Il gender-gap nel mondo digitale e la risposta di SheTech

Il gender-gap nel mondo digitale e la risposta di SheTech
L’intervista di Elena Esposto

I mondi del digitale e della tecnologia vengono spesso percepiti come tematiche distanti dalle donne, ma è davvero così?
Ne abbiamo parlato con SIlvia Fanzecco, Community & Communication Manager presso SheTech, un’associazione che lavoro nella direzione della riduzione del gender gap nell’ambiente tecnologico-digitale.

Parliamo di SheTech. La prima cosa che si legge approdando sul vostro sito è che l’obiettivo dell’associazione è “colmare il gender gap nel mondo della tecnologia e del digitale”, un tema sicuramente molto caldo.
Mi racconti quando e come nasce SheTech e perché è importante creare una rete che riunisca le donne che lavorano nel mondo della tecnologia e del digitale?

Certo. Dunque, il progetto nasce nel 2009 all’interno di un network nato negli Stati Uniti; poi, nel 2018, in seguito a un re-branding è nata SheTech.
Come giustamente dicevi, SheTech nasce come associazione no-profit che ha come obiettivo quello di colmare il gender gap nel mondo della tecnologia, del digitale e dell’imprenditoria ed è aperta sia a donne che a uomini. Anche se gli uomini rappresentano solo il 7% dei nostri associati, andiamo molto fieri di essere un’associazione aperta a tutti. Questo secondo noi è molto importante, perché se a parlare di gender gap sono solo le donne si rischia di sembrare autoreferenziali, mentre è giusto che anche gli uomini portino avanti queste tematiche, per dare più forza al messaggio.

Conosciamo tutti il privilegio che godono gli uomini ad essere uomini, e soprattutto ad essere uomini che lavorano nel mondo tech e digital. Quindi è importante che anche loro sposino questa causa.
SheTech nasce proprio perché ci rendiamo conto del grande divario di genere che esiste nel mondo digitale e della tecnologia, e non perché ce lo siamo immaginati.
È sotto i nostri occhi tutti i giorni, lo incontriamo nel nostro lavoro, nel rapporto con le aziende, nel relazionarci con i dati relativi alle donne nel mondo STEM… Anche se qualcosa sta cambiando, il divario è ancora molto ampio.

Siamo partiti con l’ambizione di avvicinare e supportare le donne nei tre ambiti del digital, del tech e dell’imprenditoria, e abbiamo deciso di costruire una community che potesse radunare persone che credono nello stesso obbiettivo, persone che potessero anche diventare ambasciatrici e ambasciatori di questo messaggio.
La community è composta da persone che vogliono avvicinarsi alle tematiche digitali, anche solo per curiosità, sia da associati e associate che hanno già un background e delle competenze in questo ambito, per integrare realtà diverse e creare opportunità. L’idea della community è proprio quella di supportarsi a vicenda, di condividere esperienze e competenze, perché facendo così è più semplice raggiungere i risultati e gli obiettivi che ci prefiggiamo.
L’aspetto del network, poi, è molto importante perché è quello che ci permette di espandere il messaggio, che fa un po’ da cassa di risonanza. E sono molte le persone che sono coscienti del gender gap si avvicinano all’associazione per iniziare a lavorare concretamente su queste tematiche.

Il gap, come dici, esiste ed è consistente, e anche se qualcosa sta cambiando non possiamo negare che faccia parte di un retaggio che ci portiamo dietro da tempo. Nella tua esperienza quali sono gli ostacoli che una donna incontra nel momento in cui si vuole avvicinare al mondo digitale e della tecnologia, o il motivo per cui decide di non farlo?

Io sono sempre stata molto vicina alle tematiche della tecnologia e delle innovazioni digitali e sono cresciuta un po’ in quella “bolla”, anche se poi non ho intrapreso la carriera vera e propria tech, perché come dicevi giustamente tu esiste un forte retaggio culturale.
Fin da quando siamo piccole, anche a scuola, ci spiegano che certe tematiche sono più vicine a noi ragazze e certe altre ai maschi. E non è una favola che ci raccontiamo, è la verità. Le donne che lavorano nel mondo del tech sono le prime ad ammettere di essere delle “outsider” e sono poche quelle che prendono una strada diversa da quella che viene normalmente proposta alle bambine. Questa è una mancanza che ci portiamo dal principio e che orienta le scelte che ci guidano nella vita professionale.

L’altro grande ostacolo lo si incontra nel momento in cui si entra a far parte di questo mondo, a prevalenza maschile. Per quanto possiamo essere forti e determinate, questo gap si sente, ci si scontra contro la mancanza di potersi confrontare con altre donne nello stesso settore. Inoltre, il fatto che gli uomini nel mondo tech siano la maggioranza finisce per dar loro un’autorevolezza maggiore, se vogliamo dirla così.

Un altro fattore, più legato alle attitudini individuali, è che le donne tendono ad essere più perfezioniste e accurate, spesso non si sentono all’altezza per affrontare situazioni complesse, mentre gli uomini tendono a buttarsi e a preoccuparsi meno del fattore perfezione.
Recentemente mi è capitato di ascoltare l’intervento di una matematica che raccontava proprio di come si rendesse conto di tutte le opportunità che spesso aveva perso nell’emergere perché non si sentiva all’altezza dei suoi compagni uomini.
Per questo SheTech lavora su più fronti, non solo sulle tematiche tech ma anche sulle soft skills, come ad esempio le doti di leadership, personal branding, il credere in sé stesse, l’essere più convinte e più capaci di celebrare i propri successi e di riconoscerli, tutte capacità che ti danno quell’equilibrio per poter prendere parte al meglio a questo mondo.

Tu hai citato prima la questione della formazione. Quanto è importante fare orientamento alle STEM già dalle scuole elementari? SheTech ha qualche progetto in questo senso?

Le nostre associate vanno dai 25 anni in su, e comprendono anche profili più senior, come manager o donne che stanno reinventando la propria carriera.
Abbiamo comunque fatto parte del progetto del Comune di Milano STEM in the City e abbiamo anche collaborato con due realtà, Inspiring Girls e InventoLab, per sensibilizzare le ragazze a questi temi e anche presentare loro delle role model. Questo è molto importante affinché le ragazzine, fin da piccole, si sentano più libere nella scelta di quello che vogliono fare da grandi, se per esempio vogliono essere delle imprenditrici, o delle data scientist, o delle programmatrici…

Lavorando con il role modeling mi sono accorta che organizzare momenti nei quali le ragazze più giovani incontrano donne che hanno avuto successo, o che hanno intrapreso carriere nel mondo tech (anche con difficoltà, ma comunque riuscendoci), è un modo “leggero” ma molto efficace e d’impatto per far passare il messaggio giusto alle ragazze più giovani.

Si dovrebbe insistere sempre di più affinché nella scuola, fin dall’infanzia, si cerchi di far appassionare in egual misura ragazzi e ragazze alle materie STEM. Bisogna farli sentire liberi di scegliere, e non portarli a pensare che le femmine debbano fare comunicazione e materie umanistiche e i maschi ingegneria, matematica e fisica.

Quindi sì, la formazione è fondamentale, noi abbiamo fatto questi due progetti e ne faremo sicuramente altri. Il fatto che all’interno del nostro network ci siano tante role models ci permette di collaborare spesso con altri enti e progetti che si occupano di sensibilizzazione verso quel target.

Tu prima hai detto che una parte dei vostri associati sono uomini, anche se non sono tantissimi, ma il mondo delle STEM rimane un ambiente è principalmente maschile. Al di fuori del vostro network percepite un’ostilità nei confronti del vostro impegno o anche gli uomini che lavorano nelle STEM e nel digital percepiscono la necessità che ci sia maggiore inclusività di genere?

Ti rispondo con un aneddoto. Tempo fa abbiamo intervistato i CEO di Docebo e Cisco, due uomini che lavorano nel mondo tech, e loro ad esempio investono moltissimo nella parità di genere e lavorano per rendere le loro aziende il più possibile inclusive.
Il CEO di Docebo, azienda molto sensibile al tema dell’inclusione di genere (infatti è nostra partner in molte attività), dice di essere molto fiero del fatto che nel reparto più tech della sua azienda il 25% delle dipendenti siano donne, ma è anche dispiaciuto perché si rende conto che quando aprono posizioni di lavoro spesso non arrivano curriculum di donne.

Questo, secondo me, è un grande messaggio da parte di una persona che lavora nel digitale, che non solo è molto sensibile al tema di genere, ma che ci tiene anche che tutti i suoi dipendenti siano sensibilizzati sull’argomento. Per questo quando facciamo progetti insieme, oltre che avvicinare le donne al mondo tech, un altro importante obiettivo è quello di sensibilizzare tutti ad avere un atteggiamento inclusivo e attento alla diversità nel contesto lavorativo.

Tornando alla domanda, noi non abbiamo incontrato ostilità, anzi, c’è tanto impegno da parte delle aziende e dei manager per rendere il mondo tecnologico-digitale più inclusivo. Hanno voglia di confronto e sanno quanto valgono le donne che lavorano nel tech. C’è ancora molto da fare ma in generale riscontriamo tanta più voglia di fare passi avanti piuttosto che di chiudere una porta.

Il lockdown ha portato la tecnologia in modo preponderante nelle nostre vite, anche in quelle di chi non era molto abituato ad utilizzarla. Questa situazione per le donne è stata limitante oppure è stata un’opportunità per avvicinarsi al digitale?

È molto complesso parlare della situazione delle donne in questo momento storico perché ci sono moltissime problematiche in ballo, come lo smart working ad esempio. Comunque se lasciamo per un attimo da parte tutte le altre tematiche, secondo me questo periodo è stato ed è tuttora una grande opportunità.

Anche in questo caso ti voglio raccontare un aneddoto che è molto esemplificativo.
Nei mesi passati, in collaborazione con alcune nostre aziende partner, abbiamo aperto una call per delle borse di studio destinate a donne (senza limiti di età) per diventare programmatrici full-stack.
Abbiamo avuto moltissime candidature e, tra queste, quello che mi ha stupito più di tutto è stato vedere come anche donne di quaranta o cinquant’anni, che magari noi pensiamo abbiano già una carriera e una vita impostata, abbiano ancora voglia di imparare e spendersi in qualcosa di completamente nuovo e diverso, come la programmazione. È vero che alcune di loro avevano perso il lavoro a causa del periodo di crisi che stiamo vivendo, ma c’è anche tanta voglia di voler imparare e magari intraprendere una carriera diversa.

Per noi poi è stata un’opportunità di aprirci a donne di tutta Italia. Nei mesi del lockdown abbiamo avuto tante adesioni da parte di donne che si sono associate anche grazie ai nostri webinar che spaziano su vari temi, dalle competenze digitali, al time management, a come si gestisce un team da remoto, fino a come fare personal branding. Questo perché molte donne spesso hanno delle carriere favolose ma non sanno comunicarle al meglio.

Tutti questi temi vengono trattati dal punto di vista digitale, perché oggi il digitale è un canale fondamentale per parlare del tuo brand, della tua azienda, ma anche per raccontare te stessa. Ed è stato molto bello vedere come donne anche più avanti con l’età si siano avvicinate a SheTech con la voglia di imparare a usare questi strumenti. 

In chiusura, tre stereotipi contro cui le donne nelle STEM si scontrano e che vanno assolutamente sradicati.

Allora, il primo stereotipo in assoluto è quello che vede le donne come “portate” per le materie umanistiche e non per quelle tecniche e matematiche.
Il secondo è quando sei una donna nel TEch e ti senti dire “per essere una donna ne sai di tecnologia”
Sei una donna nel tech? Allora hai qualcosa che non va…
E per finire la tendenza a pensare che con le donne sia meglio usare una sorta di “cavalleria” nel linguaggio, invece che che usare il titolo giusto.. come “Ingegnere”, ad esempio.

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