Ripensarsi in solitudine, con tanto tempo, e lentamente – parte I

Ripensarsi in solitudine, con tanto tempo, e lentamente – parte I
Di Mari Catricalà

Avevo pensato, in un primo momento, di iniziare il viaggio lungo le crisi dal romanzo che ho citato nella presentazione di questa rubrica, La straniera di Claudia Durastanti, ma come a volte mi capita durante i viaggi, ho preferito cambiare itinerario, almeno per questo primo tratto di percorso. La deviazione che ho scelto è una piccola parte – prevalentemente la primissima, con qualche incursione in avanti – di Intimations: Six Essays della scrittrice britannica Zadie Smith (in traduzione italiana uscito come Questa strana e incontenibile stagione per i tipi di SUR). È una raccolta di sei brevi saggi che Smith ha scritto nei primi mesi della pandemia da Covid-19, in pieno lockdown e sul lockdown. Come precisa lei stessa «I am not a scientist or a sociologist. I’m a novelist», cioè «Non sono una scienziata o una sociologa. Sono una romanziera». In questi saggi, infatti, non si trovano dati ma impressioni, molto personali, su come la scrittrice ha vissuto le prime settimane di pandemia, e su come ha iniziato a cambiare la prospettiva attraverso cui guardare se stessa, il suo lavoro, le persone attorno a sé e gli eventi del mondo. Nell’insieme, è il racconto di tante crisi personali e collettive che mi ha accompagnata in una serie di riflessioni soprattutto sulla lettura, ma attraverso questa anche sull’identità – riflessioni che già avevano costellato la mia quarantena di marzo e che vorrei elaborare insieme a voi in questo e nei prossimi episodi. 

Prima di proseguire, vi lascio un piccolo suggerimento di lettura: Zadie Smith ha finito di scrivere Intimations a maggio, a Londra, a casa; io l’ho letto a dicembre, nei dintorni di Milano, a casa. Credo sia un testo da gustare al chiuso e in solitudine, con troppo tempo da riempire, lentamente.

Nell’intervista che ha inaugurato la nona edizione di Bookcity Milano, a novembre scorso, il giornalista del Corriere della sera Edoardo Vigna (su Twitter: @edoardovigna; su Instagram: @edoardovigna) chiede a Zadie Smith: «Com’era il tuo mood mentre scrivevi questi saggi?». Lo stato d’animo in cui si scrive e si legge informa completamente l’esperienza letteraria che si vive, è il suo condimento principale. È il motivo per cui, ad esempio, non sono riuscita a leggere Intimations prima di dicembre: lo stato d’animo in cui mi trovavo non me lo consentiva; il libro doveva aspettare ancora un po’. Zadie Smith, dal canto suo, risponde di non ricordarsi più molto bene quel periodo, come se fosse stata «almost in a fugue state», «quasi in uno stato di dissociazione». Ma proprio quella peculiare condizione di assenza da sé le ha fatto capire che «la scrittura era una delle cose che non potevo fare a meno di fare». La perdita di controllo su tutto ciò che la circondava le ha fatto ricercare quel che avrebbe potuto ridarle un senso di ordine mentale per capire cosa provasse e cosa pensasse. Si era reso necessario un punto di vista mediato per filtrare la realtà e dare voce alla crisi e alla fatica personali.

Foreword”, la prefazione di Intimations: Six Essays, è molto concisa e molto densa di spunti che vengono ripresi nei saggi che seguono. Ma in questa prima tappa vorrei proporvi la soglia della raccolta, che contiene, mi verrebbe da dire, il concentrato di un atteggiamento verso la letteratura (con questa parola intendo: la scrittura e la lettura) che trovo di una accuratezza incredibile. Ed è l’atteggiamento di una scrittrice e di una lettrice di professione che cerca nella letteratura un appiglio a cui aggrapparsi in un momento di forte incertezza individuale e collettiva. La prefazione è ubicata e datata «Londra, 31 maggio 2020». Ho scelto di proporvela per intero nella traduzione italiana di Martina Testa (su Twitter: @martinatesta) prima di raccontarvela:

Di libri sul 2020 ne verranno scritti molti: storici, analitici, politici, nonché resoconti generali. Questo non è così: l’anno non è arrivato neanche a metà. Quello che ho cercato di fare è organizzare, nei pochi ritagli di tempo che quest’anno mi ha concesso, alcuni dei pensieri e dei sentimenti che mi hanno provocato gli eventi accaduti finora. Questi sono soprattutto saggi personali: piccoli per definizione, brevi per necessità.

All’inizio della crisi ho preso in mano Marco Aurelio e per la prima volta in vita mia ho letto i suoi Pensieri non come esercizio accademico né per piacere, ma con lo stesso atteggiamento con cui affronto le istruzioni di montaggio di un tavolino: mi serviva assistenza pratica. (Il fatto che l’assistenza offerta da Marco Aurelio sia utile allo spirito non la rende meno pratica, secondo me.) Da quel momento in poi, una forma di crisi si è scontrata con un’altra, e leggere quell’antico libro non mi ha fatta diventare una stoica. Però ne ho tratto due preziosissimi spunti. Parlare con sé stessi può essere utile. E scrivere significa che qualcuno ci ascolta.

Subito mi è saltata all’occhio l’espressione «ritagli di tempo» (ho letto il libro in lingua originale e in inglese suonava «scraps of time»). Nei saggi successivi, Zadie Smith sottolinea continuamente l’eccesso di tempo che improvvisamente la pandemia ha creato nella vita delle persone e insieme l’esigenza di fare qualcosa di quel tempo per riempirlo bulimicamente di attività che prima non si prendevano nemmeno in considerazione; o di attività magari abituali, ma per forza di cose rivisitate in chiave diversa dal solito. Questa ansia di riempire il vuoto lasciato dal tempo (horror vacui temporale) è, in realtà, un oggetto mentale grande e pesante che ha occupato ogni spazio prima disponibile per altro: da qui i quasi paradossali ritagli di tempo in un periodo in cui la sensazione, invece, era di averne troppo, di tempo. 

In queste circostanze, Zadie Smith ricerca istintivamente ciò che sa che normalmente le darebbe piacere, ma che in quel momento, nello stato di dissociazione, di ansia e di confusione, riveste di un significato particolare e urgente, la “praticità”: è la lettura di un testo già letto e riletto altre volte e che sente il bisogno di leggere ancora una volta per provare a fare ordine tra i pensieri e le emozioni che si affastellano. 

Da appassionata lettrice anche io, e convinta che la mia identità si sia sempre arricchita anche delle letture che ho fatto, nel leggere per la prima volta queste parole così trasparenti mi sono sentita legittimata – come rare altre volte – ad ammettere che percorrere le parole che altri hanno accuratamente scelto e trascritto non è solo bello e piacevole, è anche estremamente utile e, soprattutto, che la stessa esigenza spasmodica che ha spinto Zadie Smith a recuperare Marco Aurelio è quella che ha spinto me ad aprire Intimations – e a riaprirlo svariate altre volte nel corso delle ultime settimane. Anche nel mio caso (e so che è il caso di tante altre persone: non per forza con i libri, ma con i film, la musica, la fotografia, la pittura, e tutte le attività creative), «una forma di crisi si è scontrata con un’altra» e ne ho tratto tutto il succo che ho potuto ricavare. Credo molto più di «due preziosissimi spunti» («two invaluable intimations»). Le emozioni che Zadie Smith ha riversato in questa e altre pagine, la frustrazione così come la gratitudine, la paura e lo stupore per quello che stava accadendo nel mondo, possono fare «ebbing and flowing», come direbbe lo studioso di teoria della letteratura Michael Burke; possono creare, cioè, un flusso e un riflusso continui di memorie emotive personali di chi legge, che si mescolano e alternano alle memorie altrettanto emotive e personali dell’autrice.

Condividere crisi ed emozioni attraverso le parole scritte, nella speranza che possano risuonare anche in qualcun altro, a secoli di distanza, a mesi di distanza. Sono fiduciosa che sviscerarle leggendole e parlandone possa essere un buon innesco per delle trasformazioni anche solo un pochino consapevoli. E corali.

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