Sono disabile: ho il diritto di sentirmi anche donna e femminista

Sono disabile: ho il diritto di sentirmi anche donna e femminista
Di Sofia Brizio

Il 3 dicembre è la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità. Questa data da qualche anno rappresenta per me un’occasione per riflettere sui traguardi raggiunti. Sono nata con paralisi cerebrale infantile, una disabilità che mi impedisce di camminare da sola e che comprende una varietà di sintomi come strabismo, mancanza di percezione spaziale, ipersensibilità a luci e suoni e affaticamento cronico. Detta così, è facile per chi non ha una disabilità pensare che non si possa concludere molto con un corpo del genere. Ma spesso i limiti sono negli occhi di chi guarda. Così ho proseguito per la mia strada e, appena maggiorenne, mi sono trasferita in Gran Bretagna da sola, stanca di un’Italia che faticava a vedermi per quello che sono, una donna disabile con il diritto a una vita piena e soddisfacente. 

Non sono però mai stata una femminista convinta fino a qualche anno fa, quando ho capito che essere disabile e femminista è davvero un atto rivoluzionario. Come donna disabile, mi trovo in una condizione di doppia vulnerabilità (o, per citare Jenny Corbett, dual oppression), ma per me la discriminazione subita a causa della disabilità ha sempre preso il sopravvento, tanto da indurmi a ignorare gli abusi subiti in quanto donna. Non mi sentivo ascoltata in nessuno spazio, non mi riconoscevo nel movimento femminista che sembrava soltanto dirmi che in quanto donna in un corpo disabile non valevo nulla. 

Ho passato l’adolescenza a guardare le mie amiche vivere le esperienze dei primi baci e i primi amori, mentre io rimanevo indietro con il pesante fardello di un corpo che nessuno sembrava volere. Dall’altra parte però ho sempre ricevuto commenti del tipo “sei troppo carina per essere in sedia a rotelle, che peccato” o “non ho mai avuto una relazione con una persona disabile, lì sotto [per intendere i genitali] funziona tutto?”, oppure ancora “mi piaci molto, ma la faccenda della sedia a rotelle/deambulatore è un po’ troppo per me”. Non è quindi una questione di non trovare il mio corpo esteticamente piacevole; è più la paura di tutto ciò che è insito nel mio corpo disabile. Sono stata anche vittima di catcalling, e alla mia risposta con un delicatissimo dito medio è seguito un ‘ma chi ti vuole, tanto sei storpia’. 

Non mi sentivo femminista perché ricevevo messaggi contrastanti sulla mia legittimità in quanto donna. Mi sembrava, a tratti, di essere come tutte le altre donne, ma troppo spesso di essere un feticcio o un essere degno soltanto di infantilizzazione. Dal ragazzo che pensava ci sarei stata perché “sicuramente questo tipo di attenzione non lo ricevi spesso”, al dover essere toccata e aiutata da personale medico e non più spesso di quanto vorrei, queste esperienze mi hanno portata a considerare il mio corpo come un ostacolo a relazioni soddisfacenti. Negli stadi iniziali di qualsiasi relazione, mi è capitato di chiedere ai miei partner se la mia disabilità fosse un problema o se avessero ben chiaro l’impatto che essa avrebbe potuto avere sulla nostra vita di coppia. Nella maggior parte dei casi, ho fortunatamente trovato persone che in risposta mi hanno chiesto, sinceramente curiosi, perché mai la disabilità dovrebbe essere un problema. Ma il presupposto in molti casi è che, visto che sono disabile, non ho una vita sessuale, non ho desideri e non sono padrona del mio corpo, proprio come un bambino. E proprio come un bambino non sono libera di autodeterminarmi. È qui che entra in gioco il contrasto tra disabilità e femminismo. 

Nel contesto del femminismo intersezionale,che per definizione tiene conto della sovrapposizione di diverse identità sociali oggetto di discriminazione,la disabilità è completamente ignorata perché uno dei punti cardine del femminismo è la discussione del corpo della donna. I corpi delle donne disabili sono considerati non essenziali, inesistenti non solo perché sono più difficili da mettere al servizio del capitalismo (ad es. le persone disabili non sono considerate membri produttivi della società), ma anche perché sono collocati su un altro livello sociale. Il movimento femminista vede le donne disabili come una minaccia alle proprie vittorie perché affacciarsi al mondo della disabilità al femminile implica ammettere che noi donne disabili siamo state lasciate indietro su molti diritti che il femminismo tradizionale oggi dà per scontati. 

Noi donne disabili non possiamo combattere per la desessualizzazione del corpo femminile perché stiamo ancora lottando per essere considerate belle, oggetti di desiderio sessuale, e per combattere l’abilismo internalizzato che ne consegue. Molte donne disabili arrivano addirittura a desiderare il catcalling, visto come una legittimazione del proprio corpo rispetto ai canoni di normatività, dopo una vita passata a sentirsi dire, direttamente o meno, che il proprio corpo è sbagliato e indesiderabile. Essere viste come indesiderabili dalla società significa che noi donne disabili non abbiamo accesso all’educazione sessuale e alle risorse di cui avremmo così disperatamente bisogno. Imparare cosa il mio corpo può fare e cosa mi piace è stata un’impresa che ho dovuto affrontare interamente da sola, perché la società impone che io certe cose non le possa fare e che io non abbia nessun tipo di impulso biologico o sessuale che sia. 

Noi donne disabili, poi, non possiamo combattere per avere la scelta di essere madri, perché stiamo ancora combattendo per essere considerate madri valide. Quando una donna disabile decide di avere un figlio ciò è visto come un atto di egoismo, o perché il bambino potrebbe nascere disabile (e la disabilità viene automaticamente considerata una tragedia, anche se nella realtà dei fatti non lo è), o perché si crede che la madre non sia in grado di fornire al figlio una qualità di vita adeguata a causa della propria disabilità.*

Come io mi sono sentita rifiutata ed esclusa dal movimento femminista, così milioni di donne disabili hanno paura di essere intersezionalmente femministe. Ma dobbiamo esserlo, dobbiamo parlarne e prendere possesso della nostra identità di persone con disabilità ora più che mai. Per questo voglio essere femminista, per cambiare le cose dove un posto per me ancora non c’è. Quando ho deciso di partire e costruirmi una vita da sola in barba a chi mi diceva che non ce l’avrei mai fatta, ero stanca proprio di questo: che chi non ha una disabilità pretenda di decidere cosa è meglio per il mio corpo e in che misura io posso essere donna. Questo continua a succedere, ma proprio perché succede io oggi sono orgogliosa di dire che sono disabile, donna e femminista.

*Per chi volesse approfondire l’argomento, consiglio l’intervento di Sofia Righetti a Palinsesto Femminista, dal quale ho preso spunto per questo articolo, qui

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