L'istinto materno non esiste

L'istinto materno non esiste
Di Elena Esposto

Questo è uno dei periodi peggiori dell’anno se siete donne senza figli. È letteralmente la festa de* parenti impiccion* che non aspettano altro che chiedervi: “Allora, quando lo fai un bambino?”, e all’ennesima alzata di occhi che riservate loro ogni singola volta, inizieranno a martellarvi con i luoghi comuni sull’orologio biologico, sull’inevitabile pentimento che vi colpirà quando in età più matura vi troverete sole e sull’egoismo inaudito di chi decide di non regalare altri marmocchi a un mondo già sovraffollato.

Le risposte potrebbero essere molteplici. Dal classico “Fatti gli affaracci tuoi” (sconsigliato se siete all’inizio del pranzo o della cena, perché poi il coltello oltre che per il panettone vi servirà per tagliare anche l’atmosfera), a un più complesso ragionamento sulla sovrappopolazione del pianeta e la scarsità delle risorse oppure una riflessione su quanto sia più egoista fare un* figli* solo per sentirsi realizzate.

Ma se volete una risposta concisa e supportata dai fatti (non che la scarsità delle risorse non lo sia) potete optare per: “L’istinto materno non esiste.”

Ebbene sì. Non esiste nessun bottone rosso che superata una certa età viene premuto per infondere in voi l’irrefrenabile voglia di mettere al mondo un* bambin*. Non esiste nessun meccanismo biologico che vi spingerà a procreare, o vi affliggerà con i rimorsi se non lo farete in tempo.

As simple as that.

Buone notizie, dunque, per tutte coloro che fino ad oggi si sentivano da meno, o sbagliate per non aver mai sentito il desiderio di stringere un pargoletto fra le braccia. Non c’è nulla che non va in voi.

E anche voi, che i figli li avete già ma che non sentite un particolare trasporto verso di loro, funzionate alla perfezione.

L’aspetto più difficile da accettare, specialmente in un paese bigotto come il nostro (Family day, vi dice niente?) è che l’istinto materno non esiste MAI. Neanche dopo aver effettivamente dato alla luce un altro essere umano.

Nemmeno per chi è già madre esiste un pulsante che da un momento all’altro renda la relazione con l* propri* figli* un idillio senza fine. Perché la relazione madre-prole è esattamente come tutte le altre relazioni. È difficile, va costruita, non sempre funziona.

Non ha nulla di magico, né di esoterico. Per farla breve, non siamo programmate ad amare l* nostr* figl*.
Esiste un certo istinto di conservazione che ci permetterà di tenerli in vita, di interpretare i loro bisogni, di nutrirli, di curarli e di tenerli al sicuro, ma questo non vuol dire che farlo ci debba per forza piacere o far sentire appagate.

Il mito dell’amore materno a tutti i costi genera poi un tabù enorme, di cui non si riesce nemmeno a parlare: quello delle madri che si sono pentite di avere generato figl*.

Di questo tema ha parlato ampiamente la sociologa Orna Donath nel suo saggio Regretting motherhood: a study.

Donath ha intervistato diverse donne, di età, estrazione sociale e livello di istruzione differente, indagando i motivi per i quali si erano pentite di avere avuto figl*. Dal saggio emerge con forza la grande dicotomia tra la narrazione della maternità e la sua realtà.

Lungi dall’essere un momento magico e perfetto, scrive Donath, “la maternità può essere piena di tensioni e ambivalenze che possono creare senso di impotenza, di frustrazione, di colpa, vergogna, rabbia, ostilità e delusione.”

La maternità, per come viene concepita nella società patriarcale, limita l’indipendenza e l’individualità della donna che perde la sua identità per diventare semplicemente “la madre”, un essere etereo e perfetto, pronto a sacrificarsi totalmente sull’altare del benessere de* figl*, e della famiglia in generale.
Questa immagine mitica e in odore di misticismo fa un danno enorme a tutte le madri di carne e sangue, che soffrono, che si sentono soffocare, che vorrebbero urlare al mondo che se tornassero indietro non farebbero mai più quella scelta.

Eppure, non possono farlo, perché le madri che ammettono di essersi pentite di aver avuto figl*, al pari delle donne che dichiarano di non volerne, sono tacciate di egoismo, immoralità, cattiveria e innaturalezza.

Tornando all’istinto materno, dunque, esso non esiste e non ha nessun ruolo, né nel desiderio di avere figl*, né in quello di accudirl* una volta nat*.
Ormai sono molti gli studi sociologici e antropologici che hanno sdoganato questo mito.

Secondo la sociologa Laura Kipnis, ad esempio, l’istituzionalizzazione dell’istinto materno avvenne nelle culture Occidentali con la Rivoluzione industriale, insieme a quella della divisione dei ruoli: uomini in fabbrica, donne a casa.
Per giustificare l’esclusione delle donne dalla forza lavoro e dal momento che, a differenza delle società contadine, l* figl* erano più un debito che una risorsa, per convincere le donne a starsene buone in casa e a prendersi cura della famiglia, iniziò a cristallizzarsi il mito dell’istinto materno e della sua “naturalezza”. Qualunque donna che avesse voluto lavorare invece di godersi ogni istante con i piccoli prodotti del suo ventre veniva quindi considerata sbagliata, un soggetto potenzialmente pericoloso perché osava sfidare le leggi della Natura.

Quello che consideriamo un istinto biologico, quindi, altro non è che un costrutto socio-culturale risalente ad uno specifico periodo storico.

Questo non implica che non possano esistere donne che desiderano passare la propria vita ad occuparsi h24 della prole, ma spalanca un orizzonte più ampio.

Sdoganare il mito dell’istinto materno significa aprire il gioco alle donne che non vogliono figl*, a quelle che li hanno avuti e ora si pentono, a quelle che vogliono bene a* loro bambin* ma non permettono che risucchino tutte le loro energie e, udite udite, a uomini che decidano di occuparsi h24 della prole.

Per tutte queste realtà, per quelle che non conosciamo e per quelle che devono ancora realizzarsi è urgente e necessario smantellare il mito dell’istinto materno. Perché nessun* debba più sentirsi sbagliat*, egoist* o innaturale.