Essere donne nei lager: la specificità dell’esperienza femminile all’interno dei campi di concentramento nazifascisti

Essere donne nei lager: la specificità dell’esperienza femminile all’interno dei campi di concentramento nazifascisti
Di Caterina Frusteri Chiacchiera

In passato, la specificità della deportazione femminile all’interno del sistema concentrazionario nazifascista è stata pressoché ignorata delle indagini storiografiche.
Le donne sopravvissute furono per lo più ignorate non solo dalla società civile, ma anche dalla storiografia ufficiale1.
Inoltre, i modelli culturali che assegnano all’uomo la sfera della politica e dell’azione, mentre alle donne quella domestica e intimistica, hanno contribuito a mettere in secondo piano una dimensione in cui, invece, le donne furono socialmente molto presenti: la deportazione, e in molti casi, anche la resistenza2.
Le donne sopravvissute fecero la scelta di scrivere, di raccontare, solo dopo decenni dal loro ritorno. Il motivo è stato, per tutte, superare il silenzio, manifestando la volontà di riconoscimento del proprio ruolo.
Molti di questi documenti videro la luce proprio per bucare l’oblio e il disconoscimento del contributo che le donne diedero a livello politico – sociale durante la Seconda Guerra Mondiale, e per riaffermare la presenza femminile all’interno del corso storico.
Dall’analisi della memorialistica e delle testimonianze si è potuto riscontrare come il genere e la percezione dell’esperienza concentrazionaria vissuta proprio in quanto donne, siano elementi che accumunano le diverse memorie che le ex-deportate resero della loro permanenza all’interno del sistema – lager.
La violenza che le donne subirono fu sia simbolica, sia fisica che materiale, e fu determinata dall’essere nemiche del Reich, e dall’esserlo perché donne.

Iniziazione al sistema concentrazionario: il tema della ferita al corpo

Le testimonianze femminili mettono in risalto come il processo di disumanizzazione presentava, nei confronti delle donne, la specificità di iscriversi direttamente sul corpo.
All’ingresso nei campi di concentramento, le deportate venivano spogliate, private dei loro effetti personali, depilate e spesso rapate, subivano visite mediche che includevano un’ispezione ginecologica, e dovevano procedere alla vestizione con stracci o divise logore. 
Tutto avveniva di fronte al personale SS, esponendo le prigioniere anche agli sguardi maschili. 
L’arrivo era inoltre particolarmente brutale ad Auschwitz, dove, al momento dell’ingresso nel lager, le madri con un figlio piccolo erano direzionate direttamente al crematorio.

Il corpo delle donne nei lager: le mestruazioni

Una delle preoccupazioni che più inquietava le deportate era l’angoscia su come avrebbero potuto affrontare il flusso mestruale.
Molte fecero la traumatica esperienza dell’amenorrea, ovvero, dell’interruzione delle mestruazioni a causa della denutrizione e del deperimento fisico.
È interessante osservare come dalle testimonianze emerga la convinzione che questo stato fosse dovuto a un’opera di sterilizzazione forzata. 
Dalle analisi storiche non vi è riscontro di ciò, ma questa opinione, diffusa soprattutto tra le deportate di origine ebraica, è indicativa dell’angoscia di portare le cicatrici per sempre incise nel proprio corpo.

La maternità

Altre tematiche centrali della deportazione femminile sono quelle della maternità e dei bambini, che occupano uno spazio importante nella memorialistica delle donne.
Nei lager nazisti le disposizioni furono spesso contraddittorie, anche nei confronti della vita e della morte dei bambini. 
Ad esempio, a Ravensbrueck, campo di concentramento femminile per antonomasia, situato a ottanta chilometri da Berlino, la sorte delle madri e dei neonati cambiò continuamente. 
All’apertura, quando erano presenti solo donne tedesche “da rieducare”, i neonati venivano sottratti alle madri per essere affidati a “famiglie ariane”. 

Dal 1942 i regolamenti furono modificati e le prigioniere furono obbligate ad abortire; l’aborto fu praticato fino all’ottavo mese di gravidanza e la madre rinviata immediatamente al lavoro. Nel 1943 venne deciso che la gravidanza poteva essere portata a termine, sebbene si ordinò di sopprimere i neonati immediatamente; nello stesso anno fu stabilito che i neonati potevano vivere ma senza che venisse fornito alle madri nessun aiuto in vestiti o in cibo. Infine, nel se
ttembre del 1944 si allestì una Kinderzimmer (camera dei bambini); le prigioniere addette all’accudimento cercarono di provvedere in tutti i modi alla cura dei neonati, la maggior parte di essi morì. 
Ad Auschwitz, gli unici due blocchi per bambini si trovavano a Birkenau all’interno dei campi per famiglie zingare, e la sorte dei più piccoli seguì quella degli adulti.
Nel settembre del 1943 si registrò per la prima volta una bambina partorita ad Auschwitz; nel complesso si segnalarono 680 nascite, ma qui i bambini non avevano la possibilità di sopravvivere. Quelli troppo piccoli per lavorare venivano immediatamente uccisi all’arrivo al campo e le donne in stato interessante furono costrette ad abortire o eliminate con il neonato. Altre si salvarono a costo di sopprimere i loro figli.
Le donne furono toccate profondamente dalla presenza dei bambini nei lager, e intorno ad essi si attivò tutto un sistema di solidarietà e protezione.

Pratiche di sterilizzazione coatta:

Diverse donne subirono esperimenti pseudoscientifici, e furono letteralmente utilizzate come cavie umane. Ciò avvenne soprattutto ad Auschwitz nel famoso Blocco 10, dove a molte detenute fu praticata la sterilizzazione forzata.
Alle prigioniere venivano iniettate sostanze all’interno dell’utero per renderle sterili. Le vittime, a causa delle iniezioni, soffrivano di infiammazione alle ovaie, e spesso, una volta diventate inutili per la logica del campo e considerate pericolose in quanto testimoni, venivano mandate alla camera a gas.
Sempre nel Blocco 10 si condussero esperimenti sulla sterilizzazione sia maschile che femminile mediante esposizione prolungata ai raggi X. Non molto dopo l’esposizione ai raggi X alle donne venivano asportate le ovaie, per mezzo di operazioni dolorosissime. 
Tra le vittime della sterilizzazione coatta vi furono in particolare donne di origine zingara.

Esperimenti sui corpi delle donne 

Tutto nei lager era un’estrema forma di tortura, psicologica e fisica, e gli esperimenti perpetrati sui corpi ne erano un esempio.
Si conosce l’identità di 86 donne sottoposte ad esperimenti a Ravensbrueck, chiamate nel gergo del campo Lapin, conigliette o “cavie”. Di queste, 63 riuscirono a sopravvivere grazie alla solidarietà delle compagne che le nascosero nel campo, anche se rimasero invalide a vita.

Forme di resistenza

A livello istituzionale e storico, le varie forme di reazione e resistenza attuate nei campi di concentramento femminili stentarono ad essere pienamente riconosciute, ma le donne compirono numerosi atti di opposizione al nazismo.
In primo luogo, cercarono di attivare una rete di contatti con il mondo esterno, nelle fabbriche o nelle fattorie, inviando corrispondenza, e segnalando liste di nomi dei prigionieri in arrivo, assassinati, o oggetto di esperimenti e indicando con precisione i nominati di medici e delle guardie SS.
Le prigioniere seppero resistere attraverso una pluralità di comportamenti: attraverso atti di sabotaggio, ritagliandosi spazi di dignità e solidarietà, riabilitando il corpo, cercando di mantenere il rispetto di sé, solidarizzando con le compagne, creando momenti di cultura in opposizione al contesto che cercava di spegnere qualsiasi capacità di pensiero e di critica…

La creazione di vincoli di solidarietà come forma di resistenza assunse una delle più significative specificità della deportazione femminile. Le relazioni, le amicizie strette e la creazione di “famiglie sostitutive” risultano essere una parte essenziale della memorialistica.
Come abbiamo visto, il modello di violenza, materiale e simbolica, che i nazisti attuarono contro le donne aveva la peculiarità di iscriversi direttamente sul loro corpo.
E fu proprio il corpo, la sua riappropriazione, la sua rivalutazione in senso positivo, uno degli strumenti che le deportate utilizzarono come forma di resistenza (ad esempio, truccandosi e cercando di mantenersi pulite).

Le manifestazioni di opposizione più pericolose furono rappresentate dai vari esempi di sabotaggio volontario, attraverso cui in fabbrica, venivano rovinati i prodotti o le apparecchiature, danneggiando in tal modo la produzione.
Resistenza fu anche cercare di lavorare meno possibile o il sabotaggio per solidarietà, come l’esperienza da Margarete Buber- Neumann, che diventò capo blocco delle Testimoni di Geova per riuscire, da questa posizione, ad aiutare le compagne; si verificarono inoltre situazioni in cui le donne persero la propria vita per aiutare altri deportati. 

Nelle testimonianze delle prigioniere è molto diffuso anche il riferimento al tentativo di mantenere attive le capacità mentali, sia come forma di lotta clandestina al sistema, sia come tutela dell’integrità personale.
Nei campi si organizzarono conferenze dai temi artistici, letterari, politici, corsi di lingue, feste, cerimonie, gruppi di discussione e gruppi di preghiere, tutte attività proibite e severamente punite.

Questi furono soltanto alcuni degli innumerevoli mezzi che le donne utilizzarono nel loro opporsi al nazismo.
I racconti delle sopravvissute narrano, inoltre, il rientro in patria, segnato, per molte, da lunghi periodi di incomprensione e silenzio da parte del contesto sociale e politico.
Il recupero della memorialistica delle donne che vissero l’esperienza più drammatica del XX secolo porta ad interrogare il passato, ma anche le condizioni dell’epoca in cui viviamo, perché, come molti storici fanno notare, i collegamenti che legano l’attualità a quel periodo sono molteplici, e solo una memoria consapevole può creare un reale senso di responsabilità sul presente.
Le memorie delle testimoni provocano esattamente questo: un’identificazione, un coinvolgimento personale che va al di là della semplice conoscenza dei fatti, ma che tocca profondamente le coscienze di ognuno, aiutando a problematizzare in senso critico anche la contemporaneità.

Questo scritto prende spunto dal mio lavoro di tesi di Laurea Specialistica del Corso di Laurea in Teoria e Metodologia della Ricerca Antropologica sulla Contemporaneità presso l’Università di Modena, dal titolo La violenza sulle donne nei lager nazisti a partire da alcune testimonianze.

Tale studio si basava sull’analisi della memorialistica femminile sull’esperienza della deportazione, e tentava di restituire alle donne sopravvissute un’identità e una voce. Per ragioni di sintesi, non è mi è possibile riportare qui le testimonianze delle donne che sono state alla base della mia indagine, ma molte delle loro narrazioni sono rinvenibili nella puntata Non è sempre la stessa storia: essere donne nei lager nazisti, del Podcast Le Donne della Porta Accanto, le donne come nessuno ve le ha mai raccontate, in onda sui canali Spotify, Anchor, Google Podcast e Youtube, in collaborazione con radio Statale, trasmessa il 27 gennaio 2021.


  1. Lidia Beccaria Rolfi, L’esile filo della memoria, Einaudi, Torino, 1996.
  2. Sandro Peli, La resistenza in Italia, Einaudi, Torino, 2000.
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