Dialogo fra donne. Al telefono con Elena su social, violenza e il corpo bello delle donne

Dialogo fra donne. Al telefono con Elena su social, violenza e il corpo bello delle donne
Di Caterina Frusteri Chiacchiera

Qualche giorno fa, esattamente il 10 aprile 2020, è stato pubblicato su questo (magnifico) Blog l’articolo Giù le mani dal nostro corpo! Breve guida per “non essere così”, scritto da Elena Esposto.

Il pezzo mi ha dato molto su cui riflettere. Elena, infatti, ha narrato la vicenda di una donna da lei intervistata, Artemisia, che ha subito l’esproprio della propria immagine ed è stata vittima di insulti e aggressioni on line.

Questa lettura mi ha portato a riaffrontare il tema, da sempre aperto, legato al corpo delle donne, e mi ha condotto ad interrogarmi sull’argomento della violenza diffusa sui social. Il quesito che mi sono posta dopo aver letto lo scritto è questo: social e violenza; ma è solo una questione legata allo sfruttamento del corpo delle donne da parte degli uomini?

Così, inquieta per i pensieri che hanno iniziato a frullarmi per la mente, cercando di trovare il bandolo della matassa, come si fa spesso tra donne, decido di chiamare Elena.

Caterina: “Pronto Elena, sono Caterina… ho letto il tuo articolo e mi ha aperto diversi punti interrogativi. Ne parliamo? Come te, ritengo che nessuno che subisca abusi o violenze, di qualsiasi tipo, possa essere ritenuto responsabile: responsabile è il colpevole. E basta.
Alla donna di cui hai raccontato la vicenda, e a tutte le vittime di violenza, sia nel mondo reale che in quello virtuale, va la mia più completa solidarietà, senza se e senza ma.
La vittima è vittima e non è né responsabile né complice del reato che subisce.

Senz’altro, nella storia da te narrata, l’appropriazione dell’immagine di una donna e la brutalizzazione provocata dai commenti sessisti, hanno l’aggravante della violenza di genere. Ribadisco: gli insulti e gli insulti sessisti sono reato, sia nel mondo reale che nel mondo virtuale. E reato è la diffusione, non autorizzata, dell’immagine altrui.
I miei interrogativi riguardano, però, come riportare questa analisi nella mia esperienza di tutti i giorni.

Ti racconto la mia storia.

Sono un’insegnate e quotidianamente mi capita di trovare foto ammiccanti delle mie alunne, quindici- sedicenni, postate da loro stesse su qualche social o mi succede di incontrare, in classe o nei corridoi della scuola, qualche studentessa vestita in maniera provocante, con scollature vistose o altro. Ogni volta che succede sono travolta da grande tristezza.

Intervengo, facendo osservare i rischi in cui si può incorrere, non dimenticandomi mai di dire alle mie allieve, inoltre, di ricordarsi di quanto siano belle, anzi, bellissime.Cerco così di far capire loro che non hanno bisogno di esporsi in tal modo per essere riconosciute e “viste”.

A sentire la frase sei bellissima, negli occhi delle mie alunne, sempre, iniziano ad apparire alcune lacrime. E anche nei miei. Sì, e non me ne vergogno, anche se sono un’adulta e dovrei dimostrare professionalità.

Ma sono convinta che, in un campo così delicato come il lavoro con gli adolescenti, capire la sofferenza che provano le mie studentesse e accoglierla con tenerezza, con partecipazione e senza giudicarla, è essere professionale. Perché il maschilismo è anche questo: farci credere, come donne, che piacciamo solo se ci atteggiamo a pose seduttive e erotizzate.
Nessuno ci ha mai educato a riconoscere la nostra bellezza, semplicemente per quelle che siamo. Nessuno ci ha mai accompagnate a scoprire la delicatezza e il valore del nostro corpo, e a riconoscere la cura con cui dobbiamo trattarlo e con cui dobbiamo pretendere che sia trattato.
Questo, al di là del moralismo o dei diversi sistemi religiosi che possono, o meno, inquadrare la fisicità come un tabù.

A mio avviso, nella nostra società, il vero tabù è l’integrità del corpo, la sua grazia, la sua libertà. Soprattutto per quanto riguarda il corpo delle donne.

Tra l’altro, mi chiedo, e vale solo per me, se sia vera libertà mostrare il mio corpo secondo i canoni di un’estetica dettata proprio da quell’orizzonte simbolico maschilista che ne definisce strumentalmente i parametri per ridurre la donna a mero autocompiacimento dell’uomo.

Con ciò, ripeto, nessuno è autorizzato ad abusare di una donna, in nessuna circostanza. E una donna DEVE essere libera di manifestarsi, svelarsi, vestirsi, muoversi, truccarsi come crede.
Ma ricordiamoci: i modelli a cui ci condanna il maschilismo sono svilenti e squalificanti; il corpo della donna viene sessualizzato e stereotipato; tutti i corpi devono essere uguali e riprodotti in serie.

Invece, quanto desideriamo, come donne, essere viste per quelle che siamo, e sentirci dire che siamo belle per questo. Perciò, capisco le mie alunne che cercano di essere notate.

Purtroppo, però, lo fanno senza aver consapevolezza dei condizionamenti di cui tutti siamo vittime, e utilizzando linguaggi che sono stati codificati per sminuirle, anziché valorizzarle. Sì, perché raramente veniamo preparate a sentirci a nostro agio nel nostro corpo, o a sentirci preziose (e questo vale anche per il genere maschile).

Dunque, pur riconoscendo le motivazioni delle mie giovani studentesse, devo intervenire e soprattutto devo metterle in guardia: il maschilismo esiste, la violenza sulle donne esiste.
Sarebbe bello, bellissimo il contrario, ma fino a quando non crollerà il patriarcato o non saremo nel Giardino dell’Eden, continuerò a ripetere alle mie allieve di stare attente, di non frequentare luoghi pericolosi, di non avere atteggiamenti rischiosi, di tutelare la propria immagine, reale o virtuale che sia ecc. Come faccio anche per me stessa.

Certo, io sono un’adulta e loro sono ancora minorenni, ma non sono convinta che questo sia un discrimine.

Il mio essere femminista si è molto evoluto con il tempo, ora si incarna anche nel mio essere realista.
Porto avanti costantemente azioni di denuncia del maschilismo, materiale, simbolico o virtuale che sia, e dunque, non posso comportarmi come se non ci fosse.

Sarei irresponsabile se non dicessi alle mie alunne, ma anche ai miei alunni, di stare in allerta. Sarei un’ingenua se non ricordassi loro di tutelarsi rispetto a potenziali minacce.

Perché il machismo, la violenza di genere, il tentativo di ridurre la donna a puro oggetto, sono fenomeni tutt’altro che astratti e tutt’altro che rari, come dimostrano i fatti di cronaca.

Sì, dobbiamo essere libere di manifestare il nostro corpo come meglio crediamo e dove meglio crediamo, e sentirci inviolabili in questo, tutelate e sicure. Ma dobbiamo anche essere consapevoli che nel mondo che ci circonda, reale o on line, oggi (e non solo oggi), è rischioso regalare la nostra fiducia a coloro che non siamo sicure se la meritino davvero.

La realtà in cui viviamo, concreta o multimediale, come qualcuna impara a proprie spese, non perdona l’ingenuità.

E io come donna, come figlia, come sorella, come amica, come insegnante, come collega, come zia di una bellissima bambina di due anni, non posso permettermi il lusso di sottovalutare i pericoli che mi stanno intorno.

Elena, tornando alla storia da te narrata, ancora non sono giunta a una risposta rispetto al mio interrogativo iniziale: la violenza sui social, è solo una questione di genere e di tentativo di appropriazione del corpo delle donne da parte degli uomini?

O la realtà contemporanea, virtuale e non, ci spinge a prendere in considerazione anche altri punti di osservazione, che non escludono il genere, ma che ampliano l’orizzonte dell’analisi da condurre?

Nel tuo scritto ti colleghi all’articolo di Wired che denunciava l’esistenza di un gruppo su Telegram di scambio di materiale pedopornografico, a cui aderivano migliaia di iscritti.
Nel gruppo social in questione venivano postate immagini di donne e minori per essere esposte a “stupri virtuali”; si leggono appelli a minacciare, insultare, assediare mediaticamente ex, “amicizie”, conoscenti ed estranei ecc.; foto e video delle vittime venivano “scambiate e vendute come figurine”.

Non vado oltre a descrivere quello che vi ho letto: mi ha procurato un’angoscia terribile. Venire a conoscenza di tanta ferocia mi ha portato a riflettere sulle dinamiche presenti nella nostra società.

Ritengo che ogni epoca sia esposta al pericolo di disumanizzazione e alienazione. Pensiamo alle diverse guerre e genocidi che si sono susseguiti nella storia: sarebbero stati possibili se si fosse riconosciuta l’umanità del “nemico”?

Credo però che nella contemporaneità, oltre allo stile di vita individualista, la distanza, l’anonimato e la comfort zone rispetto alle relazioni che regalano i social, possano amplificare questo fenomeno.

Viviamo isolati, ma contemporaneamente, bombardati da immagini; il rischio è arrivare a perdere lo spessore, il senso “tridimensionale” della realtà, di noi stessi e dell’“altro”.

A tutto ciò si unisce il tema della violenza contro le donne e i minori, e del branco, fenomeni presenti in modo trasversale sia nel mondo reale e che nella realtà “parallela” dei social.
Nella dimensione virtuale, il branco ha la possibilità di vedere amplificate le occasioni di scambio e di contatto tra i membri; appare più sfumato nei suoi confini, ma non ha perso il suo carico di aggressività e ferocia.
La distanza fisica e l’incognita rispetto alle identità di chi ne fa parte estremizzano il senso di deresponsabilizzazione e di mancanza di limiti: tutto è possibile, tutto è consentito, anche le aberrazioni più estreme.

Ad Artemisia sono state sottratte e divulgate delle immagini, senza autorizzazione. Dietro, senz’altro, c’è l’idea consuetudinaria della liceità di poter disporre del corpo della donna anche senza il suo consenso.

Ma è solo questo?

Nell’universo digitale le immagini ci appaiono solo come immagini, facendoci perdere il legame indissolubile tra quelle foto e gli esseri umani che rappresentano. E se non si riconosce la persona dietro il profilo, si può arrivare a non riconoscere nemmeno la sua inviolabilità.(1)

Lavoro con adolescenti completamente immersi nella realtà virtuale. Insieme ai miei colleghi cerco di offrire ai nostri allievi strumenti di riflessione sull’utilizzo dei dispositivi tecnologici in loro possesso.

Il concetto dell’inviolabilità, insieme a quello del rispetto della privacy, sono trai i più difficili da far cogliere e interiorizzare: utilizzare l’immagine di qualcuno senza consenso è reato, ed è perseguibile per legge.
Questo sia che agiscano essi stessi tali comportamenti, sia che li subiscano (mi accorgo che spesso per i miei studenti è difficile riconoscere di essere stati vittima di una violazione, non solo per quanto riguarda ciò che avviene nei social, ma anche nella quotidianità).

Per non parlare di quanto sia complesso e articolato il tema dell’accanimento on line, che sfocia nel cyberbullismo. E non ritengo sia una problematica esclusivamente giovanile.

Mi chiedo dunque se, rispetto alla realtà virtuale, non abbiamo ancora molta consapevolezza da acquisire: i social sono entrati prepotentemente nelle nostre quotidianità negli ultimi decenni, catapultandoci su un continente inesplorato, le cui dinamiche sono ancora tutte da osservare e rielaborare.
Ho la sensazione che dobbiamo ancora imparare come muoverci, quali siano i limiti, quali le responsabilità, quali le leggi che regolano questa nuova dimensione.

Siamo come dei coloni arrivati in nuovo mondo, pionieri di un moderno Far West.
Siamo sicuri, rispetto a questa nuova dimensione ancora per molti versi sconosciuta, di avere tutti gli elementi per poter interpretare e cogliere il fenomeno nella sua totalità?

Le riflessioni suscitate dall’articolo di Wired si intrecciano a quelle evocatemi dalla storia di Artemisia, e mi sembra si possano rintracciare alcuni elementi ricorrenti in entrambe le vicende: disumanizzazione, deresponsabilizzazione, individualismo, distanza apparente tra mondo reale e mondo virtuale, anonimato, ignoranza rispetto a leggi e conseguenze delle proprie azioni, ricorso a un linguaggio, che anche nella quotidianità, risulta sempre più aggressivo; oltre, che ovviamente, sessismo e violenza di genere.

A ciò si aggiunge la mia esperienza personale di donna e di insegnante, che mi fa sentire di avere molte più domande che risposte.

Nel mondo reale e nei social si possono incontrare fenomeni a tratti accomunati da processi simili, a tratti totalmente dicotomici.
Forse una delle risposte che possiamo darci è la necessità di esaminare le dinamiche che la contemporaneità ci presenta, cercando di coglierne tutte le angolazioni di indagine possibili.

L’impressione che ho è che il mondo virtuale rappresenti una “realtà esponenziale”, con ricadute anche nella realtà concreta. E viceversa. Tutto ciò ci obbliga a ricorre a categorie interpretative nuove, così come ci servono nuovi codici comportamentali.

Per tal motivo, forse, potrebbe essere restrittivo inquadrare il rapporto tra social e violenza solo come un fenomeno legato allo sfruttamento del corpo delle donne da parte degli uomini.
E sono invero convinta, inoltre, che anche rispetto alla corporeità delle donne sia necessario aprire altri piani di esame.

Davanti a questo quadro pieno di punti oscuri, credo però che esista un’arma potentissima: l’educazione.

Educazione intesa come co-costruzione di una consapevolezza condivisa. Non parlo di formazione scolastica, ancora troppo spesso, purtroppo, imbrigliata in una tradizione trasmissiva, totalmente inadeguata ad affrontare la vita.
Parlo di strumenti che sostengano lo sviluppo di ogni individuo, dal punto di vista fisico, emotivo, culturale e intellettuale (e multimediale). Parlo di educazione alla completezza, alla consapevolezza e sì, anche alla bellezza. È necessario un profondo processo di educazione soprattutto riguardo a fenomeni dai contorni ancora così poco conosciuti come l’universo dei social.

A mio avviso, dovremmo partire da questo: dall’educarci a saper leggere, riconoscere e affrontare la realtà e i suoi sviluppi, sia sul piano del reale che cibernetico; oltre ad educarci a relazioni che sappiano cogliere l’integrità di noi stessi e dell’altro.
Educarci donne e uomini, sì, perché, se vogliamo parlare di rapporti di genere, io per prima, in modi a volte consapevoli, ma spesso in maniera strisciante e inconscia (e forse per questo ancora più subdola), mi sento condizionata dalla mentalità dominante.
Così come penso che anche gli uomini siano essi stessi, per certi risvolti, vittime del maschilismo.

Per questo, la formazione di cui abbiamo bisogno è quella che ci possa permettere di riuscire ad individuare i pericoli e le insidie presenti sul piano culturale, sociale, lavorativo, familiare, amicale, sentimentale, virtuale ecc. per mettere in atto pensieri e azioni preventive e di contrasto. E solo educandoci al riconoscimento dell’umanità, in noi stessi e negli altri, potremo avere gli anticorpi per arginare forme di svalutazione, aggressione, abuso e sessismo, sia nella realtà che on line.

Ah, dimenticavo, e come ripeto sempre alle mie alunne, credo che sia necessario anche educarci a riconoscerci bellissime. E va be’, dai, ed educhiamoci anche a riconoscere che sono belli pure gli uomini…”

Elena: “Ok, Cate, facciamo così, scrivilo…”

E così nasce questo articolo, in seguito a una telefonata tra donne.


(1) Non è un fenomeno nuovo: l’uomo è stato pronto a eliminare interi popoli nel momento in cui venivano concepiti solo come numeri, o solo come liste di nomi.
Mi riferisco alle dichiarazioni di molti impiegati e burocrati della Germania nazista, chiamati dopo la guerra a rendere conto dei reati legati alla deportazione: molti hanno riferito di aver “semplicemente eseguito il proprio lavoro”, che in alcuni casi consisteva esclusivamente nel mettere il timbro su dei documenti o compilare liste di nomi.
La domanda che molti storici si sono posti è stata: si sono resi conto, costoro, che ogni timbro era una condanna a morte? Ogni documento era la vita di uomo, di una donna, di un bambino?
Con ciò non voglio fare opera di riduzionismo e sottovalutare i complessi aspetti storici che hanno portato al più grande dramma del Novecento, ma sicuramente la disumanizzazione ha avuto un ruolo determinante.

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