Per le donne e per amore: tre celebri performance di Yōko Ono, Gina Pane e Marina Abramović

Per le donne e per amore: tre celebri performance di Yōko Ono, Gina Pane e Marina Abramović
Di Alessia Mammino

Un rivoluzionario spirito indomito contraddistingue e lega Yōko Ono, Gina Pane e Marina Abramović, tre artiste attive tra il XX e il XXI secolo le cui provocazioni hanno segnato e continuano a segnare un’epoca. La loro irruzione sulla scena sociopolitica internazionale risale ai ferventi anni Sessanta e Settanta, quando iniziano a fare del proprio corpo uno strumento in grado di urlare contro le discriminazioni di genere e la violenza sulle donne. Alla brutalità di una società maschilista e patriarcale, che vuole le donne subalterne e passive, contrappongono azioni artistiche innescate da un amore viscerale e volte a coinvolgere emotivamente gli spettatori per indurli alla riflessione e alla reazione. Sono infatti dichiaratamente animate sia dall’amore incondizionato nei confronti del pubblico a cui si donano, che accorre incuriosito in rappresentanza dell’intera umanità, sia dall’amore verso i messaggi che intendono veicolare, afferenti ad un femminismo non sempre necessariamente militante.

Yōko Ono, artista, musicista e attivista giapponese, ancora oggi, all’età di 88 anni, si adopera a favore del pacifismo e del rispetto dei diritti umani, impegni a lungo coltivati insieme al marito John Lennon nel corso di un intenso sodalizio sentimentale ed artistico concretizzatosi anche nel finanziamento dei movimenti femministi americani. Si è distinta nell’atmosfera creativa newyorkese nei primi anni Sessanta, quando ha iniziato a confrontarsi con la nascente espressione artistica della performance, come testimonia il suo lavoro più celebre e audace, Cut Piece, frutto diretto della partecipazione al fervore creativo del movimento d’avanguardia Fluxus, che stava sperimentando il controllo del pubblico sull’azione artistica attraverso l’utilizzo di precise istruzioni. Piena di “rabbia e turbamento nel cuore”, come ha più tardi confessato, Yōko mette in scena Cut Piece nel 1964 alla Yamaichi Concert Hall di Kyoto e l’anno successivo alla Carnegie Hall di New York. Nel 2003, spinta da un rinnovato amore per la pace nel mondo e per il suo pubblico, più che dall’ira giovanile, riproporrà l’azione al teatro parigino Le Ranelagh. Un video registrato alla Carnegie Hall, liberamente fruibile sul web, mostra l’artista seduta al centro di un palcoscenico, immobile ed inespressiva, mentre i presenti, istruiti ad intervenire su di lei con delle forbici, la spogliano gradualmente del guscio protettivo rappresentato dagli abiti, in un crescendo di tensione ed imprevedibilità che si conclude quando qualcuno taglia le bretelle del reggiseno inducendola ad incrociare le braccia per coprire il seno nudo. La collera svanisce e attraverso questo “sacrificio”, questa potente azione simbolica di violazione, Yōko mette in evidenza il ruolo passivo che per secoli ha caratterizzato la donna sul piano sia artistico che sociale, riducendola a nient’altro che una musa o un corpo da ritrarre, quasi del tutto priva di diritti e costretta ad offrirsi totalmente e a sopportare, come l’oggetto inerme di una molestia.

L’esperienza Fluxus influenza in modo decisivo la performance degli anni Settanta, che tra le sue molteplici declinazioni presenta un versante estremizzato, in cui il corpo è vissuto come luogo e oggetto di azioni violente e aggressive, come accade in alcune delle esplorazioni di Gina Pane e di Marina Abramović. Entrambe sottopongono il proprio corpo a prove di resistenza e, attraverso ferite realmente procurate e vissute come atti d’amore, aprono letteralmente e simbolicamente il proprio io al pubblico.

Per prima Gina Pane, artista italo-francese che nel 1968 aveva preso parte al movimento per l’emancipazione femminile e che ci ha purtroppo lasciati all’età di 50 anni a causa di un cancro, nelle proprie performance ricche di riferimenti religiosi studia la dimensione dolorosa in quanto esperienza umana universalmente condivisibile. “Se io apro il mio corpo affinché voi possiate guardarci dentro il vostro sangue, è per amore vostro […] Ecco perché tengo alla vostra presenza durante le mie azioni”, ha infatti dichiarato.

Durante la sua performance più nota, Azione sentimentale, del 1973, vera e propria azione catartica di rinascita e riappropriazione del corpo, Gina si presenta alla galleria milanese Diaframma totalmente vestita di bianco, come una sposa vergine. Di fronte ad un pubblico esclusivamente femminile tiene stretto tra le gambe, in corrispondenza del sesso, un bouquet di rose rosse, da cui stacca ad una ad una le spine, conficcandosele nel braccio sinistro, e con una lametta si incide la forma di una rosa sul palmo della mano sinistra. Colano rivoli di sangue, che tingono i suoi abiti, e le rose rosse vengono sostituite con rose bianche. Provate ad immaginare il potente e perturbante contrasto cromatico tra il candido bianco che domina la performance ed il rosso del sangue, che Gina amava definire “il mio monocromo”. Le ferite autoinflitte e il sangue diventano il simbolo di un tormento sia corporeo che spirituale, un manifesto di ribellione contro un mondo capitalista e maschilista che detta canoni estetici e sottopone quotidianamente le donne ad abusi ed umiliazioni.

L’artista condivide quindi il dolore con il suo pubblico come se fosse una martire cristiana in lotta contro l’ordine costituito, dotata sia di un corpo sofferente sia della forza interiore necessaria per reagire agli abusi e mettere in salvo se stessa e il prossimo.

Anche Marina Abramović, artista serba tra le più influenti a livello internazionale che oggi, all’età di 74 anni, continua a sorprenderci, è animata dalla costante ricerca di un equilibrio dialettico con il pubblico delle sue performance, che intende coinvolgere sia fisicamente che, soprattutto, psicologicamente attraverso azioni che sondano i limiti del corpo e della mente fino all’estremo. Così facendo, spinta da un amore incondizionato nei confronti dell’umanità, manifesta il rifiuto di produrre opere d’arte fini a se stesse per indagare piuttosto le necessità sociali, fermamente convinta che “l’arte senza etica è cosmetica”.

Nonostante sia nota ai più per le performance eseguite insieme ad Ulay, suo compagno di vita per dodici anni, la prova di resistenza fisica e mentale più impegnativa è rappresentata dalla performance Rhythm 0, inscenata presso la Galleria Morra di Napoli nel 1974, due anni prima dell’incontro con l’artista tedesco. Pur non riconoscendosi come un’artista femminista, Marina raccoglie il testimone di Yōko Ono: deresponsabilizza il proprio pubblico e lo invita ad agire liberamente su di lei per sei ore attraverso 72 oggetti messi appositamente a disposizione, alcuni innocui, come un rossetto e una piuma, altri pericolosi per la vita stessa, come un coltello e una pistola. Anche in questo caso lo spettacolo diventa progressivamente più violento e incontrollato, le vengono tagliati tutti i vestiti, incisi graffi e conficcate spine di rosa sulla pelle. Il massimo momento di tensione si tocca quando le viene messa in mano e puntata contro la pistola carica. Allo scadere del tempo l’artista, immobile come una vittima sacrificale, è esausta e nuda. Di fatto ha portato all’estremo la riflessione sulla condizione femminile avviata da Yōko Ono perché, abolendo qualsiasi forma di controllo sull’azione, ha oggettificato persino la sua intima nudità e ha rivelato il volto più oscuro della psiche umana in assenza di limiti sociali imposti, rischiando addirittura la vita.

Le tre performance, ossimoriche urla silenziose, sembrano quindi caratterizzate da un climax ascendente che sposta gradualmente l’equilibrio tra amore e morte verso il secondo tragico elemento, rivelando i rischi insiti nel fare del corpo un elemento non più passivo bensì politico, ovvero uno strumento di ricerca e contestazione.

Ebbene, senza alcuna titubanza, le nostre artiste decidono di rischiare: per le donne e per amore!

Se vi incuriosiscono la vita, gli amori e le produzioni artistiche di Yōko Ono, Gina Pane e Marina Abramović, potete ascoltarne il racconto approfondito nella puntata Corpi che parlano del podcast “Le donne della porta accanto”, in collaborazione con Radio Statale (basta un click!).

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