The People I like. La gente che amo.

The People I like. La gente che amo.
Testo e illustrazione di Barbara Zampieri

Ognuno di noi ama alcune persone più di altre.
Quelle ritratte da Giovanni Gastel, invece, ci piacciono tutte. Perché sono intense. Vere.
Perché colui che era dietro l’obiettivo le ha radiografate e capite riuscendo a far emergere un particolare o una caratteristica della loro personalità.
Nella mostra si parla di persone che, sebbene tanto celebri, rischiano talvolta di rimanere distanti dal pubblico. Ma qui non è così:l visitatore sembra di conoscerle un po’ più intimamente propriograzie a quel riflesso, a quella sfumatura grigia, rimasta spesso in bilico tra i toni del bianco e del nero, che qui viene presa e restituita allo spettatore su un vassoio d’argento.

Il visitatore inizia a conoscere Giovanni Gastel attraverso “I gioielli della Fantasia”, mostra parallela in ouverture, uno spin-off di sole 20 immagini con scatti realizzati nei primi anni di attività come fotografo di moda e pubblicità. Immagini di gioielli proposte attraverso un abile gioco creativo di “collage” fotografico. Le opere esposte, realizzate su richiesta di Daniel Swarovski nel ’91, sono state generosamente donate da Lanfranco Colombo a Regione Lombardia

Proseguendo, si entra nel vivo della mostra.Ritratti di persone del mondo della cultura, design, arte, moda, musica, spettacolo che Gastel ha incontrato in 40 anni di carriera e a cui ha regalato gli scatti che vediamo esposti. Sono quasi tutte opere di grande formato (cm 130×90), principalmente in bianco e nero. Fulminanti.

Lo scatto è un istante. “Un eterno istante”   per citare il titolo del libro scritto dallo stesso artista che racconta tutta la sua esistenza, indicando come veri e propri attori in uno spettacolo teatrale tutti gli amici, i parenti e le persone che ha incrociato nel corso della sua vita.

Vita interrotta lo scorso anno, quando il Covid si è portato via lui che è stato uno dei fotografi italiani contemporanei più conosciuti ed apprezzati al mondo.

Giovanni Gastel, milanese, appartenente ad una grande famiglia di nobili origini, inizia intorno agli anni Settanta a muovere i suoi primi passi come fotografo  forse per naturale processo di osmosi grazie alla vicinanza con il Maestro Luchino Visconti di cui è nipote, o forse perché il destino aveva già stabilito che così fosse.

I suoi esordi avvengono nel mondo della moda;solo successivamente si appassiona ai ritratti, che lo renderanno poi tanto famoso e lo porteranno ad essere quasi una sorta di amico-confessore di coloro che si concedevano al suo scatto. Uno dei ritratti più celebri (e insoliti) è quello realizzato all’ex-presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, tra le prime opere che incontriamo all’inizio della mostra.

Ciascuno di noi vorrebbe avere un ritratto scattato da Giovanni Gastel. Forse grazie a quella foto avremmo davvero la possibilità di conoscerci di più e fare chiarezza, vedendoci come realmente siamo, con riflessi e sfaccettature invisibili all’occhio umano, tanto spesso disattento.

Ognuna delle foto in mostra è una magia,un momento regalato all’obiettivo. Un vero e proprio dono che Gastel restituisce sotto forma di quel diamante che normalmente si cela in ciascun soggetto ritratto.

Davanti alle foto di Gastel siamo invogliati a trattenerci più a lungo, quasi a voler prolungare quel processo conoscitivo ed introspettivo del protagonista che inizia non appena posiamo lo sguardo sull’immagine di fronte a noi.

Come già detto, in mostra si vedono principalmente foto in bianco e nero, ma i toni dei grigi esplodono e ci trasmettono quelle sfumature che il fotografo ha saputo assorbire dal soggetto seduto in posa davanti a sé. In quel momento abbiamo quasi l’impressione che chi ci guarda dalla carta stampata ci parli e ci dica “io sono così”, in maniera talvolta serena e scanzonata, altre volte più sofferta e drammaticamente intensa,ma mai immobile ed impersonale. Sono emozioni che ci arrivano immediatamente al cuore.
Solo poche concessioni vengono fatte agli scatti a colori, ma il colore, sapientemente dosato, non toglie intensità alle immagini. Anzi.

Uscendo dalla mostra, ho avuto la netta sensazione di essere più ricca. Di bellezza, di conoscenza, di sensibilità. Come se Gastel fosse stato fisicamente presente insieme a me durante tutta la visita e mi avesse guidato e trasmesso parte della sua arte. Si dice che il fotografo rubi l’anima. Lui sicuramente l’ha raccolta gentilmente dalle “persone che ama” per restituircela tutta, in ciascuno degli scatti che vediamo appesi alle pareti.

L’ultima stanza racchiude una serie di circa un’ottantina di fotografie della serie definita dei “colli neri”. Una collezione di foto molto intime ed intense.
Non è un caso che i soggetti ritratti – molti di essi sono donne – sembrino indossare degli indumenti tutti uguali, somiglianti a maglie dal collo alto e nero. Con questo elemento,  ripetuto indistintamente su tutti i personaggi, è come se si volesse inizialmente neutralizzare le caratteristiche di ognuno, rendendo tutti i soggetti uguali, come parti di un esercito; in realtà il risultato ottenuto è esattamente l’effetto opposto, quasi a sottolineare che, se tutti sembrano uguali, su quel piedistallo ogni volto emana una sua propria ed unica luce e spiritualitàtalmente intensa da stordire chi guarda.
Perfino il cane Leo sembra parlare al visitatore, umanizzandosi.

Amo ricordare una bellissima frase dell’artista che è possibile leggere nello spazio che accompagna il visitatore all’uscita dall’esposizione:

Dico sempre alla persona che sto per fotografare una frase che spiega come intendo il ritratto: “Io non sono uno specchio, io sono un filtro. Il ritratto che io farò di te sei tu, filtrato da quello che sono io (le mie paure, le mie gioie, le mie solitudini, le mie poesie); uscirai sotto forma di interpretazione di te. Io do la mia lettura che non è la lettura assoluta. Io filtro attraverso tutto quello che ho letto, visto, studiato e ti restituisco.

Il lavoro del fotografo si può paragonare a quello di un arciere in procinto di scoccare le proprie frecce che non sempre riescono a centrare il bersaglio. Quelle di Gastel però fanno sempre centro.

Stile. Eleganza. Essere aristocratico, non solo per nascita ma perché lo era nell’anima, nell’intimo.

Per ammissione di chi lo ha conosciuto bene Giovanni Gastel era un essere speciale; con i suoi collaboratori, ma non solo, instaurava un rapporto che andava al di là del semplice scambio professionale. E questo lo ha reso indimenticabile, proprio come le sue opere d’arte che ci ha regalato per sempre.

Alla fine quasi mi dispiace che l’esposizione sia terminata. Le duecento foto mi hanno riempito gli occhi, la mente ed il cuore. Senza esagerare, posso dire che mi hanno reso migliore.

Il sipario sulla mostra si sarebbe dovuto chiudere, non a caso, il prossimo 13 marzo 2022, anniversario della scomparsa di Giovanni Gastel, avvenuta a Milano esattamente un anno fa, ma per fortuna l’esposizione è stata prolungata fino al 22 maggio. A questo punto i consiglio è d’obbligo: non perdetevela!

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