TEDxPaviaSalon: il pregiudizio di genere danneggia la società intera

TEDxPaviaSalon: il pregiudizio di genere danneggia la società intera
Di Elisa Belotti

Che cos’è il pregiudizio? Perché è così presente nella nostra mente e nel discorso contemporaneo? Sono queste le domande che si è posto il TEDxPaviaSalon, presentato da Eleonora Frau. Il focus del discorso, affrontato poi da quattro relatrici di spicco, è il pregiudizio di genere a livello sociale, linguistico e nel mondo del lavoro. Si è cercato di darne una definizione, di capire le dinamiche che ne permettono la diffusione e di dare degli strumenti per contrastarlo.

A prendere la parola per prima è Camilla Gaiaschi, sociologa e ricercatrice presso il Centro GENDERS dell’Università di Milano, dove studia le discriminazioni a livello sociale e nel mondo delle STEM. Ha aperto il suo discorso richiamando le affermazioni di Lawrence Summers, allora direttore di Harvard, pronunciate nel 2005: la differenza di successo in campo scientifico tra uomini e donne deriva dalle minori capacità di quest’ultime. Le sue affermazioni fecero molto scalpore, vennero fortemente criticate e dipendevano dal pregiudizio. Gaiaschi spiega che il cervello degli esseri umani funziona attraverso degli schemi, delle mappe mentali che permettono di categorizzare eventi specifici in contesti più ampi. È così che riusciamo a muoverci nel mondo e a prendere le decisioni velocemente. Tra le informazioni di questi schemi, però, ci sono anche gli stereotipi, cioè dei bias, delle informazioni distorte. Il pregiudizio è uno stereotipo agito, messo in pratica e ciò accade anche nelle interazioni sociali. Tra gli schemi usati, ad esempio, ci sono quelli legati ai gruppi sociali di appartenenza: genere, etnia, classe sociale, età, etc. Il problema è che essi influenzano la nostra valutazione delle persone, ad esempio facendoci preferire per un posto di lavoro un uomo al posto di una donna di pari se non migliori competenze. 

Camilla Gaiaschi

Da dove provengono gli stereotipi? Gaiaschi lo spiega a partire dagli studi sui test di matematica. Fino ai 12/13 anni di età non ci sono differenze nelle capacità di bambini e bambine. Dopo quell’età, invece, i ragazzi iniziano ad avere risultati leggermente migliori delle ragazze nello svolgimento dei calcoli e, viceversa, le ragazze comprendono leggermente meglio i testi. Il gap si crea quindi nell’adolescenza e le differenze tra i due generi dipendono da fattori socioculturali. Le ragazze iniziano a perdere fiducia in se stesse perché vivono in un contesto in cui ricevono feedback di approvazione o meno diversi rispetto alle proprie competenze. Tutti noi infatti assimiliamo e mettiamo in atto le aspettative di genere. «È un serpente che si morde la coda» spiega Gaiaschi: gli stereotipi introiettati vengono rimessi in atto, confermandoli, e tutti partecipano a questo processo, non solo gli uomini. Consiglia infatti di provare i Test di Associazione Implicita di Harvard per confrontarsi con i propri bias inconsci.

Infine, come liberarsene? Gaiaschi consiglia di osservare il mondo con le lenti del genere (e delle altre categorie marginalizzate) in modo da diventare più consapevoli. «Combattere gli stereotipi significa amare la libertà» aggiunge, e per fare ciò servono politiche sociali, educative e organizzative a livello aziendale intelligenti.

Interviene poi Vera Gheno, sociolinguista specializzata in comunicazione digitale. Innanzitutto mette in chiaro che le parole sono sempre politiche, perché il loro uso è legato alla polis, allo stato. Aggiunge poi che la realtà modifica sì le parole, che vengono formate o modificate per nominare nuove cose, ma c’è anche una direzione opposta. Ciò che noi nominiamo viene visto di più e questo spiega perché le categorie marginalizzate, che fino ad ora non avevano grande rilievo sociale, adesso vogliano essere definite e acquisire maggiore rilievo a livello linguistico. Il forte legame tra cose e parole spesso spaventa, perché fa capire che ciò che scegliamo o meno di dire ha delle conseguenze sulla nostra vita.

Vera Gheno

Gheno fa notare che non abbiamo mai assistito a un dibattito così pubblico sull’uso del linguaggio. È un argomento che per decenni è stato appannaggio della linguistica e dei gruppi di attiviste femministe e LGBTQ+, mentre ora ha attirato l’attenzione di molte persone. È segno del fatto che viene sentito come necessario. Noi esseri umani siamo renitenti al cambiamento, soprattutto quando è linguistico, perché la lingua non è solo parola ma anche atto identitario. Anche in questo caso, però, bisogna saper riconoscere i bias. Il rigorismo sulle posizioni linguistiche, sociali o ideologiche è frutto del timore e di una conoscenza mediocre delle regole. «La paura che l’attenzione alle parole limiti la libertà è un argomento fantoccio» sostiene Gheno. In realtà il senso del dibattito non è limitare le parole ma rendersi conto che alcune di esse feriscono le altre persone. Ed è importante saper stare in questa discussione aumentata dai social usando bene il linguaggio.

La terza ospite è Luisa Rosti, professoressa ordinaria di Economia del personale e di genere all’Università di Pavia e collaboratrice con il Sole 24 ore. Si occupa di gender pay gap e inizia il suo discorso con una domanda: perché un’economista dovrebbe occuparsi di stereotipi? La sua risposta è che le scelte guidate dal pregiudizio portano a uno spreco di talento e questo danneggia l’economia moderna. Gli stereotipi non notano il talento dove c’è, mentre lo vedono dove è assente. Impediscono di porre la persona giusta al posto giusto, perché quel ruolo è già occupato da chi più si adatta a uno stereotipo. Rosti richiama un esperimento che esprime il legame tra pregiudizio e discriminazione: Think manager, think male. Consiste nella presentazione dello stesso CV due volte, con un nome femminile e con uno maschile. L’esperimento mostra che nella maggior parte dei casi viene preferito quello con la firma di un uomo.

Luisa Rosti

«L’obiettivo della società» spiega Rosti, «dovrebbe essere portare la persona più competente per un ruolo a quella posizione lavorativa. Nella pratica, però, questo non succede, come mostra la teoria del soffitto di cristallo». La probabilità di una donna di arrivare alle posizioni apicali, infatti, è decisamente minore rispetto a un uomo. Una lavoratrice talentuosa si scontra con un soffitto di cristallo che ne arresta la salita. Oltre alla perdita per la donna coinvolta, c’è un danno anche per l’intera società. Al posto di avere donne e uomini talentuosi al vertice, ci saranno solamente uomini e non tutti con forti competenze. Questa è una perdita per l’intera società. «Ecco perché se ti occupi di economia non puoi non interessarti alle questioni di genere» afferma Rosti, ricordando che per fortuna gli stereotipi cambiano nel corso del tempo. Con l’informazione, i dati e la scienza è possibile abbattere anche i pregiudizi di genere.

Infine interviene Barbara De Muro, avvocata e fondatrice di ASLAWomen, che ha per oggetto le tematiche professionali delle pari opportunità negli studi legali associati. Con i dati alla mano, rivela che nel ‘95 le donne erano il 25% dell’avvocatura, mentre ora sono il 50%. Questo spinge molte persone del settore a credere che il pregiudizio di genere sia un fatto passato. Osservando però il reddito degli avvocati, nettamente maggiore di quello delle avvocate, si nota che non è così. «Il definitivo superamento del pregiudizio è esso stesso un pregiudizio» sostiene De Muro. Le avvocate con figli guadagnano meno di quelle senza figli, ma quest’ultime guadagnano comunque meno dei colleghi, anche nella fascia d’età più giovane. 

Barbara De Muro

Poi bisogna aggiungere il fenomeno di segregazione orizzontale, per cui le lavoratrici in campo legale sono spinte a specializzarsi soprattutto nel diritto di famiglia, meno remunerativo, per via del pregiudizio secondo cui le donne sono più empatiche. Si crede inoltre che le avvocate siano meno ambiziose dei colleghi, ma le statistiche mostrano che sono le donne ad avere risultati scolastici e accademici in media migliori. Questi esiti si estendono anche al lavoro. «La responsabilità di bilanciare il genere in un team non è delle donne ma di tutti» ricorda De Muro, sostenendo che il pregiudizio è una delle cause di arresto della carriera delle donne nella professione legale (insieme al peso del ruolo di cura e alla scarsità di modelli apicali femminili). La diversità nei team è importante per lo studio legale, che può così sfruttare tutti i talenti che ha a disposizione. Inoltre porta a risultati migliori e a una maggiore competitività sul mercato. Questi dati sulla situazione delle lavoratrici nel mondo dell’avvocatura provengono dall’ASLAWomen. De Muro e un gruppo di avvocate, infatti, hanno lavorato dal 2013 per indagare il divario di genere in questo settore e per formare le giovani donne. 

De Muro tiene molto a sottolineare che tutti i cittadini e le cittadine possono agire per migliorare questa situazione. Ciascuno, infatti, è un potenziale cliente di uno studio legale e quando deve sceglierne uno è bene che cerchi di capire come è organizzato: vengono pagati i praticanti? Sono valorizzati tutti i talenti che ha a disposizione? Queste domande premiano i contesti lavorativi che mirano a ridurre le disparità di genere e rendono ogni individuo più consapevole di ciò che può fare con le proprie risorse.

Per concludere sembrano adatte le parole di Chimamanda Ngozi Adichie, che in un discorso fondamentale sull’argomento ha affermato: «Il problema degli stereotipi non è tanto che sono falsi, ma che sono incompleti». Danno infatti un’idea ridotta di ciò che una donna può fare in ambito lavorativo e rallentano l’intera economia.

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