“Chosen families”: quando il legame si crea per scelta

“Chosen families”: quando il legame si crea per scelta
Di Paola Beltrami

Solitamente, quando pensiamo al termine “famiglia”, definiamo questo concetto come il complesso di persone legate da vincoli di sangue e di discendenza. La nostra tradizione culturale vuole che la famiglia non prescinda dai legami biologici; tuttavia, a fare da contralto a questo concetto, si pongono le cosiddette “chosen families”, termine inglese che indica le famiglie per scelta, ossia, non legate da parentela, ma formate da persone che si scelgono autonomamente, per vicinanza d’interessi o vite simili, e che si danno reciproco sostegno nella crescita personale e collettiva. Il valore della famiglia, insomma, rimane intatto, ma i vincoli non sono quelli dati dal fattore biologico.

Le “chosen families” si diffondono principalmente a partire dall’inizio del XX secolo, ma si affermano nell’immaginario mainstream a partire dalla cultura hippy degli anni Sessanta e Settanta, quando non diventò inusuale la presenza delle cosiddette “comuni”, ossia, abitazioni dove gruppi di persone si riunivano costituendo famiglie allargate, e dove ciascun* contribuiva al sostentamento economico e sociale della comunità. Inoltre, le famiglie per scelta si diffusero anche all’interno della comunità LGBTQIA+; infatti, la marginalizzazione ed il rifiuto sociale spesso portava l* individu* a formare un nucleo aggregativo alternativo in cui sentirsi rinconsciut* ed accolt*. Questi nuclei (le cosiddette “houses”) spesso potevano prevedere la presenza di una persona di riferimento, più rilevante per età o per esperienza, il cui ruolo diventava quello di ver* e propr* “madre” (“mother”) o “padre” (“father”), a seconda dei casi.

È quanto accade, ad esempio, nella serie televisiva “Pose” (2019-2021), ideata da Ryan Murphy, Brad Falchuk e Steven Canals. Ambientata nella New York degli anni Ottanta e Novanta, la trama segue la storia di Blanca (MJ Rodriguez), una donna transgender che decide di formare la propria “house”, assumendone il ruolo di madre. Così, la protagonista fonda la propria “house of Evangelista” (dal cognome di una delle top model più influenti dell’epoca, Linda Evangelista).

La serie tocca diverse tematiche che comunità LGBTQIA+ doveva affrontare nell’epoca reaganiana degli Stati Uniti: la discriminazione sociale, il rifiuto da parte delle famiglie d’origine, la violenza, il pregiudizio personale e lavorativo, nonché i preconcetti legati alla diffusione del virus dell’HIV, di cui la comunità veniva falsamente considerata la principale fautrice. In questo complesso clima socioculturale, Blanca decide attivamente di offrire una guida ed un’educazione a* propr* figl*, spingendol* ad autoaffermarsi nella società, al fine di combattere l’ineguaglianza sociale che spesso escludeva ogni possibilità di realizzazione per chiunque non rientrasse nello stretto canone eterocispatriarcale. Blanca realizza dunque la propria “house” come spazio sicuro in cui ricevere un supporto emotivo ed in cui sentirsi accolt* ed accettat* senza riserve; di fatto, la protagonista realizza una vera e propria famiglia.

Le “chosen families”, insomma, rivedono il tradizionalismo associato alla famiglia, identificandone il vero significato in tutta quella serie di valori di cui il nucleo parentale dovrebbe farsi portatore. I legami non sono dunque un vincolo, ma una decisione. Attraverso la convivenza all’interno di uno spazio fisico comune, è possibile creare un ambiente di reciproco rispetto in cui poter stabilire legami affettivi duraturi che non avvengano necessariamente sulla base di una discendenza comune. Per utilizzare le parole di Hector Xtravaganza, “grandfather” (nonno) della leggendaria “house of Xtravaganza” (presente ancora oggi), “il sangue non costituisce una famiglia. Quelli sono i parenti. La famiglia è quella con cui condividi il bello, il brutto, l’orribile, ed alle fine vi amerete comunque. Quelle sono le persone che selezioni”.