Barbie, icona antifemminista o icona di inclusione?

Di Sofia Brizio

Al grido di ‘Girls can do anything’, la Barbie ha debuttato con successo sul mercato dei giocattoli nel 1959. Sessantaquattro anni dopo, diventa oggetto di un film in uscita il 20 luglio, che promette di giocare e far riflettere sugli stereotipi di cui è portatrice la bambola più amata e odiata del mondo. 

Fu Ruth Handler, co-fondatrice di Mattel, a inventare la Barbie dopo aver visto sua figlia Barbara (Barbie, appunto) giocare con bambole di carta. Voleva che le bambine avessero un giocattolo su cui proiettare le proprie aspirazioni e i propri sogni – un proposito molto femminista in teoria, ma che in pratica prese una piega diversa. L’aneddoto più diffuso sulla nascita della bambola, in effetti, racconta che Handler si ispirò a una bambola per adulti tedesca di nome Lilli, immagine ipersessualizzata di una prostituta che veniva regalata agli addii al celibato.  

Con l’immediato successo, la Barbie si ritrovò al centro di controversie politiche che criticavano gli standard di bellezza bianca e il corpo poco realistico della bambola. Nel 1963, Mattel lanciò Barbie Sleepover, una bambola adolescente che nel suo corredo aveva una bilancia e un libro intitolato How to lose weight (‘Come perdere peso’), la cui unica pagina proclamava: ‘Don’t eat’ (‘Non mangiare’). Potete immaginare come fu ricevuta.

Fonte: Twitter

 Per tutelare la propria reputazione, dalla fine degli anni Sessanta, Mattel cominciò ad avere più attenzione verso il panorama sociopolitico e la diversità di rappresentazione: nel 1968, arrivò sul mercato Christie, la prima bambola nera che però, nonostante facesse parte dell’universo di Barbie, non era lei stessa una Barbie. 

La mossa non fu sufficiente agli occhi di molte attiviste del movimento femminista, che al Women’s Strike for Equality di New York nel 1970 rivendicarono la loro indipendenza al grido di ‘I am not a Barbie doll!’. Mattel continuò per la propria strada, realizzando la prima Barbie nera nel 1980 e la prima Barbie presidente nel 1992. 

Ma nello stesso anno della Barbie presidente, Mattel mise in commercio Barbie Teen Talk, una Barbie adolescente che pronunciava frasi come ‘devo andare a fare shopping’, ‘mi servono più vestiti’ e ‘la matematica è noiosa e difficile’. Barbie Teen Talk fu percepita come l’apoteosi degli stereotipi contro cui si batte il movimento femminista. 

Eppure, moltissime Barbie uscite negli anni Sessanta e oltre rispecchiavano l’intenzione originale della bambola: dimostrare che le donne potevano essere e fare tutto ciò che volevano. Nel 1963 abbiamo la Barbie businesswoman, nel 1965 la Barbie astronauta, e nel 1973 la Barbie chirurgo, arrivata nel periodo in cui solo il 9% dei dottori americani erano donne. 

È per via di questi messaggi contradditori che qualsiasi tentativo di creare Barbie diverse e inclusive da parte di Mattel è stato quasi sempre percepito come pura strategia di marketing senza reali intenzioni politiche, specialmente perché ad ogni tentativo il corpo della Barbie rimaneva lo stesso: conforme agli standard irraggiungibili del sogno capitalista americano, e pensato per soddisfare lo sguardo maschile.  Molti studi hanno dimostrato che le bambine che giocano con le Barbie hanno più probabilità di mostrare preoccupazione per il proprio peso e il proprio aspetto fisico durante l’età adulta. 

Ecco che la Barbie non è più soltanto un giocattolo, ma un’icona culturale che si fa specchio della società contemporanea, spesso in maniera problematica, dimostrando che la rappresentazione ha conseguenze reali. Per dimostrarlo, nel 2014 l’artista Nickolay Lamm ha creato una sorta di ‘Barbie umana’, ossia una bambola con proporzioni scientificamente ispirate al corpo umano. 

Fonte: Daily Mail

La sua creazione nacque non solo come riflessione sugli standard che la società impone alle donne, ma anche in risposta a un marcato calo delle vendite di Barbie, diminuite di più del 20% dal 2012 ad oggi. 

I fattori del calo sono molteplici, primo fra tutti la crescita del movimento di fat acceptance e fat liberation, che promuove la rappresentazione di tutti i corpi non conformi. Dal punto di vista commerciale, molti ritengono che la competizione con altre bambole abbia giocato un ruolo fondamentale. Tra le rivali di maggior successo spicca la bambola ispirata al personaggio di Elsa nel film di animazione Disney Frozen. Elsa non solo ha un corpo più umano di quello di una Barbie, ma ha un carattere e un’identità ben definite. Elsa non ha un guardaroba completo, ma se premi un bottone canta Let It Go e insegna a chi ci gioca l’importanza di essere sé stessi. 

È forse dopo questo smacco che Mattel ha intrapreso un deciso cambio di rotta e ha cominciato a ricostruire la reputazione della sua Barbie, trasformandola da icona antifemminista a (quasi) icona di inclusione. Nel 2016 arrivano le Barbie petit, curvy e tall per meglio rappresentare diversi tipi di corpi. La linea di Barbie Fashionistas lanciata nel 2019 vanta Barbie in carrozzina, Barbie con una protesi, e Barbie con l’impianto cocleare. Inoltre, quest’anno Mattel ha creato la prima Barbie con sindrome di down.

 

Che sia una strategia di marketing o meno, è innegabile che queste nuove Barbie siano nate per soddisfare le richieste dei consumatori, tutt’altro che nuove. Già nel 1997 e 1999 Mattel aveva lanciato due bambole Becky nell’universo Barbie. Entrambe usano la carrozzina e una è atleta paralimpica ai giochi di Sydney 2000. Più di recente, Mattel ha dedicato una Barbie senza braccia alla nuotatrice paralimpica turca Sumeyye Boyaci.

L’amata e odiata Barbie sembra quindi davvero essere sulla buona strada per diventare un importante simbolo di inclusione e riflessione, e il nuovo film in uscita il mese prossimo sembra voler confermare le aspettative. L’attrice protagonista Margot Robbie ha descritto così la versione cinematografica di Barbie in un’intervista per Vogue: “Vogliamo fare onore all’eredità di 60 anni di Barbie, ma dobbiamo anche riconoscere che ci sono molte persone che non amano Barbie e che non sono semplicemente indifferenti, ma la odiano attivamente. [Nel film] dobbiamo tenere conto anche di questo”. E poi, parlando dell’ipersessualizzazione di Barbie: “È una bambola, una bambola di plastica. Se non ha organi, allora non ha nemmeno organi genitali. Senza organi genitali, potrebbe provare desiderio sessuale? No, non credo. Sì, può indossare una minigonna rosa perché è divertente e perché è rosa, non perché vuole mostrare il sedere.”