Un appuntamento importante - parte prima

Un appuntamento importante - parte prima
Testo: Renata Folin
Illustrazioni: Monia Donati

Francesca stava dormendo e solo al quinto squillo riuscì a sollevare il cellulare per chiedere con una voce mezza impastata dal sonno: “chi parla?”
“Sono la mamma, volevo avvisarti che è arrivata una lettera per te. Quando vuoi vieni a ritirarla.” “Grazie mamma, ma stavo dormendo, passerò domani a prenderla.”
Cercando di riprendere il sonno, Francesca maledì sua madre che l’aveva disturbata per una stupidaggine del genere. 

Si risvegliò al mattino, l’orologio segnava le otto, e le ritornò in mente la telefonata ricevuta durante la notte. 
Fu assalita da un moto  di curiosità. Una lettera per lei, senza mittente ad un vecchio indirizzo in cui non abitava più da anni, chi poteva essere?

Richiamò la madre per chiederle maggiori informazioni: era un avviso postale, una comunicazione di lavoro o che cos’altro? La mamma fu, come sempre, molto povera di parole. Le rispose che era una busta bianca ingiallita dal tempo, l’indirizzo era scritto a mano.Si offrì di aprirla, ma Francesca sentì uscire dalla sua bocca un “NO” che la stupì.
Non aveva mai sopportato le intrusioni della madre nella sua vita, non riusciva a perdonare la sua inettitudine e l’incapacità di proteggere lei e i suoi fratelli dagli urti della vita. Andarsene da casa era stata una vera liberazione.
Chiuse brevemente la conversazione dicendo che sarebbe passata lei nel .

In verità avrebbe potuto farlo anche prima, ma aveva bisogno di tempo per affrontare tanto la vista alla madre quanto l’imprevisto di quella lettera senza mittente. Fin da bambina aveva convissuto con il terrore e l’angoscia di quello che poteva succederle da un momento all’altro a causa degli improvvisi cambi di umore che si scatenavano all’interno della sua famiglia.

L’immagine più traumatizzante era quella dell’irruzione della polizia a casa sua, in seguito alla quale era stata sballottata con la madre e i fratelli da un centro di accoglienza all’altro.
Allora aveva appena compiuto undici  anni ed era la più grande di quattro fratelli. L’intervento della polizia era stato richiesto dai servizi sociali che avevano segnalato al Tribunale dei Minori situazioni di maltrattamento e di abuso, dopo che lei era riuscita a confidarsi con una maestra.

Dopo un lungo girovagare, i servizi sociali avevano deciso di separarla dal resto della famiglia. Fino ai diciotto anni aveva vissuto in una casa famiglia dove ne aveva passate di tutti i colori, ma dove aveva anche sperimentato momenti di tranquillità e di accudimento da parte di alcuni operatori. Se pensava al regime di terrore vissuto a casa sua, la casa famiglia, con tutti i suoi casini, le era sembrato un Eden.

Adesso, a ventotto anni compiuti, era riuscita a ricostruirsi una propria vita. Si era diplomata in scienze infermieristiche, aveva trovato un lavoro e una casa. Finalmente libera, sebbene incline a stati di tristezza e di angoscia.

Certo aveva dovuto venire a patti con il desiderio di iscriversi a Medicina, ma realizzarlo avrebbe comportato dei costi insostenibili, tenuto conto che la convivenza con la madre le costava troppo dolore e tanta rabbia.

Aveva mantenuto i rapporti con i fratelli, in particolare con Marina. Se la ricordava nelle sue braccia, quando era intervenuta la polizia. Nessuno era riuscito a strappargliela, lei si sentiva responsabile della sua vita e non si fidava assolutamente della madre. Dopo il ritorno a casa aveva ripreso ad occuparsi di lei, la portava al cinema,la aiutava nelle lezioni al pomeriggio e  quando si era trovata una sistemazione sua, l’aveva spesso tenuta con lei anche la notte. Poi, nel vedere come Marina cresceva bene sia a scuola che con i coetanei, aveva un po’ mollato la presa. Ma non c’era giorno che non si sentissero.
Dei suoi genitori, che pur separati continuavano a sentirsi per telefono,non aveva ma più voluto sapere nulla. 

La frequenza al corso di infermieristica l’aveva aiutata ad affrontare, e parzialmente superare, la sua diffidenza nei riguardi degli altri e del mondo in generale. Si era costruita un gruppo di amiche con cui studiava e usciva, aveva ristabilito solidi rapporti con alcuni educatori della comunità che le erano stati vicini e non l’avevano abbandonata mai eaveva iniziato a vivere anche momenti di felicità, nonostante il mostro del terrore e dell’angoscia continuasse a rifarsi vivo nei suoi sogni e nelle sue notti.. Era per questo che aveva deciso di iniziare una psicoterapia, riuscendo a vincere tutte le resistenze che sentiva a tale proposito.

Quella lettera le sembrava che arrivasse, come una meteorite, da un altro mondo, da un passato che aveva cercato in tutte le maniere di dimenticare.
Non riuscì però a resistere alla curiosità e si recò dalla madre. Senza salire in casa si fece portare la lettera da sua sorella; la mano le tremava nel momento in cui la prese.

Si allontanò senza salutare nessuno e corse a rifugiarsi nel suo monolocale, il posto più sicuro per lei. Si sdraiò sul letto e girò e rigirò a lungo la busta tra le mani prima di aprirla. “La apro o la butto” continuava a ripetersi, in un crescendo di ansia. Non voleva rimanere in questo stato, dove erano finiti tutto il suo coraggio e la sua forza nell’affrontare l’imprevisto? Quando finalmente la aprì fu come se un tornado avvolgesse lei, il letto e l’intero monolocale.
La lettera era scritta con una macchina da scrivere.

“Cara Francesca è da quasi 20 anni che non ci vediamo. Non so se tu ti ricordi ancora di me, io sì. Non è necessario che io ti dica chi sono. Temo molto che se rivelassi la mia identità tu non accetteresti mai di vedermi. Ti chiedo di poterci incontrare a Venezia, al bar della stazione. Per motivi che non sto qui a spiegarti, mi troverò lì il cinque maggio alle ore 18. Ti scongiuro di venire, ho bisogno di parlare con te.”

Quando Francesca si fu ripresa la prima domanda che si pose fu chi poteva essere ele vennero in mente due persone che avevano inciso fortemente nella sua vita di bambina e di adolescente poi.

Ma come! Lei ce l’aveva messa tutta a dimenticarli e ora uno dei due aveva il coraggio di chiederle un incontro, e poi in questa maniera, senza dichiararsi apertamente!

“Col cazzo che ci vado! Non esiste proprio”, mormorò fra sé.

Il tornado era passato ma il cuore le batteva ancora fortissimo e le mani erano sudate. Si alzò dal letto con le gambe che le tremavano, aveva bisogno di bere un po’ di acqua e soprattutto di riflettere, mancavano solo due giorni al cinque maggio.

Pensò di parlarne alla psicologa da cui andava due volte alla settimana, ma scartò immediatamente quell’idea, convinta che la terapeuta, sempre tesa a farla parlare del suo passato, l’avrebbe convinta ad accettare l’invito.

“Trippa per gatti” avrebbe pensato, nuovo materiale su cui lavorare. La sua resistenza ad affrontare il passato l’aveva portata più volte a non aprire bocca per un’intera ora. Povera terapeuta,le voleva molto bene e Francesca sapeva che la voleva aiutare. Ma era troppo abituata a farcela da sola, e poi non voleva aprirsi così tanto, cosa sarebbe successo una volta che la terapia fosse terminata? Meglio non fidarsi di nessuno e fare di testa propria.

Rimuginò tutta la sera sul significato di quell’invito e su chi poteva averglielo inviato. Due erano le persone che lei non vedeva da quasi vent’anni…

*** continua la prossima settimana***

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