, che sessualizza qualunque cosa, persino il seno di una mamma che allatta o i capezzoli in una foto artistica, che non ce la fa proprio a credere che una donna bella può fare strada nella vita anche senza darla a qualcuno, che ci condanna ad un’estetica impossibile e imposta dagli uomini, siete tutti un po’ così.

Siete così quando sbavate davanti al profilo Instagram di una tipa e tacciate di essere una femminista cagacazzi chiunque vi faccia notare che è disgustoso.

Siete così tutte le volte che i vostri amici fanno apprezzamenti pesanti, una battuta sessista o inviano a qualcuno le foto delle loro ex e voi ridete, o semplicemente state zitti.

Siete così tutte le volte che vi fanno schifo i nostri peli, la nostra cellulite, le nostre tette imperfette, le nostre smagliature o le nostre mestruazioni.

Siete così tutte le volte che offrite al branco commenti osceni sulle vostre fidanzate, o tutte le volte che avete chiamato “troia” una che non ci è stata.

Siete così tutte le volte che non vi turba vedere il corpo delle donne photoshoppato e strumentalizzato per la pubblicità dell’olio dei motori, o per un videogames o un film di supereroi.

Siete così tutte le volte che di fronte alla notizia di uno stupro o di una molestia come prima cosa vi chiedete “com’era vestita”, e finite per convincervi che in fondo se l’era cercata.

E se è vero che c’è una distanza abissale tra il far parte di quei gruppi e fare un apprezzamento pesante, è altrettanto vero che entrambi i comportamenti hanno origine dalla visione della donna come un semplice corpo, da usare e sfruttare a proprio piacimento.

Perseguire comportamenti che sono reato, o battersi perché quelli che non lo sono lo diventino al più presto è un passaggio fondamentale e imprescindibile, ma non basta. Dobbiamo prendere sempre più coscienza dei meccanismi maschilisti e misogini che li alimentano e scardinarli.

E permettetemi di dire che è questa la vera battaglia. Il condizionamento maschilista della società è sottile, mutevole e difficile da individuare, assume molte forme e striscia subdolo nel nostro modo di pensare e vedere il mondo. E dobbiamo riconoscere che spesso anche noi donne non ne siamo del tutto immuni, e lo dimostra il fatto che una parte del coro dei “te la sei cercata” è composto da voci femminili.

La nudità è nostra, il corpo è nostro e ci appartiene.
Non è uno slogan da sessantottini: è una verità che deve essere finalmente riconosciuta, ma è un obbiettivo impossibile da raggiungere in toto finché tutti gli uomini “che non sono così” non decideranno di rimboccarsi le maniche e di schierarsi dalla nostra parte.

Come giustamente fa notare Marzia, i perpetratori di questi abusi su internet sono così anche nella vita di tutti i giorni. Il loro comportamento online deriva dal loro modo di considerare le donne come pezzi di carne, esseri inferiori e senza credibilità. Come possiamo aspettarci che questi uomini possano ascoltare la nostra voce senza sminuirla? Ma se ci fossero altri uomini come loro a prendere posizione e a denunciare allora sì che forse potremmo scardinare la mentalità maschilista che vede le donne come degli oggetti.

Non è più accettabile che il nostro corpo e la nostra sessualità vengano usati per imporre il dominio su di noi.
È necessario che venga riconosciuta la nostra libertà di gestire il nostro corpo come meglio crediamo, di coprirlo o di postarlo su Instagram.
Il nostro diritto di andare in giro in minigonna senza essere violentate, di mettere sui social la nostra foto in costume da bagno senza che rischi di finire in mano a pervertiti misogini, di gestire la nostra sessualità come più ci piace senza che questo ci pregiudichi in alcun modo. Né nella nostra vita personale, né nelle relazioni, né sul lavoro.

Quello che bisogna fare per “non essere così”  è capire, e aiutarci a far capire, che il punto non è se ce la siamo andata o meno a cercare. Il punto è che ci dovete rispetto. Sempre e comunque. Qualunque sia la misura della nostra gonna o la porzione di culo nella nostra foto profilo.

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