La montagna come spazio di autodeterminazione

La montagna come spazio di autodeterminazione
Di Elisa Belotti

L’11 dicembre è la Giornata internazionale della montagna, dichiarata nel 2002 dalle Nazioni Unite per concentrare l’attenzione sull’importanza delle montagne e sulla loro cura sostenibile. Il loro ruolo è centrale per la salute del pianeta e degli esseri umani: le montagne ricoprono circa un quarto della superficie terrestre, ma sono tra gli habitat più minacciati da deforestazione, sfruttamento del territorio, emigrazione e turismo mal gestito. Sono i luoghi che contribuiscono meno alle emissioni di gas serra, ma che più risentono del cambiamento climatico.
Questa Giornata vuole allora pensare e ripensare il modo in cui si va in montagna. Per farlo partiamo da quattro storie di donne, perché anche l’escursionismo può essere una pratica di autodeterminazione. Con questi racconti gireremo il mondo e scopriremo che il trekking, ambito spesso inteso come prettamente maschile, ha in realtà molte voci di donne che con grandi imprese o iniziative quotidiane percorrono le montagne e ne fanno un elemento fondamentale per la propria vita. 

Le prime di cui raccontare la storia sono le Cholita Escaladoras de Bolivia (conosciute anche come Cholita Climbers), un gruppo di alpiniste aymara guidato da Jimena Lidia Huaylas che sono state per anni cuoche nei campi base ai piedi della Cordigliera delle Ande. Osservavano giorno dopo giorno gli alpinisti salire in quota e gli uomini delle loro famiglie guidarli verso la vetta ma non conoscevano la montagna.

Nel 2015 decisero di essere loro stesse a indossare gli scarponi. Si riunirono sotto il nome di Cholita Escaladoras e fecero le escursioni con i vestiti tradizionali: cappello, orecchini e ampie gonne colorate chiamate cholitas. Nel 2015 salirono sull’Huayna Potosí (6088 m) in una sola giornata e poi, una vetta dopo l’altra, raggiunsero degli obiettivi incredibili: l’Illiman (6462 m), raggiunto in tre giorni, e l’Aconcagua (6961 m), la cima più alta delle Ande.
Furono le prime donne dell’America Latina a scalare queste montagne e nel continente sono diventate un vero e proprio simbolo. Hanno unito la cultura locale aymara, l’escursionismo e la passione per le montagne, percorrendole in modo sostenibile e come forma di autodeterminazione.

“Quando scaliamo ci sentiamo libere da tutto” ha detto Huaylas. Sono state ostacolate perché donne e non più giovanissime, ma non si sono lasciate intimidire e con spirito di sorellanza si sono dedicate alla montagna. Oggi per loro l’escursionismo non è più solo una passione. Le Cholita Escaladoras sono diventate guide montane e accompagnano i turisti sulle vette andine.

Un’altra storia da ricordare è quella di Poorna Malavath, scalatrice indiana che nel 2014 arrivò sulla vetta dell’Everest. Aveva 13 anni ed è stata la più giovane scalatrice al mondo a raggiungere questo obiettivo. Impiegò cinquantadue giorni per salire sul monte Everest.
Ha ottenuto diverse onorificenze dal governo indiano e la sua carriera di scalatrice non si è fermata. È salita anche sul Kilimanjaro e sulla vetta del monte Elbrus, il più alto della Russia e dell’Europa. Una volta giunta alla meta, ha dispiegato un’enorme bandiera indiana e ha cantato l’inno nazionale.
Ha poi scalato l’Aconcagua, il Vinson Massif nell’antartico e il Cartsnec Pyramid in Oceania. Un monte per ogni continente.
La prossima meta è il monte Denali in Nord America. “Il mio obiettivo” ha detto, “è rendere Telangrana [la regione in cui è nata] e l’India orgogliose, diventando la più giovane nativa al mondo a scalare sette montagne nei sette continenti”. 

Sulla vita di Nasim Eshqi, invece, è stato da poco diretto da Francesca Borghetti il film Climbing Iran, presentato al TEDxNavigliWomen.
La scalatrice iraniana, prima di appassionarsi alla montagna, è stata campionessa di kickboxing per dieci anni, dopodiché si è dedicata ad aprire nuove vie sulle pareti di roccia.
In pochi anni ha segnato più di settanta nuovi percorsi e lavora come istruttrice per trasmettere la sua passione alle giovani generazioni e, in particolare, alle bambine.

Eshqi è l’unica scalatrice professionista in Iran, ha sfidato gli stereotipi e la discriminazione e si è riappropriata di se stessa in un elemento che è per sua natura egualitario: “Non importa se sei ricco o povero, nero o bianco, iraniano o italiano, uomo o donna. La forza di gravità porta giù tutti allo stesso modo e questo mi dà un grande senso di libertà e uguaglianza” dice Eshqi in Climbing Iran.
Scala ogni parete di roccia con lo smalto per le unghie ed è un dettaglio di cui va fiera, perché non vuole che la sua identità sia predeterminata. È lei stessa a definirsi e a scegliere come svolgere la sua professione

Eshqi, con la sua brillane carriera di scalatrice, avrebbe potuto allontanarsi dall’Iran e dalle numerose restrizioni imposte alle donne, ma ha scelto di continuare a vivere e lavorare in patria. Sta mostrando così al mondo che, pur rispettando le leggi iraniane, è possibile creare un proprio spazio e diventare chi si vuole essere.

Infine bisogna parlare della Rete Nazionale Donne in Cammino, un progetto tutto italiano ideato da Ilaria Canali, che punta alla valorizzazione delle donne nel settore dei cammini e del turismo lento. Questa iniziativa, che coinvolge camminatrici di tutta Italia, di ogni età e professione, ha dato vita anche al docufilm Il cammino è donna!, presentato all’interno della fiera Fa’ la cosa giusta.
Attraverso la community Ragazze in gamba, il cortometraggio racconta la storia di alcune donne che percorrono tre itinerari italiani: la Via di Francesco (La Verna/Roma-Assisi), il Cammino del Salento (Lecce-Santa Maria di Leuca) e Di qui passò Francesco (La Verna-Poggio Bustone).
Lo scopo del progetto è ampliare la concezione di escursionismo e creare una dimensione sicura in cui le donne possano viaggiare anche da sole. Camminare non è solo un’attività sportiva, ma anche un modo per viaggiare, promuovere e conoscere un territorio, e avere uno stile di vita sostenibile. 

Proprio nella Giornata internazionale della montagna diventa allora significativo pensare alla dimensione del cammino, del viaggio a piedi e della scalata come strumenti per vivere a contatto con la natura e per riscoprire il proprio corpo: testarne i limiti e i punti di forza, imparare ad ascoltarlo. Il sentiero e la parete di roccia fanno della diversità un punto di forza e creano una rete tra chi fa della montagna lo spazio della propria autodeterminazione.

3 Comments
  1. Il Silenzio tutt’attorno, il Passo Lento, ed il Saper Osservare, e non solo vedere, per ScoprireRiScoprire qualcosa di Unico…

  2. Interessante, non conoscevo le donne straniere di cui avete parlato. Se posso aggiungere, durante la Seconda Guerra Mondiale in Friuli soprattutto c’erano le portatrici, ossia donne dai sedici anni in su che trasportavano con le loro gerle viveri, medicamenti e perfino munizioni fino alle trincee sui monti impervi.

    E’ una parte della nostra storia poco conosciuta, ma se non ci fossero state loro le cose sarebbero andate diversamente…

    Ora leggo il resto!

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